I
SCRITTORI D'ITALIA
GIOVANNI BOCCACCIO
!l TOMENTO ALLA DIVINA COMMEDIA
E GLI ALTRI SCBITTI INTORNO A DANTE
A CURA DI
DOMENICO GUERRI
VOLUME PRIMO
BARI
GIUS. LATERZA & FIGLI
TI POGR AFI-EDITORI -LIBRA I
I918
SCRITTORI D'ITALIA
G. BOCCACCIO
OPERE VOLGARI
XII
l\
GIOVANNI BOCCACCIO
IL COMENTO ALLA DIVINA COMMEDIA
E GLI ilLTRI SCRITTI INTORNO A BAKTE
A CURA DI
DOMENICO GUERRI
VOLUME PRIMO
. \
BARI
GIUS. LATERZA & PAIOLI
TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI
I918
PROPRIETÀ LETTERARIA
GIUGNO MCMXVIII - 49526
A
PIO RAJNA E GIROLAMO VITELLI
VITA DI DANTE
PROPOSIZIONE
Solone, il cui petto un umano tempio di divina sapienzia
fu reputato, e le cui sacratissime leggi sono ancora alli presenti
uomini chiara testimonianza dell'antica giustizia, era, secondo
che dicono alcuni, spesse volte usato di dire ogni republica,
si fome noi, andare e stare sopra due piedi; de' quali, con
matura gravità, affermava essere il destro il non lasciare alcun
difetto commesso impunito, e il sinistro ogni ben fatto remune-
rare ; aggiugnendo che, qualunque delle due cose già dette per
vizio o per nigligenzia si sottraeva, o meno che bene si servava,
senza niun dubbio quella republica, che '1 faceva, convenire an-
dare sciancata: e se per isciagura si peccasse in amendue, quasi
certissimo avea, quella non potere stare in alcun modo.
Mossi adunque più cosi egregi come antichi popoli da questa
laudevole sentenzia e apertissimamente vera, alcuna volta di
deità, altra di marmorea statua, e sovente di celebre sepultura, e
tal fiata di triunfale arco, e quando di laurea corona secondo i
meriti precedenti onoravano i valorosi: le pene, per opposito,
a' colpevoli date non curo di raccontare. Per li quali onori e
purgazioni la assiria, la macedonica, la greca e ultimamente la
romana republica aumentate, con l'opere le fini della terra, e
con la fama toccaron le stelle. Le vestigie de' quali in cosi alti
esempli, non solamente da' successori presenti, e massimamente
da' miei fiorentini, sono male seguite, ma in tanto s'è disviato
da esse, che ogni premio di virtù possiede l'ambizione; per che.
4 I - VITA DI DANTE
si come e io e ciascun altro che a ciò con occhio ragione-
vole vuole guardare, non senza grandissima afflizione d'animo
possiamo vedere li malvagi e perversi uomini a' luoghi eccelsi
Zea' sommi ofici e guiderdoni elevare, e li buoni scacciare, de-
\ primere e abbassare. Alle quali cose qual fine serbi il giudicio
di Dio, coloro il veggiano che il timone governano di questa
nave: percioché noi, più bassa turba, siamo trasportati dal
fiotto, della fortuna, ma non della colpa partecipi. E, comeché
con infinite ingratitudini e dissolute perdonanze apparenti si po-
tessero le predette cose verificare, per meno scoprire li nostri
difetti e per pervenire al mio principale intento, una sola mi fia
assai avere raccontata (né questa fia poco o picciola), ricordando
^ l'esilio del chiarissimo uomo Dante Alighieri. Il quale, antico
cittadino né d'oscuri parenti nato, quanto per vertù e per scien-
zia e per buone operazioni meritasse, assai il mostrano e mo-
streranno le cose che da lui fatte appaiono: le quali, se in una
republica giusta fossero state operate, niuno dubbio ci è che
esse non gli avessero altissimi meriti apparecchiati.
Oh scellerato pensiero, oh disonesta opera, oh miserabile
esemplo e di futura ruina manifesto argomento ! In luogo di
quegli, ingiusta e furiosa dannazione, perpetuo sbandimento,
alienazione de' paterni beni, e, se fare si fosse potuto, macula-
zione della gloriosissima fama, con false colpe gli fùr donate.
Delle quali cose le recenti orme della sua fuga e l'ossa nelle
altrui terre sepulte e la sparta prole per l'altrui case, alquante
ancora ne fanno chiare. Se a tutte l'altre iniquità fiorentine
fosse possibile il nascondersi agli occhi di Dio, che veggono
^ i tutto, non dovrebbe quest'una bastare a provocare sopra sé la
rsua ira? Certo si. Chi in contrario sia esaltato, giudico che sia
onesto il tacere. Si che, bene ragguardando, non solamente è il
presente mondo del sentiero uscito del primo, del quale di
sopra toccai, ma ha del tutto nel contrario vòlti i piedi. Per che
assai manifesto appare che, se noi e gli altri che in simile modo
vivono, contro la sopra toccata sentenzia di Solone, sanza ca-
dere stiamo in piede, ninna altra cosa essere di ciò cagione, se
non che o per lunga usanza la natura delle cose è mutata.
1 - VITA DI DANTE 5
come sovente veggiamo avvenire, o è speziale miracolo, nel
quale, per li meriti d'alcuno nostro passato. Dio, contra ogni
umano avvedimento ne sostiene, o è la sua pazienzia, la quale
forse il nostro riconoscimento attende; il quale se a lungo
andare non seguirà, niuno dubiti che la sua ira, la quale con
lento passo procede alla vendetta, non ci serbi tanto più grave
tormento, che appieno supplisca la sua tardità. Ma, percioché,
come che impunite ci paiono le mal fatte cose, quelle non so-
lamente dobbiamo fuggire, ma ancora, bene operando, d'amen-
darle ingegnarci ; conoscendo io me essere di quella medesima
città, avvegnaché picciola parte, della quale, considerati li me-
riti, la nobiltà e la vertù, Dante Alighieri fu grandissima, e per
questo, si come ciascun altro cittadino, a' suoi onori sia in so-
lido obbligato ; comeché io a tanta cosa non sia sofficiente,
nondimeno secondo la mia picciola facultà, quello ch'essa do-
vea verso lui magnificamente fare, non avendolo fatto, m'in-
gegnerò di far io; non con istatua o con egregia sepoltura,
delle quali è oggi appo noi spenta l'usanza, né basterebbono
a ciò le mie forze, ma con lettere povere a tanta impresa.
Di queste ho, e di queste darò, accioché igualmente, e in
tutto e in parte, non si possa dire fra le nazioni strane, verso
cotanto poeta la sua patria essere stata ingrata. E scriverò in
istilo assai umile e leggiero, peroché più alto noi mi presta
lo 'ngegnor'e""TTer nostro fiorentino idioma, accioché da quello, ,
ch'egli usò nella maggior parte delle sue opere, non discordi, [
quelle cose le quali esso di sé onestamente tacette: cioè la no-
biltà della sua origine, la vita, gli studi, i costumi; raccogliendo
appresso in uno l'opere da lui fatte, nelle quali esso sé si
chiaro ha renduto a' futuri, che forse non meno tenebre che
splendore gli daranno le lettere mie, come che ciò non sia di
mio intendimento né di volere; contento sempre, e in questo
e in ciascun'altra cosa, da ciascun più savio, là dove io di-
fettuosamente parlassi, essere corretto^ Il che accioché non
avvenga, umilemente priego Colui che lui trasse per si alta scala
a vedersi, come sappiamo, che al presente aiuti e guidi lo 'nge-
gno mio e la debole mano.
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VITA DI DANTE
II
PATRIA E MAGGIORI DI DANTE
Fiorenza, intra l'altre città italiane più nobile, secondo che
l'antiche istorie e la comune opinione de' presenti pare che vo-
gliano, ebbe inizio da' romani; la quale in processo di tempo
aumentata, e di popolo e di chiari uomini piena, non solamente
città, ma potente cominciò a ciascun circunstante ad apparere.
Ma qual si fosse, o contraria fortuna o avverso cielo o li loro
meriti, agli alti inizi dì mutamento cagione, ci è incerto; ma
certissimo abbiamo, essa non dopo molti secoli da Attila, cru-
delissimo re de' vandali e generale guastatore quasi di tutta Italia,
uccisi prima e dispersi tutti o la maggior parte di quegli cit-
tadini, che ['n] quella erano o per nobiltà di sangue o per
qualunque altro stato d'alcuna fama, in cenere la ridusse e in
ruine: e in cotale maniera oltre al trecentesimo anno si crede
che dimorasse. Dopo il qual termine, essendo non senza ca-
gione di Grecia il romano imperio in Gallia translatato, e alla
imperiale altezza elevato Carlo magno, allora clementissimo re
de' franceschi ; più fatiche passate, credo da divino spirito mosso,
alla reedificazione della desolata città lo 'mperiale animo dirizzò;
e da quegli medesimi che prima conditori n'erano stati, come
che in picciol cerchio di mura la riducesse, in quanto potè,
simile a Roma la fé' reedificare e abitare; raccogliendovi nondi-
meno dentro quelle poche reliquie, che si trovarono de' discen-
denti degli antichi scacciati.
Ma intra gli altri novelli abitatori, forse ordinatore della
reedificazione, partitore delle abitazioni e delle strade, e datore
al nuovo popolo delle leggi opportune, secondo che testimonia
la fama, vi venne Hp pnma i^n nnhilissimQ p-invìino per ivichiatta
de' FrangiapaoL e nominato da tutti Eliseo; il quale per av-
ventura, poi eh' ebbe la principale cosa, per la quale venuto
v'era, fornita, o dall'amore della città nuovamente da lui
I - VITA DI DANTE 7
ordinata, o dal piacere del sito, al quale forse vide nel futuro
dovere essere il cielo favorevole, o da altra cagione che si fosse,
tratto, in quella divenne perpetuo cittadino, e dietro a sé di
figliuoli e di discendenti lasciò non picciola né poco laudevole
schiatta: li quali, l'antico sopranome de' loro maggiori abban-
donato, per sopranome presero il nome di colui che quivi loro
aveva dato cominciamento, e tutti insieme si chiamar gli Elisei.
De' quali di tempo in tempo, e d'uno in altro discendendo, tra
gli altri nacque e visse uno cavaliere per arme e per senno
ragguardevole e valoroso, il cui nome fu Cacciaguida; al quale
nella sua giovanezza fu data da' suo' maggior per isposa una
donzella nata degli Aldighieri di Ferrara, cosi per bellezza e
per costumi, come per nobiltà di sangue pregiata, con la quale
più anni visse, e di lei generò più figliuoli. E comeché gli altri
nominati si fossero, in uno, si come le donne sogliono esser
vaghe di fare, le piacque di rinnovare il nome de' suoi passati,
e nominollo Aldighieri; comeché il vocabolo poi, per sottrazione
di questa lettera « d » corrotto, rimanesse Alighieri. Il valore
di costui fu cagione a quegli che discesero di lui, di lasciare
il titolo degli Elisei, e di cognominarsi degli Alighieri; il
che ancora dura infino a questo giorno. Del quale, comeché
alquanti figliuoli e nepoti e de' nepoti figliuoli discendessero,
regnante Federico secondo imperadore, uno ne nacque, il cui
nome fu Alighieri, il quale più per la futura prole che per sé
doveva esser chiaro ; la cui donna gravida, non guari lontana
al tempo del partorire, per sogno vide quale doveva essere il
frutto del ventre suo; comeché ciò non fosse allora da lei
conosciuto né da altrui, ed oggi, per lo effetto seguito, sia
manifestissimo a tutti.
Pareva alla gentil donna nel suo sonno essere sotto uno
altissimo alloro, sopra uno verde prato, allato ad una chiarissima
fonte, e quivi si sentia partorire un figliuolo, il quale in bre-
vissimo tempo, nutricandosi solo dell'orUbche, le quali dell'alloro
cadevano, e dell'onde della chiara fonte, le parea che divenisse
un pastore, e s'ingegnasse a suo potere d'avere delle fronde
dell'albero, il cui frutto l'avea nudrito; e, a ciò sforzandosi, le
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8 I - VITA DI DANTE
parea vederlo cadere, e nel rilevarsi non uomo più, ma uno
paone il vedea divenuto. Della qual cosa tanta ammirazione le
giunse, che ruppe il sonno; né guari di tempo passò che il
termine debito al suo parto venne, e partorì uno figliuolo, il
quale di comune consentimento col padre di lui per nome chia-
maron Dante: e meritamente, percioché ottimamente, si come
si vedrà procedendo, segui al nome l'effetto.
Questi fu quel Dante, del quale è il presente sermone; questi
fu quel Dante, che a' nostri seculi fu conceduto di speziale
grazia da Dio; questi fu quel Dante, il qual primo doveva al
ritorno delle muse, sbandite d'Italia, aprir la via. Per costui la
chiarezza del fiorentino idioma è dimostrata; per costui ogni
V Ò^ bellezza di volgar parlare sotto debiti numeri è regolata; per
costui la morta poesi meritamente si può dir suscitata: le quali
cose, debitamente guardate, lui niuno altro nome che Dante
poter degnamente avere avuto dimostreranno.
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III
SUOI STUDI
Nacque questo singulare splendore italico nella nostra città,
vacante il romano imperio per la morte di Federigo già detto,
negli anni della salutifera incarnazione del Re dell'universo
MCCLXV, sedente Urbano papa quarto nella cattedra di san
Piero, ricevuto nella paterna casa da assai lieta fortuna: lieta,
dico, secondo la qualità del mondo che allora correa. Ma, quale
che ella si fosse, lasciando stare il ragionare della sua infanzia,
nella quale assai segni apparirono della futura gloria del suo
ingegno, dico che dal principio della sua puerizia, avendo già >.
li primi elementi delle lettere impresi, non, jso^iidcJLcosiiime- ^%^-
de' nobili odierni, si diede alle fanciullesche lascivie e agli ozi, l \
nel grembo della madre impigrendo, ma nella propia patria
tutta la sua puerizia con istudio continuo diede alle liberali arti,
e in quelle mirabilmente divenne esperto. E crescendo insieme
I - VITA DI DANTK
con gli anni T'animo e lo 'ngegno, non a' lucrativi studi, alli [¥^
quali ^eneralmenteoggi corre ciascuno, si dispose, ma da una
laudevole vaghezza di perpetua fama [tratto], sprezzando le tran-
sitorie ricchezze, liberamente si diede a volere aver piena notizia
delle fizioni poetiche e dell'artificioso dimostramento di quelle.
Nel quale esercizio familiarissimo divenne di Virgilio, d'Orazio,
d'Ovidio, di Stazio e di ciascun altro poeta famoso; non sola-
mente avendo caro il conoscergli, ma ancora, altamente^can- I L^"^
tando, s'ingegnò d'imitarli, come le sue opere mostrano, delle
quali appresso a suo tempo favelleremo. E, avvedendosi le poe-|
tiche opere non essere vane o semplici favole o maraviglie, come l ^^
molti stolti estimano, ma sotto sé dolcissimi frutti di verità \ ^
istoriografe o filosofiche avere nascosti ; per la quale cosa pie- I
namente, sanza le istorie e la morale e naturale filosofia, le
poetiche intenzioni avere non si potevano intere; partendo i
tempi debitamente, le istorie da sé, e la filosofia sotto diversi
dottori s'argomentò, non sanza lungo studio e affanno, d'inten-
dere. E, preso dalla dolcezza del conoscere il vero delle cose
racchiuse dal cielo, niuna altra più cara che questa trovandone
in questa vita, lasciando del tutto ogni altra temporale solle-
citudine, tutto a questa sola si diede. E, accioché niuna parte
di filosofia non veduta da lui rimanesse, nelle profondità altis-
sime della teologia con acuto ingegno si mise. Né fu dalla
intenzione l'effetto lontano, percioché, non curando né caldi
né freddi, vigilie né digiuni, né alcun altro corporale disagio,
con assiduo studio pervenne a conoscere della divina essenzia
e dell'altre separate intelligenzie quello che per umano inge-
gno qui se ne può comprendere. E cosi come in varie etadi
varie scienze furono da lui conosciute studiando, cosi in vari
studi sotto vari dottori le comprese.
Egli li primi inizi, si come di sopra è dichiarato, prese nella
propia patria, e di quella, si come a luogo più fertile di tal
rjhn, n 'gridò a Bologna; e già vicino alll sua vecchiezza n'andò
a Parigi, dove, con tanta gloria di sé, disputando, più volte
mostrò l'altezza del suo ingegno, che ancora, narrandosi, se
ne maravigliano gli uditori. E di tanti e si fatti studi non
IO I - VITA DI DANTE
ingiustamente meritò altissimi titoli : percioché alcuni il chiama-
rono sempre « poeta », altri « filosofo » e molti « teologo », men-
tre visse. Ma, percioché tanto è la vittoria più gloriosa al vinci-
tore, quanto le forze del vinto sono state maggiori, giudico esser
convenevole dimostrare, di come fluttuoso e tempestoso mare
costui, gittato ora in qua ora in là, vincendo l'onde parimente
e' venti contrari, pervenisse al salutevole porto de* chiarissimi
titoli già narrati.
IV
IMPEDIMENTI AVUTI DA DANTE AGLI STUDI
Gli Studi generalmente sogliono solitudine e rimozione di
sollecitudine e tranquillità d'animo disiderare, e massimamente
gli speculativi, a' quali il nostro Dante, si come mostrato è,
si diede tutto. In luogo della quale rimozione e quiete, quasi
dallo inizio della sua vita infino all'ultimo della morte, Dante
ebbe fierissima e importabile passione d'amore, moglie, cura
familiare e publica, esilio e povertà; l'altre lasciando più par-
ticulari, le quali di necessità queste si traggon dietro: le quali,
accioché più appaia della loro gravezza, partitamente conve-
nevole giudico di spiegarle.
V
AMORE PER BEATRICE
Nel tempo nel quale la dolcezza del cielo riveste de' suoi
ornamenti la terra, e tutta per la varietà de' fiori mescolati fra
le verdi frondi la fa ridente, era usanza della nostra città, e
degli uomini e delle donne, nelle loro contrade ciascuno in
distinte compagnie festeggiare; per la qual cosa, infra gli altri
per avventura. Folco Portinari, uomo assai orrevole in que'
tempi tra' cittadini, il primo di di maggio aveva i circustanti
I - VITA DI DANTE II
vicini raccolti nella propia casa a festeggiare, infra li quali
era il già nominato Alighieri. Al quale, si come i fanciulli pic-
coli, e spezialmente a' luoghi festevoli, sogliono li padri seguire,
Dante, il cui nono anno non era ancora finito, seguito avea ;
e quivi mescolato tra gli altri della sua età, de' quali cosi maschi
come femmine erano molti nella casa del festeggiante, servite
le prime mense, di ciò che la sua picciola età poteva operare,
puerilmente si diede con gli altri a trastullare.
Era intra la turba de' giovinetti una figliuola del sopradetto
Folco, il cui nome era Bice, comeché egli sempre dal suo pri-
mitivo, cioè Beatrice, la nominasse, la cui età era forse d'otto
anni, leggiadretta assai secondo la sua fanciullezza, e ne' suoi l
atti gentilesca e piacevole molto, con costumi e con parole assai j V
più gravi e modeste che il suo picciolo tempo non richiedea ; '
e, oltre a questo, aveva le fattezze del viso dilicate molto e '
ottimamente disposte, e piene, oltre alla bellezza, di tanta onesta
vaghezza, che quasi una angioletta era reputata da molti. Costei
adunque, tale quale io la disegno, o forse assai più bella, ap-
parve in questa festa, non credo primamente, ma prima possente
ad innamorare, agli occhi del nostro Dante: il quale, ancoraché
fanciul fosse, con tanta affezione la bella imagine di lei ricevette
nel cuore, che da quel giorno innanzi, mai, mentre visse, non
se ne diparti. Quale ora questa si fosse, ninno il sa; ma, o
conformità di complessioni o di costumi o speziale influenzia
del cielo che in ciò operasse, o, si come noi per esperienza
veggiamo nelle feste, per la dolcezza de' suoni, per la generale
allegrezza, per la dilicatezza de' cibi e de' vini, gli animi ezian-
dio degli uomini maturi, non che de' giovinetti, ampliarsi e
divenire atti a poter essere leggiermente presi da qualunque
cosa che piace; è certo questo esserne divenuto, cioè Dante
nella sua pargoletta età fatto d'amore ferventissimo servidore.
Ma, lasciando stare il ragionare de' puerili accidenti, dico che
con l'età multiplicarono l'amorose fiammfe, in tanto che niun'al-
tra cosa gli era piacere o riposo o conforto, se non il vedere
costei. Per la qual cosa, ogni altro affare lasciandone, sollecitis-
simo andava là dovunque credeva potere vederla, quasi del viso
12 I - VITA DI DANTE
o degli occhi di lei dovesse attignere ogni suo bene e intera
consolazione.
Oh insensato giudici© degli amanti! chi altri che essi esti-
merebbe per aggiugnimento di stipa fare le fiamme minori?
Quanti e quali fossero li pensieri, li sospiri, le lagrime e l'altre
passioni gravissime poi in più provetta età da lui sostenute
per questo amore, egli medesimo in parte il dimostra nella
sua Vita nova, e però più distesamente non curo di raccon-
tarle. Tanto solamente non voglio che non detto trapassi, cioè
che, secondo che egli scrive e che per altrui, a cui fu noto
1 suo disio, si ragiona, onestissimo fu questo amore, né mai
apparve, o per isguardo o per parola o per cenno, alcuno
libidinoso appetito né nello amante né nella cosa amata: non
picciola maraviglia al mondo presente, del quale è si fuggito
ogni onesto piacere, e abituatosi l'avere prima la cosa che piace
JqA 1/ I conformata alla sua lascivia che diliberato d'amarla, che in
[j\ miracolo è divenuto, si come cosa rarissima, chi amasse altra-
mente. Se tanto amore e si lungo potè il cibo, i sonni e cia-
scun'altra quiete impedire, quanto si dee potere estimare lui
essere stato avversario agli sacri studi e allo 'ngegno? Certo,
non poco; comeché molti vogliano lui essere stato incitatore
di quello, argomento a ciò prendendo dalle cose leggiadramente
nel fiorentino idioma e in rima, in laude della donna amata, e
accioché li suoi ardori e amorosi concetti esprimesse, già fatte
da lui; ma certo io noi consento, se io non volessi già affer-
mare l'ornato parlare essere sommissima parte d'ogni scienza;
che non è vero.
VI
DOLORE DI DANTE PER LA MORTE DI BEATRICE
Come ciascuno puote evidentemente conoscere, ninna cosa
è stabile in questo mondo; e, se ninna leggermente ha muta-
mento, la nostra vita è quella. Un poco di soperchio freddo
I - VITA DI DANTE 1 3
o di caldo che noi abbiamo, lasciando stare gli altri infiniti
accidenti e possibili, da essere a non essere sanza diffìcultà ci
conduce: né da questo gentilezza, ricchezza, giovanezza, né
altra mondana dignità è privilegiata; della quale comune legge
la gravità convenne a Dante prima per l'altrui morte provare
che per la sua. Era quasi nel fine del suo vigesimoquarto anno
la bellissima Beatrice, quando, si come piacque a Colui che
tutto puote, essa, lasciando di questo mondo l'angosce, n'andò
a quella gloria che li suoi meriti l'avevano apparecchiata. Della
qual partenza Dante in tanto dolore, in tanta afflizione, in tante
lagrime rimase, che molti de' suoi più congiunti e parenti ed
amici ninna fine a quelle credettero altra che solamente la
morte; e questa estimarono dover essere in brieve, vedendo lui
a niun conforto, a ninna consolazione pòrtagli dare orecchie.
Gli giorni erano alle notte iguali e agli giorni le notti; delle
quali niuna ora si trapassava senza guai, senza sospiri e senza
copiosa quantità di lagrime ;je parevano li suoi occhi due ab- jj
bondantissime fontane d'acqua siirgenfe^ in tanto che più sii
maravigliarono donde tanto umore egli avesse che al suo pianto
bastasse. Ma, si come noi veggiamo, per lunga usanza le pas-
sioni divenire agevoli a comportare, e similmente nel tempo
ogni cosa diminuire e perire; avvenne che Dante infra alquanti
mesi apparò a ricordarsi, senza lagrime. Beatrice esser morta,
e con più dritto giudicio, dando alquanto il dolore luogo alla
ragione, a conoscere li pianti e li sospiri non potergli, né ancora
alcuna altra cosa, rendere la perduta donna. Per la qual cosa
con più pazienza s'acconciò a sostenere l'avere perduta la sua
presenzia; né guari di spazio passò che, dopo le lasciate lagrime,
li sospiri, li quali già erano alla loro fine vicini, cominciarono
in gran parte a partirsi sanza tornare.
Egli era si per lo lagrimare, si per l'afflizione che il cuore
sentiva dentro, e si per lo non avere di sé alcuna cura, di fuori
divenuto quasi una cosa salvatica a rigulirdare: magro, barbuto
e quasi tutto trasformato da quello che avanti esser solca; in-
tanto che '1 suo aspetto, nonché negli amici, ma eziandio in
ciascun altro che il vedea, a forza di sé metteva compassione ;
14 I - VITA DI DANTK
comeché egli poco, mentre questa vita cosi lagrimosa durò,
altrui che ad amici veder sì lasciasse.
Questa compassione e dubitanza di peggio facevano li suoi
parenti stare attenti a' suoi conforti; li quali, come alquanto
videro le lagrime cessate e conobbero li cocenti sospiri alquanto
dare sosta al faticato petto, con le consolazioni lungamente per-
dute rincominciarono a sollecitare lo sconsolato; il quale, come
che infino a quella ora avesse a tutte ostinatamente tenute le
orecchie chiuse, alquanto le cominciò non solamente ad aprire,
ma ad ascoltare volentieri ciò che intorno al suo conforto gli
fosse detto. La qual cosa veggendo i suoi parenti, accioché
del tutto non solamente de' dolori il traessero, ma il recassero
in allegrezza, ragionarono insieme di volergli dar moglie;
accioché, come la perduta donna gli era stata di tristizia ca-
gione, cosi di letizia gli fosse la nuovamente acquistata. E,
trovata una giovane, quale alla sua condizione era decevole,
con quelle ragioni che più loro parvero induttive, la loro inten-
zion gli scoprirono. E, accioché io particularmente non tocchi
ciascuna cosa, dopo lunga tenzone, senza mettere guari di tempo
in mezzo, al ragionamento segui l'effetto: e fu sposato.
VII
DIGRESSIONE SUL MATRIMONIO
Oh menti cieche, oh tenebrosi intelletti, oh argomenti vani di
molti mortali, quanto sono le riuscite in assai cose contrarie a'
vostri avvisi, e non sanza ragion le più volte! Chi sarebbe co-
lui che del dolce aere d'Italia, per soperchio caldo, menasse
alcuno nelle cocenti arene di Libia a rinfrescarsi, o dell'isola
di Cipri, per riscaldarsi, nelle eterne ombre de' monti Rodopei?
qual medico s'ingegnerà di cacciare l'aguta febbre col fuoco,
o il freddo delle medoUa dell'ossa col ghiaccio o con la neve?
Certo, ninno altro, se non colui che con nuova moglie crederà
l'amorose tribulazion mitigare. Non conoscono quegli, che ciò
I - VITA DI DANTE I5
credono fare, la natura d'amore, né quanto ogni altra passione
aggiunga alla sua. Invano si porgono aiuti o consigli alle sue
forze, se egli ha ferma radice presa nel cuore di colui che ha
lungamente amato. Cosi come ne' principi ogni picciola resi-
stenza è giovevole, cosi nel processo le grandi sogliono essere
spesse volte dannose. Ma da ritornare è al proposito, e da
concedere al presente che cose sieno, le quali per sé possano
l'amorose fatiche fare obliare.
Che avrà fatto però chi, per trarmi d'un pensiero noioso,
mi metterà in mille molto maggiori e di più noia? Certo niuna
altra cosa, se non che per giunta del male che m'avrà fatto,
mi farà disiderare di tornare in quello, onde m'ha tratto;
il che assai spesso veggiamo addivenire a' più, li quali o per
uscire o per essere tratti d'alcune fatiche, ciecamente o s'am-
mogliano o sono da altrui ammogliati ; né prima s'avveggiono,
d'uno viluppo usciti, essere intrati in mille, che la pruova,
sanza potere, pentendosi, indietro tornare, n'ha data esperienza.
Dierono gli parenti e gli amici moglie a Dante, perché le lagrime
cessassero di Beatrice. Non so se per questo, comeché le la-
grime passassero, anzi forse eran passate, si passò l'amorosa
fiamma ; che noi credo ; ma, conceduto che si spegnesse, nuove
cose e assai poterono più faticose sopravvenire. Egli, usato di
vegghiare ne' santi studi, quante volte a grado gli era, cogl'im-
peradori, co' re e con qualunque altri altissimi prencipi ragio-
nava, disputava co' filosofi, e co' piacevolissimi poetisi dilettava,
e l'altrui angosce ascoltando, mitigava le sue. Ora, quanto alla
nuova donna piace, è con costoro, e quel tempo, ch'ella vuole
''Ito da cosi celebre compagnia, gli conviene ascoltare i femmi-
:Ii ragionamenti, e quegli, se non vuol crescer la noia, contra
il suo piacere non solamente acconsentir, ma lodare. Egli, co-
stumato, quante volte la volgar turba gli rincresceva, di ritrarsi
in alcuna solitaria parte e, quivi speculando, vedere quale spi-
rito muove il cielo, onde venga la vita «gli animali che sono
in terra, quali sieno le cagioni delle cose, o premeditare alcune
invenzioni peregrine o alcune cose comporre, le quali appo
li futuri facessero lui morto viver per fama; ora non solamente
l6 1 - VITA DI DANTE
dalle contemplazioni dolci è tolto quante volte voglia ne viene
alla nuova donna, ma gli conviene essere accompagnato di
compagnia male a cosi fatte cose disposta. Egli, usato libera-
mente di ridere, di piagnere, di cantare o di sospirare, secondo
che le passioni dolci e amare il pungevano, ora o non osa, o
gli conviene non che delle maggiori cose, ma d'ogni picciol
sospiro rendere alla donna ragione, mostrando che '1 mosse,
donde venne e dove andò; la letizia cagione dell'altrui amore,
la tristizia esser del suo odio estimando.
Oh fatica inestimabile, avere con cosi sospettoso animale a
vivere, a conversare, e ultimamente a invecchiare o a morirei .
Io voglio lasciare stare la sollecitudine nuova e gravissima, la
quale si conviene avere a' non usati (e massimamente nella no-
stra città), cioè onde vengano ì vestimenti, gli ornamenti e le
camere piene di superflue dilicatezze, le quali le donne si fanno
a credere essere al ben vivere opportune; onde vengano li servi,
le serve, le nutrici, le cameriere; onde vengano i conviti, i doni,
i presenti che fare si convengono a' parenti delle novelle spose,
a quegli che vogliono che esse credano da loro essere amate;
e appresso queste, altre cose assai prima non conosciute da' li-
beri uomini; e venire a cose che fuggir non si possono. Chi
dubita che della sua donna, che ella sia bella o non bella, non
caggia il giudicio nel vulgo .-^ Se bella fia reputata, chi dubita
che essa subitamente non abbia molti amadori, de' quali alcuno
con la sua bellezza, altri con la sua nobiltà, e tale con mara-
vigliose lusinghe, e chi con doni, e quale con piacevolezza in-
festissimamente combatterà il non stabile animo? E quel, che
molti disiderano, malagevolmente da alcuno si difende. E alla
pudicizia delle donne non bisogna d'essere presa più che una
volta, a fare sé infame e i mariti dolorosi in perpetuo. Se per
isciagura di chi a casa la si mena, fia sozza, assai aperto veg-
giamo le bellissime spesse volte e tosto rincrescere ; che dunque
dell'altre possiamo pensare, se non che, non che esse, ma an-
cora ogni luogo nel quale esse sieno credute trovare da coloro,
a' quali sempre le conviene aver per loro, è avuto in odio?
Onde le loro ire nascono, né alcuna fiera £_BÌù_né tanto crudgje
I - VITA DI DANTE I7
quanto la femmina adirata> né può viver sicuro di sé, chi sé
commette ad alcuna, alla quale paia con ragione esser crucciata;
che pare a tutte.
Che dirò de* loro costumi? Se io vorrò mostrare come e
quanto essi sieno tutti contrari alla pace e al riposo degli
uomini, io tirerò in troppo lungo sermone il mio ragionare; e
però uno solo, quasi a tutte generale, basti averne detto. Esse
immaginano il bene operare ogni menomo servo ritener nella
casa, e il contrario fargli cacciare; per che estimano, se ben
fanno, non altra sorte esser la lor che d'un servo: per che allora
par solamente loro esser donne, quando, male adoperando, non
vengono al fine che' fanti fanno. Perché voglio io andare dimo-
strando particularmente quello che gli più sanno? Io giudico
che sia meglio il tacersi che dispiacere, parlando, alle vaghe
donne. Chi non sa che tutte l'altre cose si pruovano, prima che
colui, di cui debbono esser, comperate, le prenda, se non la
moglie, accioché prima non dispiaccia che sia menata? A cia-
scuno che la prende, la conviene avere non tale quale egli la
vorrebbe, ma quale la fortuna gliele concede. E se le cose che
di sopra son dette son vere (che il sa chi provate l'ha), possiamo
pensare quanti dolori nascondano le camere, li quali di fuori,
da chi non ha occhi la cui perspicacità trapassi le mura, sono
reputati diletti. Certo io non affermo queste cose a Dante essere
vvenute, che noi so; comeché vero sia che, o simili cose a
queste, o altre che ne fosser cagione, egli, una volta da lei par-
titosi, che per consolazione de' suoi affanni gli era stata data,
mai né dove ella fosse volle venire, né sofferse che là dove egli
fosse ella venisse giammai ; con tutto che di più figliuoli egli
insieme con lei fo.sse parente. Né creda alcuno che io per le
11 dette cose voglia conchiudere gli uomini non dover tórre
moglie; anzi il lodo molto, ma non a ciascuno. Lascino i filo-
sofanti lo sposarsi a' ricchi stolti, a' signori e a' lavoratori, e
essi con la filosofia si dilettino, molto minore sposa che alcuna
altra.
G. Boccaccio, Scritti danteschi -i.
l8 1 - VITA DI DANTE
Vili
OPPOSTE VICENDE DELLA VITA PUBBLICA DI DANTE
Natura generale è delle cose temporali, l'una l'altra tirarsi
di dietro. La familiar cura trasse Dante alla publica, nella quale
tanto l'avvilupparono li vani onori che alli publici ofici con-
giunti sono, che, senza guardare donde s'era partito e dove
andava con abbandonate redine, quasi tutto al governo di quella
si diede ; e fugli tanto in ciò la fortuna seconda, che ninna le-
gazion s'ascoltava, a ninna si rispondea, ninna legge si fer-
mava, ninna se ne abrogava, ninna pace si faceva, ninna guerra
publica s'imprendeva, e brievemente niuna diliberazione, la
quale alcuno pondo portasse, si pigliava, s'egli in ciò non di-
yi cesse prima la sua sentenzia. In lui tutta la publica fede, in lui
ogni speranza, in lui sommariamente le divine cose e l'umane
parevano esser fermate. Mala Fortuna, volgitrice de' nostri con-
sigli e inimica d'ogni umano stato, comeché per alquanti anni
nel colmo della sua rota gloriosamente reggendo il tenesse, assai
diverso fine al principio recò a lui, in lei fidantesi di soperchio.
IX
COME LA LOTTA DELLE PARTI LO COINVOLSE
Era al tempo di costui la fiorentina cittadinanza in due parti
perversissimamente divisa, e, con l'operazioni di sagacissimi e
avveduti prencipi di quelle, era ciascuna assai possente ; intanto
che alcuna volta l'una e alcuna l'altra reggeva oltre al pia-
cere della sottoposta. A volere riducere a unità il partito corpo
della sua republica, pose Dante ogni suo ingegno, ogni arte,
ogni studio, mostrando a' cittadini più savi come le p^ran cose
I - VITA DI DANTE I9
per la discordia in brieve tempo tornano al niente, e le picciole • /
per la concordia crescere in infinito. Ma, poi che vide essere vana
la sua fatica, e conobbe gli animi degli uditori ostinati; creden-
dolo giudici© di Dio, prima propose di lasciar del tutto ogni
publico oficio e vivere seco privatamente; poi dalla dolcezza
della gloria tirato e dal vano favor popolesco e ancora dalle
persuasioni de' maggiori; credendosi, oltre a questo, se tempo
gli occorresse, molto più di bene potere operare per la sua
città, se nelle cose publiche fosse grande, che a sé privato e
da quelle del tutto rimosso (oh stolta vaghezza degli umani splen-
dori, quanto sono le tue forze maggiori, che creder non può
chi provati non gli ha!): il maturo uomo e nel santo seno della
filosofia allevato, nutricato e ammaestrato, al quale erano da- / , ijt
vanti dagli occhi i cadimenti de' re antichi e de' moderni, le ( ^ (/ ^
desolazioni de' regni, delle province e delle città e li furiosi /^m^ ;
impeti della Fortuna, niun altro cercanti che l'alte cose, non A . r
si seppe o non si potè dalla tua dolcezza guardare. tiuvv^ f"
rprmrmqi pdunque^ Dante a volere seguire gli onori caduchi^ ^^-t*^^ )
e la vana pompa dei publici ofici; e. veggendo che per se me-
desimo non potea una terza parte tenere, la quale, giustissima,
l'ingiustizia dell'altre due abbattesse, tornandole ad unità; con
quella s'accostò, nella quale, secondo il suo giudicio, era più
di ragione e di giustizia; operando continuamente ciò che sa-
lutevole alla sua patria e a' cittadini conoscea. Ma gli umani
consigli le più delle volte rimangon vinti dalle forze del cielo.
Gli odii e l'animosità prese, ancora che sanza giusta cagione
nati fossero, di giorno in giorno divenivan maggiori, in tanto
che non senza grandissima confusione de' cittadini, più volte si
venne all'arme con intendimento di por fine alla lor lite col
fuoco e col ferro: si accecati dall'ira, che non vedevano sé con
quella miseramente perire. Ma, poi che ciascuna delle parti ebbe
più volte fatta pruova delle sue forze con vicendevoli danni
dell'una e dell'altra; venuto il tempo cìfe gli occulti consigli
della minacciante fortuna si doveano scoprire, la fama, parimente
del vero e del falso rapportatrice, nunziando gli avversari della
parte presa da Dante, di maravigliosi e d'astuti consigli esser
20 I - VITA DI DANTE
^ forte e di grandissima moltitudine d'armati, si gli prencipi
( de' collegati di Dante spaventò, che ogni Consilio, ogni avve-
dimento e ogni argomento cacciò da loro, se non il cercare con
X /*fuga la loro salute; co' quali insieme Dante, in un momento
Y A^ prostrato della sommità del reggimento della sua città, non so-
lamente gittato in terra si vide, ma cacciato di quella. Dopo
questa cacciata non molti di, essendo già stato dal popolazzo
corso alle case de' cacciati, e furiosamente votate e rubate, poi
che i vittoriosi ebbero la città riformata secondo il loro giudicio,
furono tutti i prencipi de' loro avversari, e con loro, non come
de' minori ma quasi principale. Dante, si come capitali nemici
della republica dannati a perpetuo esilio, e li loro stabili beni
\ o in publico furon ridotti, o alienati a' vincitori.
J
SI MALEDICE ALL'INGIUSTA CONDANNA D'ESILIO
Questo merito riportò Dante del tenero amore avuto alla sua
patria! questo merito riportò Dante dell'affanno avuto in voler
tórre via le discordie cittadine! questo merito riportò Dante
dell'avere con ogni sollecitudine cercato il bene, la pace e la
tranquiUità de' suoi cittadini ! Per che assai manifestamente ap-
pare quanto sieno vóti di verità i favori de' popoli, e quanta
fidanza si possa in essi avere. Colui, nel quale poco avanti pa-
reva ogni publica speranza esser posta, ogni affezione cittadina,
ogni rifugio populare; subitamente, senza cagione legittima,
senza offesa, senza peccato, da quel romore, il quale per ad-
drieto s'era molte volte udito le sue laude portare infino alle
stelle, è furiosamente mandato in inrevocabile esilio. Questa fu
la marmorea statua fattagli ad eterna memoria della sua virtù !
', con queste lettere fu il suo nome tra quegli de* padri della patria
scritto in tavole d'oro! con cosi favorevole romore gli furono
rendute grazie de' suoi benefici! Chi sarà dunque colui che, a
VITA DI DANTK
queste cose guardando, dica la nostra republica da questo pie j^^^"^
non andare jgjancata? ^
Oh vana fidanza de' mortali, da quanti esempli altissimi se'
tu continuamente ripresa, ammonita e gastigata ! Deh! se Cam-
mino, Rutilio, Coriolano, e l'uno e l'altro Scipione, e gli altri £^A^-^
antichi valenti uomini per la lunghezza del tempo interposto ti eJ-'^X
sono della memoria caduti, questo ricente caso ti faccia con più U
temperate redine correr ne' tuoi piaceri. Ninna cosa ci ha meno
stabilita che la popolesca grazia; ninna più pazza speranza, niuno
più folle consiglio che quello che a crederle conforta nessuno.
Levinsi adunque gli animi al cielo, nella cui perpetua legge,
nellicui eterni splendori, nella cui vera bellezza si potrà senza
alcuna oscurità conoscere la stabilità di Colui che lui e le altre . «(v
cose con ragione muove; accioché, si come in termine fisso,
lasciando le transitorie cose, in lui si fermi ogni nostra speranza,
u^-^
se trovare non ci vogliamo ingannati. * ,y,.y^>^ ^
XI
LA VITA DEL POETA ESULE
SINO ALLA VENUTA IN ITALIA DI ARRIGO SETTIMO
Uscito adunque in cotal maniera Dante di quella città, della
quale egli non solamente era cittadino, ma n'erano li suoi mag- .VnJ^-^'
glori stati reedificatori, e lasciatavi la sua donna, insieme con
l'altra famiglia, male per picciola età alla fuga disposta; di lei v Ir»*^"
sicuro, percioché di consanguinità la sapeva ad alcuno de' ( ^'^
prencipi della^,naLte avversa conHunta. di se medesimo or qua -^y^^* ^ \
or là incerto, andava vagando per Toscana. Era alcuna parti- ,. -
cella delle sue possessioni dalla donna col titolo della sua dote
dalla cittadina rabbia stata con fatica dife^, de' frutti della quale
essa sé e i piccioli figliuoli di lui assai sottilmente reggeva; per
la qual cosa povero, con industria disusata gli convenia il sosten-
tamento di se medesimo procacciare. Oh quanti onesti sdegni
2 2 I - VITA DI DANTE
gli convenne posporre, più duri a lui che morte a trapassare,
promettendogli la speranza questi dover esser brievi, e prossima
la tornata! Egli, oltre al suo stimare, parecchi anni, tornato da
Verona (dove nel primo fuggire a messer Alberto della Scala
n'era ito, dal quale benignamente era stato ricevuto), quando
col conte Salvatico in Casentino, quando col marchese Morruello
Malespina in Lunigiana, quando con quegli della Faggiuola ne*
monti vicini ad Orbino, assai convenevolmente, secondo il tempo
e secondo la loro possibilità, onorato si stette. Quindi poi se
n'andò a Bologna, dove poco stato n'andò a Padova, e quindi
da capo si ritornò a Verona. Ma poi ch'egli vide da ogni parte
chiudersi la via alla tornata, e di di in di più divenire vana la
sua speranza; non solamente Toscana, ma tutta Italia abbando-
Inata, passati i monti che quella dividono dalla provincia di Gallia,
come potè, se n'andò a Parigi; e quivi tutto si diede allo studio
e della filosofia e della teologia, ritornando ancora in sé dell'altre
scienzie ciò che forse per gli altri impedimenti avuti se ne era
partito. E in ciò il tempo studiosamente spendendo, avvenne
che oltre al suo avviso, Arrigo, conte di Luzimborgo, con vo-
lontà e mandato di Clemente papa V, il quale allora sedea, fu
eletto in re de' romani, e appresso coronato imperadore. Il quale
sentendo Dante della Magna partirsi per soggiogarsi Italia, alla
sua maestà in parte rebelle, e già con potentissimo braccio
tenere Brescia assediata, avvisando lui per molte ragioni dover
essere vincitore; prese speranza con la sua forza e dalla sua
giustizia di potere in Fiorenza tornare, comeché a lui la sen-
tisse contraria. Perché ripassate l'alpi, con molti nemici di
fiorentini e di lor parte congiuntosi, e con ambascerie e con
lettere s'ingegnarono di tirare lo 'mperadore da l'assedio di
Brescia, accioché a Fiorenza il ponesse, si come a principale
jmembro de' suoi nemici ; mostrandogli che, superata quella,
-ninna fatica gli restava, o piccola, ad avere libera ed espedita
la possessione e il dominio di tutta Italia. E comeché a lui
e agli altri a ciò tenenti venisse fatto il trarloci, non ebbe perciò
la sua venuta il fine da loro avvisato: le resistenze furon gran-
dissime, e assai maggiori che da loro avvisate non erano ; per che.
1 - VITA DI DANTE 23
senza avere niuna notevole cosa operata, lo 'mperadore, parti-
tosi quasi disperato, verso Roma drizzò il suo cammino. E come
che in una parte e in altra più cose facesse, assai ne ordinasse
e molte di farne proponesse, ogni cosa ruppe la troppo avac-
ciata morte di lui : per la qual morte generalmente ciascuno che
a lui attendea disperatosi, e massimamente Dante, sanza andare
di suo ritorno più avanti cercando, passate l'alpi d'Appennino,
se ne andò in Romagna, là dove l'ultimo suo di, e che alle
sue fatiche doveva por fine, l'aspettava.
XII
DANTE OSPITE DI GUIDO NOVEL DA POLENTA
Era in que' tempi signore di Ravenna, famosa e antica città
di Romagna, uno nobile cavaliere, il cui nome era Guido Novel
da Polenta ; il quale, ne' liberali studi ammaestrato, sommamente
i valorosi uomini onorava, e massimamente quegli che per
iscienza gli altri avanzavano. Alle cui orecchie venuto Dante,
fuori d'ogni speranza, essere in Romagna (avendo egli lungo
tempo avanti per fama conosciuto il suo valore) in tanta dispe-
razione, si dispose di riceverlo e d'onorarlo. Né aspettò di ciò
da lui essere richiesto, ma con liberale animo, considerata qual <^
sia a' valorosi la vergogna del domandare, e con proferte, gli >'^
si fece davanti, richiedendo di speziai grazia a Dante quello 1 c-*-"^^^
ch'egli sapeva che Dante a lui dovea dimandare: cioè che seco
li piacesse di dover essere. Concorrendo adunque i due voleri
a un medesimo fine, e del domandato e del domandatore, e
piacendo sommamente a Dante la liberalità del nobile cavaliere,
e d'altra parte il bisogno strignendolo, senza aspettare più inviti
che '1 primo, se n'andò a Ravenna, dove onorevolemente dal
signore di quella ricevuto, e con piace\^li conforti risuscitata
la caduta speranza, copiosamente le cose opportune donandogli,
in quella seco per più anni il tenne, anzi infino a l'ultimo della
vita di lui.
24 I - VITA DI DANTE
XIII
SUA PERSEVERANZA AL LAVORO
""^ Non poterono gli amorosi disiri, né le dolenti lagrime, né
/ \* la sollecitudine casalinga, né la lusinghevole gloria de' publici
(^ ofici, né il miserabile esilio, né la intollerabile povertà giammai
^ ^ "^ con le lor forze rimuovere il nostro Dante dal principale intento,
)/ ^y y/\ cioè da' sacri studi ; percioché, si come si vederà dove appresso
ó** .v>*^ ^ partitamente dell'opere da lui fatte si farà menzione, egli, nel
' y^ mezzo di qualunque fu più fiera delle passioni sopradette, si
troverà componendo essersi esercitato. E se, obstanti cotanti e
cosi fatti avversari, quanti e quali di sopra sono stati mostrati,
egli per forza d'ingegno e di perseveranza riusci chiaro qual
N^ noi veggiamo ; che si può sperare ch'esso fosse divenuto, avendo
avuti altrettanti aiutatori, o almeno ninno contrario, o pochis-
simi, come hanno molti? Certo, io non so; ma se licito fosse
7^ ì/ I a dire, io direi ch'egli fosse in terra divenuto uno iddio.
XIV
GRANDEZZA DEL POETA VOLGARE - SUA MORTE
Abitò adunque Dante in Ravenna, tolta via ogni speranza
di ritornare mai in Firenze (comeché tolto non fosse il disio)
più anni sotto la protezione del grazioso signore ; e quivi con
le sue dimostrazioni fece più scolari in poesia e massimamente
nella volgare; la quale, secondo il mio giudicio, egli primo
j non altramenti fra noi italici esaltò e recò in pregio, che, la ru^
\ Omero tra' greci o Virgilio traMatini^_pavanti a costui, come
che per poco spazio d'anni si creda che innanzi trovata fosse,
ninno fu che ardire o sentimento avesse, dal numero delle
sillabe e dalla consonanza delle parti estreme in fuori, di farla
VITA DI DANTE 25
k^
-^. . . . . . iJ
essere strumento d'alcuna I artificiosa^ materia ; anzi solamente
in leggerissime cose d'amore con essa s'esercitavano. Costui
mostrò con effetto con essa ogni alta materia potersi trattare,
e glorioso sopra ogni altro fece il volgar nostro.
Ma, poiché la sua ora venne segnata a ciascheduno, essendo
e.y:li già nel mezzo o presso del cinquantesimo sesto suo anno
infermato, e secondo la cristiana religione ogni ecclesiastico
sacramento umilmente e con divozione ricevuto, e a Dio per
contrizione d'ogni cosa commessa da lui centra al suo piacere,
si come da uomo, riconciliatosi; del mese di settembre negli
anni di Cristo mcccxxi, nel di che la esaltazione della santa
Croce si celebra dalla Chiesa, non sanza grandissimo dolore
del sopradetto Guido, e generalmente di tutti gli altri citta-
dini ravignani, al suo Creatore rendè il faticato spirito; il
quale non dubitt) che ricevuto non fosse nelle braccia della
sua nobilissima Beatrice, con la quale nel cospetto di Colui
eh' è sommo bene, lasciate le miserie della presente vita, ora
lietissimamente vive in quella, alla cui felicità fine giammai
non s'aspetta.
XV
SEPOLTURA E ONORI FUNEBRI
Fece il magnanimo cavaliere il morto corpo di Dante d'or-
namenti poetici sopra uno funebre letto adornare; e quello
fatto portare sopra gli omeri de' suoi cittadini più solenni,
infino al luogo de* frati minori in Ravenna, con quello onore
che a si fatto corpo degno estimava, infino quivi quasi con
publico pianto seguitolo, in una arca lapidea, nella quale an-
cora giace, il fece porre. E, tornato alla casa nella quale Dante
era prima abitato ; secondo il ravignano* costume, esso mede-
simo, si a commendazione dell'alta scienzia e della vertù del
defunto, e si a consolazione de' suoi aniici, li quaU egli avea
in amarissima vita lasciati, fece un (prnato\ e lungo sermone ;
t<{
26 I - VITA DI DANTE
disposto, se lo stato e la vita fossero durati, di si egregia
sepoltura onorarlo, che, se mai alcuno altro suo merito non
l'avesse memorevole renduto a' futuri, quella l'avrebbe fatto.
XVI
GARA DI POETI PER L'EPITAFIO DI DANTE
Questo laudevole proponimento infra brieve spazio di tempo
fu manifesto ad alquanti, li quali in quel tempo erano in poesi
solennissimi in Romagna ; per che ciascuno si per mostrare la
sua sofficienzia, si per rendere testimonianza della portata be-
nivolenzia da loro al morto poeta, si per captare la grazia e
l'amore del signore, il quale ciò sapevano dislderare, ciascuno
per sé fece versi, li quali, posti per epitafio alla futura sepul-
tura, con debite lode facessero la posterità certa chi dentro
da essa giacesse; e al magnifico signore gli mandarono. Il quale
con gran peccato della fortuna non dopo molto tempo, toltogli
lo Stato, si mori a Bologna; per la qual cosa e il fare il se-
polcro e il porvi li mandati versi si rimase. Li quali versi
stati a me mostrati poi più tempo appresso, e veggendo loro
avere avuto luogo per lo caso già dimostrato, pensando le
presenti cose per me scritte, comeché sepoltura non sieno
corporale, ma sieno, si come quella sarebbe stata, perpetue
conservatrici della colui memoria; imaginai non essere scon-
venevole quegli aggiugnere a queste cose. Ma, percioché più
che quegli che l'uno di coloro avesse fatti (che furon più) non
si sarebbero ne' marmi intagliati, cosi solamente quegli d'uno
qui estimai che fosser da scrivere ; per che, tutti meco esami-
natigli, per arte e per intendimento più degni estimai che fossero
quattordici fattine da maestro Giovanni del Virgilio bolognese,
allora famosissimo e gran poeta, e di Dante stato singularissimo
amico; li quali sono questi appresso scritti:
1 - VITA DI DANTE 27
XVII
EPITAFIO
Theologus Dantes, nullius dogmatis èxpers,
quod foveat darò phiLosophia sinu :
gloria musarum, vulgo gratissimus auctor,
hic iacet, et fama pulsai utrumque polum:
qui loca defunctis gladiis regnumque gemellis
distribuii, laicis rhetoricisque modis.
Pascua Pieriis demum resonabat avenis ;
Atropos heu laeturn livida rupit opus.
Huic ingrata tulit tristem Flore ntia fructum,
e.vilium, vati patria cruda suo.
Quem pia Guidonis gremio Ravenna Novelli
gaudet honorati continuisse ducis,
mille trecentenis ter septem Numinis annis,
ad sua seplembris idibus astra redit.
XVIII
RIMPROVERO AI FIORENTINI
Oh ingrata patria, quale demenzia, qual trascutaggine ti te-
neva, quando tu il tuo carissimo cittadino, il tuo benefattore
precipuo, il tuo unico poeta con crudeltà disusata mettesti in
fuga; o poscia tenuta t'ha? Se forse per la comune furia di
quel tempo mal consigliata ti scusi; che, tornata, cessate l'ire,
la tranquillità dell'animo, ripentùtati del fatto, noi rivocasti?
Deh! non ti rincresca lo stare con meco, che tuo figliuol sono,
alquanto a ragione, e quello che giusta indegnazion mi fa dire,
come da uomo che ti ramendi disidera e non che tu sii punita,
piglierai. Parti egli essere gloriosa di tanti titoli e di tali che
28 I - VITA DI DANTE
tu quello uno del quale non hai vicina città che di simile si
possa esaltare, tu abbi voluto da te cacciare? Deh! dimmi: di
qua* vittorie, di qua' triunfi, di quali eccellenzie, di quali va-
(lorosi cittadini se* tu splendente? Le tue ricchezze, cosa mobile
e incerta; le tue bellezze, cosa fragile e caduca; le tue dilica-
tezze, cosa vituperevole e femminile, ti fanno nota nel falso
giudicio de* popoli, il quale più ad apparenza che ad esistenza
sempre riguarda. Deh! gloriera*ti tu de* tuoi mercatanti e de'
molti artisti, donde tu se' piena? Scioccamente farai: l'uno fu,
continuamente Tavarizia operandolo, mestiere servile; l'arte,
la quale un tempo nobilitata fu dagl'ingegni, intanto che una
seconda natura la fecero, dall'avarizia medesima è oggi cor-
rotta, e niente vale. Gloriera*ti tu della viltà e ignavia di co-
loro li quali, percioché di molti loro avoli si ricordano, vo-
gliono dentro da te della nobiltà ottenere il principato, sempre
con ruberie e con tradimenti e con falsità contra quella ope-
ranti? Vana gloria sarà la tua, e da coloro, le cui sentenzie
hanno fondamento debito e stabile fermezza, schernita. Ahi!
misera madre, apri gli occhi e guarda con alcuno rimordiniento
quello che tu facesti; e vergognati almeno, essendo reputata
savia come tu se*, d'avere avuta ne' falli tuoi falsa elezione!
Deh! se tu da te non avevi tanto consiglio, perché non imitavi
^ tu gli atti di quelle città, le quali ancora per le loro laude voli
.1/ . opere son famose? Atene, la quale fu l'uno degli occhi di Grecia,
y^V allora che in quella era la monarchia del mondo, per iscienzia,
^ per eloquenzia e per milizia splendida parimente ; Argos, ancora
pomposa per li titoli de' suoi re; Smirna, a noi reverenda in
perpetuo per Niccolaio suo pastore; Pilos, notissima per Io
vecchio Nestore; Chimi, Chios e Colofon, città splendidissime
per adietro, tutte insieme, qualora più gloriose furono, non si
vergognarono né dubitarono d'avere agra quistione della ori-
gine del divino poeta Omero, aFermando ciascuna lui di sé
averla tratta; e si ciascuna fece con argomenti forte la sua in-
tenzione, che ancora la quistion vive; né è certo donde si
fosse, perché parimente di cotal cittadino cosi l'una come
l'altra ancor si gloria. E Mantova, nostra vicina, di quale
I - VITA DI DANTE 29
altra cosa l'è più alcuna fama rimasa, che l'essere stato Vir-
gilio mantovano? il cui nome hanno ancora in tanta reverenzia,
e si è appo tutti accettevole, che non solamente ne' publici ^
luoghi, ma ancora in molti privati si vede la sua imaginc ef- ^^■^^^'^
figiata; mostrando in ciò che, non ostante che il padre di lui
fosse lutifigolo, esso di tutti loro sia stato nobilitatore. Sulmona
d'Ovidio, Venosa d'Orazio, Aquino di Giovenale, e altre molte,
ciascuna si gloria del suo, e della loro sufficienzia fanno qui-
stione. L'esemplo di queste non t'era vergogna di seguitare;
le quali non è verisimile sanza cagione essere state e vaghe e
tènere di cittadini cosi fatti. Esse conobbero quello che tu me-
desima potevi conoscere e puoi ; cioè che le costoro perpetue
operazioni sarebbero ancora dopo la lor ruina ritenitrici eterne
del nome loro; cosi come al presente divulgate per tutto il
mondo le fanno conoscere a coloro che non le vider giammai.
Tu sola, non so da qual cechità adombrata, hai voluto tenere
altro cammino, e, quasi molto da te lucente, di questo splendore
non hai curato: tu sola, quasi i Camilli, i Publicoli, i Torquati,
i Fabrizi, i Catoni, i Fabi e gli Scipioni con le loro magnifiche
opere ti facessero famosa e in te fossero ; non solamente, aven-
doti lasciato l'antico tuo cittadino Claudiano cader delle mani,
non hai avuto del presente poeta cura; ma l'hai da te cacciato,
sbandito e privatolo, se tu avessi potuto, del tuo sopranome.
Io non posso fuggire di vergognarmene in tuo servigio. Ma
ecco: non la fortuna, ma il corso della natura delle cose è stato , U^
al tuo disonesto appetito favorevole in tanto, in quanto quello ^ ^ ji^
che tu volentieri, bestialmente bramosa, avresti fatto se nelle | V^^-"^^ .^^ '^
mani ti fosse venuto, cioè uccisolo, egli con la sua eterna legge ' W jì/^
l'ha operato. Morto è il tuo Dante Alighieri in quello esilio ^^^
che tu ingiustamente, del suo valore invidiosa, gli désti. Oh
peccato da non ricordare, che la madre alle virtù d'alcuno
suo figliuolo porti livore! Ora adunque se' di sollicitudine libera,
ora per la morte di lui vivi ne' tuoi difetti sicura, e puoi alle
tue lunghe e ingiuste persecuzioni porre fine. Egli non ti può
far, morto, quello che mai, vivendo, non t'avria fatto; egli
giace sotto altro cielo che sotto il tuo, né più dèi aspettar di
30 I - VITA DI DANTE
vederlo giammai, se non quel di, nei quale tutti li tuoi citta-
dini veder potrai, e le lor colpe da giusto giudice esaminate
€ punite.
Adunque se gli odii, l'ire e le inimicizie cessano per la
morte di qualunque è che muoia, come si crede, comincia a
tornare in te medesima e nel tuo diritto conoscimento; co-
mincia a vergognarti d'avere fatto centra la tua antica umanità;
I comincia a volere apparir madre e non più inimica ; concedi
le debite lagrime al tuo figliuolo; concedigli la materna pietà;
e colui, il quale tu rifiutasti, anzi cacciasti vivo si come sospetto,
disidera almeno di riaverlo morto; rendi la tua cittadinanza,
il tuo seno, la tua grazia alla sua memoria. In verità, quan-
tunque tu a lui ingrata e proterva fossi, egli sempre come
V\ figliuolo ebbe te in reverenza, né mai di quello onore che per
le sue opere seguire ti dovea, volle privarti, come tu lui della
ij^ <^tua cittadinanza privasti. Sempre fiorentino, quantunque l'esilio
^\ Vs* fosse lungo, si nominò e volle essere nominato, sempre a ogni
j^^ altra ti prepose, sempre t'amò. Che dunque farai? starai sempre
nella tua iniquità ostinata? sarà in te meno d'umanità che ne'
barbari, li quali troviamo non solamente aver li corpi delli lor
morti raddomandati, ma per riavergli essersi virilmente disposti
a morire? Tu vuogli che '1 mondo creda te essere nepote della
famosa Troia e figliuola di Roma: certo, i figliuoli deono essere
a' padri e agli avoli simiglianti. Priamo nella sua miseria non
solamente raddomandò il corpo del morto Ettore, ma quello
con altrettanto oro ricomperò. Li romani, secondo che alcuni
pare che credano, feciono da Linterno venire l'ossa del primo
Scipione, da lui a loro con ragione nella sua morte vietate. E
come che Ettore fosse con la sua prodezza lunga difesa de*
troiani, e Scipione liberatore non solamente di Roma, ma di
tutta Italia (delle quali due cose forse cosi propiamente ninna
si può dire di Dante), egli non è perciò da posporre; niuna
volta fu mai che l'armi non dessero luogo alla scienzia. Se tu
primieramente, e dove più si saria convenuto, l'esemplo e
l'opere delle savie città non imitasti, amenda al presente, se-
guendole. Niuna delle sette predette fu che o vera o fittizia
I - VITA DI DANTE 31
sepultura non facesse ad Omero. E chi dubita che i mantovani,
li quali ancora in Piettola onorano la povera casetta e i campi
che fùr di Virgilio, non avessero a lui fatta onorevole sepol-
tura, se Ottaviano Augusto, il quale da Brandizio a Napoli le
sue ossa avea trasportate, non avesse comandato quello luogo
dove poste l'avea, volere loro essere perpetua requie? Sermona
niun'altra cosa pianse lungamente, se non che l'isola di Ponto
tenga in certo luogo il suo Ovidio; e cosi di Cassio Parma
si rallegra tenendolo. Cerca tu adunque di volere essere deljv/
tuo Dante guardiana; raddomandalo ; mostra questa umanità,
presupposto che tu non abbi voglia di riaverlo ; togli a te me-
desima con questa fizione parte del biasimo per adietro acqui-
stato. Raddomandalo. Io son certo ch'egli non ti fia renduto;
e a una ora ti sarai mostrata pietosa, e goderai, non riaven-
dolo, della tua innata crudeltà. Ma a che ti conforto io? Appena
le io creda, se i corpi morti possono alcuna cosa sentire,
che quello di Dante si potesse partire di là dove è, per dovere
a te tornare. Egli giace con compagnia troppo più laudevole
che quella che tu gli potessi dare. Egli giace in Ravenna,
molto più per età veneranda di te; e comeché la sua vec-
chiezza alquanto la renda deforme, ella fu nella sua giovanezza
troppo più florida che tu non se'. Ella è quasi un generale
sepolcro di santissimi corpi, né ninna parte in essa si calca,
dove su per reverendissime ceneri non si vada. Chi dunque
disidererebbe di tornare a te per dovere giacere fra le tue, le
quali si può credere che ancora servino la rabbia e l'iniquità
nella vita avute, e male concorde insieme si fuggano l'una
da l'altra, non altramenti che facessero le fiamme de' due te-
bani? E comeché Ravenna già quasi tutta del prezioso sangue
di molti martiri si bagnasse, e oggi con reverenzia servi le loro
reliquie, e similemente i corpi di molti magnifici imperadori e
d'altri uomini chiarissimi e per antichi avoli e per opere vir-
tuose, ella non si rallegra poco d'esserle stato da Dio, oltre
a l'altre sue dote, conceduto d'essere perpetua guardiana di
cosi fatto tesoro, come è il corpo di colui, le cui opere ten-
gono in ammirazione tutto il mondo, e del quale tu non ti se'
32 I - VITA DI DANTE
saputa far degna. Ma cefto egli non è tanta l'allegrezza d'averlo,
quanta la invidia ch'ella ti porta che tu t'intitoli della sua ori-
gine, quasi sdegnando che dove ella sia per l'ultimo di di lui
ricordata, tu allato a lei sii nominata per lo primo. E perciò
con la tua ingratitudine ti rimani, e Ravenna de' tuoi onori lieta
si glori tra' futuri.
XIX
BREVE RICAPITOLAZIONE
Cotale, quale di sopra è dimostrata, fu a Dante la fine della
vita faticata da' vari studi; e, percioché assai convenevolemente
le sue fiamme, la familiare e la publica sollecitudine e il mi-
serabile esilio e la fine di lui mi pare avere secondo la mia
promessa mostrate, giudico sia da pervenire a mostrare della
statura del corpo, dell'abito, e generalmente de' più notabili
modi servati nella sua vita da lui ; da quegli poi immediata-
mente vegnendo all'opere degne di nota, compilate da esso nel
tempo suo, infestato da tanta turbine quanta di sopra brieve-
mente è dichiarata.
XX
FATTEZZE E COSTUMI DI DANTE
Fu adunque questo nostro poeta di mediocre statura, e, poi
che alla matura età fu pervenuto, andò alquanto curvetto, ed
era il suo andare grave e mansueto, d'onestissimi panni sempre
vestito in quell'abito che era alla sua maturità convenevole. Il
suo volto fu lungo, e il naso aquilino, e gli occhi anzi grossi
che piccioli, le mascelle grandi, e dal labbro di sotto era quel
^ di sopra avanzato; e il colore era bruno, e i capelli e la barba
^'^ spessi, neri e cresci, e sempre nella faccia malinconico e pensoso.
I - VITA DI DANTE 33
Per la qual cosa avvenne un giorno in Verona, essendo già
divulgata pertutto la fama delle sue opere, e massimamente
quella parte della sua Comedia, la quale egli intitola Inferno,
ed esso conosciuto da molti e uomini e donne, che, passando
egli davanti a una porta dove più donne sedevano, una di quelle
pianamente, non però tanto che bene da lui e da chi con lui
era non fosse udita, disse all'altre donne: — Vedete colui che va
nell'inferno, e torna quando gli piace, e qua su reca novelle
di coloro che là giù sono? — Alla quale una dell'altre rispose
semplicemente: — In verità tu dèi dir vero: non vedi tu com'egli
ha !a barba crespa e il color bruno per lo caldo e per lo fummo
che è là giù? — Le quali parole udendo egli dir dietro a sé, e
conoscendo che da pura credenza delle donne venivano, pia-
cendogli, e quasi contento ch'esse in cotale opinione fossero,
sorridendo alquanto, passò avanti.
Ne' costumi domestici e publici mirabilmente fu ordinato e
composto, e in tutti più che alcun altro cortese e civile.
Nel cibo e nel poto fu modestissimo, si in prenderlo all'ore
ordinate e si in non trapassare il segno della necessità, quel pren-
dendo; né alcuna curiosità ebbe mai più in uno che in uno
altro: li dilicati lodava, e il più si pasceva di grossi, oltremodo
biasimando coloro, li quali gran parte del loro studio pongono
e in avere le cose elette e quelle fare con somma diligenzia
apparare; affermando questi cotali non mangiare per vivere,
ma più tosto vivere per mangiare.
Niuno altro fu più vigilante di lui e negli studi e in qualunque
altra sollecitudine il pugnesse; intanto che più volte e la sua
famiglia e la donna se ne dolfono, prima che, a' suoi costumi
adusate, ciò mettessero in non calere.
Rade volte, se non domandato, parlava, e quelle pesatamente
e con voce conveniente alla materia di che diceva; non pertanto,
là dove si richiedeva, eloquentissimo fu e facundo, e con ottima
e pronta prelazione.
Sommamente si dilettò in suoni e in canti nella sua giova-
nezza, e a ciascuno die a que' tempi era ottimo cantatore o
sonatore fu amico e ebbe sua usanza ; e assai cose, da questo
U. Boccaccio, Scritti danteschi -\. 3
34 I - VITA DI DANTE
diletto tirato compose, le quali di piacevole e maestrevole nota
a questi cotali facea rivestire.
Quanto ferventemente esso fosse ad amor sottoposto, assai
chiaro è già mostrato. Questo amore è ferma credenza di tutti
che fosse movitore del suo ingegno a dovere, prima imitando,
divenir dicitore in volgare; poi, per vaghezza di più solenne-
mente mostrare le sue passioni, e di gloria, sollecitamente eserci-
tandosi in quella, non solamente passò ciascuno suo contempo-
. ranco, ma in tanto la dilucidò e fece bella, che molti allora
le poi di dietro a sé n'ha fatti e farà vaghi d'essere esperti.
Dilettossi similemente d'essere solitario e rimoto dalle genti,
accioché le sue contemplazioni non gli fossero interrotte ; e se
pure alcuna che molto piaciuta gli fosse ne gli veniva, essendo
esso tra gente, quantunque d'alcuna cosa fosse stato addoman-
dato, giammai infino a tanto che egli o fermata o dannata la sua
imaginazione avesse, non avrebbe risposto al dimandante: il che
molte volte, essendo egli alla mensa, ed essendo in cammino
con compagni, e in altre parti, domandato, gli avvenne.
Ne' suoi studi fu assiduissimo, quanto è quel tempo che ad
essi si disponea, in tanto che niuna novità che s'udisse, da
quegli il poteva rimuovere. E, secondo che alcuni degni di fede
raccontano di questo darsi tutto a cosa che gli piacesse, egli,
essendo una volta tra l'altre in Siena, e avvenutosi per acci-
dente alla stazzone d'uno speziale, e quivi statogli recato uno
libretto davanti promessogli, e tra' valenti uomini molto famoso,
né da lui stato giammai veduto, non avendo per avventura
spazio di portarlo in altra parte, sopra la panca che davanti
allo speziale era, si pose col petto, e, messosi il libretto davanti,
rauello cupidissimamente cominciò a vedere. E comeché poco
appresso in quella contrada stessa, e dinanzi da lui, per alcuna
general festa de' sanesi si cominciasse da gentili giovani e fa-
^ Y cesse una grande armeggiata, e con quella grandissimi romori
\/y da' circustanti (si come in cotal casi con istrumenti vari e con
voci applaudenti suol farsi), e altre cose assai v'avvenissero
^.^^ da dover tirare altrui a vedersi, si come balli di vaghe donne
^ y -^Q giuochi molti di giovani; mai non fu alcuno che muovere
Y Y
I - VITA DI DANTE 35
quindi il vedesse, né alcuna volta levare gli occhi dal libro :
anzi, postovisi quasi a ora di nona, prima fu passato vespro,
e tutto l'ebbe veduto e quasi sommariamente compreso, che
egli da ciò si levasse; affermando poi ad alcuni, che il doman-
davano come s'era potuto tenere di riguardare a cosi bella festa
come davanti a lui s'era fatta, sé niente averne sentito; per
che alla prima maraviglia non indebitamente la seconda s'ag-
giunse a' dimandanti.
Fu ancora questo poeta di maravigliosa capacità e di me-
moria fermissima e di perspicace intelletto, intanto che, essendo
egli a Parigi, e quivi sostenendo in una disputazione de quolibet
che nelle scuole della teologia si facea, quattordici quistioni
da diversi valenti uomini e di diverse materie, con gli loro
argomenti prò e contra fatti dagli opponenti, senza mettere in
mezzo raccolse, e ordinatamente, come poste erano state, recitò;
quelle poi, seguendo quello medesimo ordine, sottilmente sol-
vendo e rispondendo agli argoménti contrari. La qual cosa //
quasi miracolo da tutti i circustanti fu reputata.
D'altissimo ingegno e di sottile invenzione fu similmente, si
come le sue opere troppo più manifestano agl'intendenti che lPi>^
non potrebbono fare le mie lettere. ^ ^
Vaghissimo fu e d'onore e di pompa per avventura più [ ^y^
che alla sua inclita virtù non si sarebbe richiesto. Ma che? f ^
qual vita è tanto umile, che dalla dolcezza della gloria non
sia tócca? E per questa vaghezza credo che oltre a ogni q ^j
altro studio amasse la poesia, veggendo, comeché la filosofìa ^
ogni altra trapassi di nobiltà, la eccellenzia di quella con pochi
potersi comunicare, e esserne per lo mondo molti famosi: eia i^'
poesia più essere apparente e dilettevole a ciascuno, e li poeti it;*^^ 0
rarissimi. E perciò, sperando per la poesi allo inusitato e pom- 1. ^ ^^^
poso onore della coronazione dell'alloro poter pervenire, tutto || ^,
a lei si diede e istudiando e componendo. E certo il suo disi- A y^J^
derio veniva intero, se tanto gli fosse stata la fortuna graziosa, ^P^ lU'^
che egli fosse giammai potuto tornare in Firenze, nella quale ^ ^^
^
sola sopra le fonti di San Giovanni s'era disposto di coronare; ^
accioché quivi, dove per lo battesimo aveva preso il primo *'^ i^t^A
4
36 I - VITA DI DANTE
nome, quivi medesimo per la coronazione prendesse il secondo.
Ma cosi andò che, quantunque la sua sufficienzia fosse molta,
e per quella in ogni parte, ove piaciuto gli fosse, avesse potuto
)s^ l'onore della laurea pigliare (la quale non iscienzia accresce,
^ ma è dell'acquistata certissimo testimonio e ornamento); pur,
J^ [quella tornata, che mai non doveva essere, aspettando, altrove
^pigliar non la volle; e cosi, senza il molto disiderato onore avere,
/si mori. Ma, percioché spessa quistione si fa tra le genti, e che
cosa sia la poesi e che il poeta, e donde sia questo nome ve-
nuto e perché di lauro sieno coronati i poeti, e da pochi pare
essere stato mostrato ; mi piace qui di fare alcuneftransgressione;)
nella quale io questo alquanto dichiari, tornando, come più tosto
potrò, al proposito.
XXI
DIGRESSIONE SULL'ORIGINE DELLA POESIA
La prima gente ne' primi secoli, comeché rozzissima e
inculta fosse, ardentissima fu di conoscere il vero con istudio,
si come noi veggiamo ancora naturalmente disiderare a cia-
scuno. La quale veggendo il cielo muoversi con ordinata legge
continuo, e le cose terrene avere certo ordine e diverse ope-
oj^ razioni in diversi tempi, pensarono di necessità dovere essere
alcuna cosa, dalla quale tutte queste cose procedessero, e che
<;wr Qi tutte l'altre ordinasse, si come superiore potenzia da niun'altra
<y .^ -4 potenziata. E, questa investigazione seco diligentemente avuta,
^ Ti \J^ s'immaginarono quella, la quale « divinità » ovvero « deità » no-
jy .Q ^minarono, con ogni cultivazione, con ogni onore e con più che
V ^ ' u^mano servigio esser da venerare. E perciò ordinarono, a
/reverenza del nome di questa suprema potenzia, ampissime ed
egregie case, le quali ancora estimarono fossero da separare
^ Jr , cosi di nome, come di forma separate erano, da quelle che
y \/y generalmente per gli uomini si abitavano; e nominaronle
^ «templi», E similmente avvisarono doversi [ordinar] ministri.
I - VITA DI DANTE ^ *A AQK^ 37
li quali fossero sacri e, da ogni altra mondana sollecitudine
rimoti, solamente a' divini servigi vacassero, per maturità, per
età e per abito, più che gli altri uomini, reverendi; gli quali
appellarono « sacerdoti ». E oltre a questo, in rappresentamento
della immaginata essenzia divina, fecero in varie forme ma-
gnifiche statue, e a' servigi di quella vasellamenti d'oro e mense
marmoree e purpurei vestimenti e altri apparati assai perti-
nenti a' sacrifici per loro istabiliti. E, accioché a questa cotale
potenzia tacito onore o quasi mutolo non si facgsse, parve
loro che con parole d'alto suono essa fosse rJP ^n-Tìliare^ e allp
loro nec^fjffitp rpnHprF> mm:t!ZÌfL E cosi come essi estimavano
questa eccedere ciascuna altra cosa di nobilita, cosi vollono
che, di lungi da ogni plebeio o publico stilo di parlare, si tro-
vassero parole degne di ragionare dinanzi alla divinità, nelle
quali le si porgessero sacrate lusinghe. E oltre a questo, accio-
ché queste parole paressero aver pin d'effiraria. vollero che
fossero sotto legge di certi numeri composte, per li quali alcuna
dolcezza si sentisse, e cacciassesi il rincrescimento e la noia.
E certo, questo non in volgar forma o usitata, ma con artifi-
ciosa ed esquisita e nuova convenne che si facesse. La qual
forma li greci appellano « j!!'^<?/^j' » ; laonde nacque, che quello
che in cotale forma fatto fosse s'appellasse « poesis » ; e quegli,
che ciò facessero o cotale modo di parlare usassono, si chia-
massero « poeti ».
Questa adunque fu la prima origine del nome della poesia, e
per consequente de' poeti, comeché altri n'assegnino altre ra-
gioni, forse buone: ma questa mi piace più.
Questa buona e laudevole intenzione della rozza età mosse
molti a diverse invenzioni nel mondo multiplicante per appa-
rerei e dove i primi una sola deità onoravano, mostrarono i
seguenti molte esserne, comeché quella una dicessono oltre
ad ogni altra ottenere il principato; le quali molte vollero che
fossero il Sole, la Luna, Saturno, Giove e ciascuno degli altri
de' sette pianeti, dagli loro effetti dando argomento alla loro
deità; e da questi vennero a mostrare ogni cosa utile agli
uomini, quantunque terrena fosse, deità essere, si come il fuoco.
fxJt'
'J.
38 I - VITA DI DANTE
l'acqua, la terra e simiglianti. Alle quali tutte e versi e onori
e sacrifici s'ordinarono. E poi susseguentemente cominciarono
diversi in diversi luoghi, chi con uno ingegno, chi con un
altro, a farsi sopra la moltitudine indòtta della sua contrada
maggiori; diffinendo le rozze quistioni, non secondo scritta legge,
che non l'aveano ancora, ma secondo alcuna naturale equità,
della quale più uno che un altro era dotato ; dando alla loro
vita e alli loro costumi ordine, dalla natura medesima più il-
luminati ; resistendo con le loro corporali forze alle cose avverse
possibili ad avvenire ; e a chiamarsi re ; e mostrarsi alla plebe
e con servi e con ornamenti non usati infino a que' tempi dagli
uomini a farsi ubbidire; e ultimamente a farsi adorare. Il che,
solo che fosse chi '1 presumesse, sanza troppa difficultà avvenia;
percioché a' rozzi popoli parevano, cosi vedendogli, non uomini
ma iddii. Questi cotali, non fidandosi tanto delle lor forze,
cominciarono ad aumentare le religioni, e con la fede di quelle
j a impaurire i suggetti e a strignere con sacramenti alla loro
L/^^ / obbedienza quegli li quali non vi si sarebbono potuti con forza
J^ ^ "-^-costrignere. E oltre a questo diedono opera a deificare li lor
padri, li loro avoli e li loro maggiori, accioché più fossero e
temuti e avuti in reverenzia dal vulgo. Le quali cose non si
i poterono ^comodamente farejenza J'oficio de poeti, li qualTT
si per ampliare la loro fama, si per compiacere a' prencipi, si
per dilettare i sudditi, e si per persuadere il virtuosamente
operare a ciascuno; quello che con aperto parlare saria suto
della loro intenzione contrario, con fizioni varie e maestrevoli,
male da' grossi oggi non che a quel tempo intese, facevano
credere quello che li prencipi volevan che si credesse ; servando
negli nuovi iddii e negli uomini, gli quali degl'iddìi nati finge-
vano, quello medesimo stile che nel vero Iddio solamente e
nel suo lusingarlo avevan gli primi usato. Da questo si venne
allo adequare i fatti de' forti uomini a quegli degl'iddìi; donde
nacque il cantare con eccelso verso le battaglie e gli altri no-
tabili fatti degli uomini mescolatamente con quegli degl'iddìi;
il quale e fu ed è oggi, insieme con l'altre cose di sopra
dette, uficio ed esercizio di ciascuno poeta. E percioché molti
I - VITA DI DANTE 39
non intendenti credono la poesia ninna altra cosa essere che
solamente un fabuloso parlare, oltre al promesso mi piace brie-
vemente quella essere teologia dimostrare, prima ch'io vegna
a dire perché di lauro si coronino i poeti.
XXII
DIFESA DELLA POESIA
Se noi vorremo por giù gli animi e con ragion riguardare,
io mi credo che assai leggiermente potremo vedere gli antichi
poeti avere imitate, tanto quanto a lo 'ngegno umano è possi-
bile, le vestigie dello Spirito santo ; il quale, si come noi nella
divina Scrittura veggiamo, per la bocca di molti, i suoi altissimi
secreti revelò a' futuri, facendo loro sotto velame parlare ciò
che a debito tempo per opera, senza alcuno velo, intendeva
di dimostrare. Impercioché essi, se noi ragguarderemo ben le
loro opere, accioché lo imitatore non paresse diverso dallo
imitato, sotto coperta d'alcune fizioni, quello che stato era, o
che fosse al loro tempo presente, o che disideravano o che
presumevano che nel futuro dovesse avvenire, discrissono ;
per che, come che ad uno fine l'una scrittura e l'altra non ri-
guardasse, ma solo al modo del trattare, al che più guarda al
presente l'animo mio, ad amendune si potrebbe dare una me-
desima laude, usando di Gregorio le parole. Il quale della
sacra Scrittura dice ciò che ancora della poetica dir si puote,
cioè che essa in un medesimo sermone, narrando, apre il testo
e il misterio a quel sottoposto; e cosi ad un'ora coll'uno gli
savi esercita e con l'altro gli sempHci riconforta, e ha in pu-
blico donde li pargoletti nutrichi, e in occulto serva quello
onde essa le menti de' sublimi intenditori con ammirazione
tenga sospese. Percioché pare essere Un fiume, accioché io
cosi dica, piano e profondo, nel quale il piccioletto agnello con
gli pie vada, e il grande elefante ampissimamente nuoti. Ma
da procedere è al verificare delle cose proposte.
40 I - VITA DI DANTE
Intende la divina Scrittura, la qual noi « teologia » appel-
liamo, quando con figura d'alcuna istoria, quando col senso
d'alcuna visione, quando con lo 'ntendimento d'alcun lamento,
e in altre maniere assai, mostrarci l'alto misterio della incar-
nazione del Verbo divino, la vita di quello, le cose occorse
nella sua morte, e la resurrezione vittoriosa, e la mirabile
ascensione, e ogni altro suo atto, per lo quale noi ammaestrati,
possiamo a quella gloria pervenire, la quale Egli e morendo e
resurgendo ci aperse, lungamente stata serrata a noi per la
colpa del primiero uomo. Cosi li poeti nelle loro opere, le
quali noi chiamiamo « poesia », quando con fizioni di vari
iddii, quando con trasmutazioni d'uomini in varie forme, e
quando con leggiadre persuasioni, ne mostrano le cagioni delle
cose, gli effetti delle virtù e de' vizi, e che fuggire dobbiamo
e che seguire, accioché pervenire possiamo, virtuosamente
operando, a quel fine, il quale essi, che il vero Iddio debita-
mente non conosceano, somma salute credevano. Volle lo
Spirito santo mostrare nel rubo verdissimo, nel quale Moisé
vide, quasi come una fiamma ardente. Iddio, la verginità di
Colei che più che altra creatura fu pura, e che dovea essere
abitazione e ricetto del Signore della natura, non doversi, per
la concezione né per lo parto del Verbo del Padre, contaminare.
Volle per la visione veduta da Nabucodònosor, nella statua
di più metalli abbattuta da una pietra convertita in monte,
mostrare tutte le preterite età dalia dottrina di Cristo, il quale
fu ed è viva pietra, dovere summergersi ; e la cristiana religione,
nata di questa pietra, divenire una cosa immobile e perpetua,
si come gli monti veggiamo. Volle nelle lamentazioni di leremia,
l'eccidio futuro di lerusalem dichiarare.
Similemente li nostri poeti, fingendo Saturno avere molti
figliuoli, e quegli, fuori che quattro, divorar tutti, niuna altra
cosa vollono per tale fizione farci sentire, se non per Saturno
il tempo, nel quale ogni cosa si produce, e come ella in esso
è prodotta, cosi è esso di tutte corrompitore, e tutte le riduce
a niente. I quattro suoi figliuoli non divorati da lui, è l'uno
Giove, cioè l'elemento del fuoco; il secondo è Giunone, sposa
I - VITA DI DANTE 41
e sorella di Giove, cioè l'aere, mediante la quale il fuoco
quaggiù opera li suoi elTetti: il terzo è Nettuno, iddio del mare, j V^
cioè l'elemento dell'acqua; e il quarto e ultimo è Plutone, '
iddio del ninferno, cioè la terra, pili bassa che alcuno altro
elemento. Similemente fingono li nostri poeti Ercule d'uomo
essere in dio trasformato, e Licaone in lupo: moralmente vo-
lendo mostrarci che, virtuosamente operando, come fece Ercule,
l'uomo diventa iddio per participazione in cielo; e, viziosamente
operando, come Licaone fece, quantunque egli paia uomo, nel
vero si può dire quella bestia, la quale da ciascuno si conosce
per effetto più simile al suo difetto : si come Licaone per rapa-
cità e per avarizia, le quali a lupo sono molto conformi, si
finge in lupo esser mutato. Similemente fingono li nostri poeti
la bellezza de' campi elisi, per la quale intendo la dolcezza del
paradiso; e la oscurità di Dite, per la quale prendo l'amari-
tudine dello 'nferno; uccioché noi, tratti dal piacere dell'uno,
e dalla noia dell'altro spaventati, seguitiamo le virtù che in
Eliso ci meneranno, e i vizi fuggiamo che in Dite ci farieno
trarupare. Io lascio il tritare con più particulari esposizioni
queste cose, percioché, se quanto si converrebbe e potrebbe
le volessi chiarire, comeché elle più piacevoli ne divenissero
e più facessero forte il mio argomento, dubito non mi tirassero
più oltre molto che la principale materia non richiede e che
io non voglio andare. E certo, se più non se ne dicesse che
quello eh' è detto, assai si dovrebbe comprendere la teologia
e la poesia convenirsi quanto nella forma dell'operare, ma nel
suggetto dico quelle non solamente molto essere diverse, ma
ancora avverse in alcuna parte: percioché il suggetto delia \
sacra teologia è la divina verità, quello dell'antica poesi sono
gl'iddii de' gentili e gli uomini. Avverse sono, in quanto la
teologia ninna cosa presuppone se non vera ; la poesia ne sup- f
pone alcune per vere, le quali sono falsissime ed erronee e '
contra la cristiana religione. Ma, perci(*hé alcuni disensati si
levano contra li poeti, dicendo loro sconce favole e male a
ninna verità consonanti avere composte, e che in altra forma
che con favole dovevano la loro sofficienzia mostrare e a'
^
42 I - VITA DI DANTE
mondani dare la loro dottrina ; voglio ancora alquanto più oltre
procedere col presente ragionamento.
Guardino adunque questi cotali le visioni di Daniello, quelle
d' Isaia, quelle d' Ezechiel e degli altri del Vecchio Testamento
con divina penna discritte, e da Colui mostrate al quale non
fu principio né sarà fine. Guardinsi ancora nel Nuovo le vi-
sioni dell'evangelista, piene agl'intendenti di mirabile verità;
e, se niuna poetica favola si truova tanto di lungi dal vero o
dal verisimile, quanto nella corteccia appaiono queste in molte
parti, concedasi che solamente i poeti abbiano dette favole da
non potere dare diletto né frutto. Senza dire alcuna cosa alla
riprensione che fanno de' poeti, in quanto la loro dottrina in
favole ovvero sotto favole hanno mostrata, mi potrei passare;
conoscendo che, mentre che essi mattamente gli poeti ripren-
dono di ciò, incautamente caggiono in biasimare quello Spirito,
il quale nulla altra cosa è che via, vita e verità: ma pure
alquanto intendo di soddisfargli.
Manifesta cosa è che ogni cosa, che con fatica s'acquista,
avere alquanto più di dolcezza che quella che vien senz'af-
fanno. La verità piana, percioch'è tosto compresa con piccole
forze, diletta e passa nella memoria. Adunque, accioché con
fatica acquistata fosse più grata, e perciò meglio si conservasse,
li poeti sotto cose molto ad essa contrarie apparenti, la na-
scosero; e perciò favole fecero, più che altra coperta, perché
la bellezza di quelle attraesse coloro, li quali né le dimostra-
zioii filosofiche, né le persuasioni avevano potuto a sé tirare.
Che dunque direm de' poeti.? terremo ch'essi sieno stati uo-
mini insensati, come li presenti dissensati, parlando e non
sappiendo che, gli giudicano? Certo, no; anzi furono nelle loro
operazioni di profondissimo sentimento, quanto è nel frutto
nascoso, e d'eccellentissima e d'ornata eloquenzia nelle cortecce
e nelle frondi apparenti. Ma torniamo dove lasciammo.
Dico che la teologia e la poesia quasi una cosa si possono
dire, dove uno medesimo sia il suggetto; anzi dico più, che
la teologia niun'altra cosa è che una poesia di Dio. E ch'altra
cosa è che poetica fizione nella Scrittura dire Cristo essere ora
I - VITA DI DANTE 45
leone e ora agnello e ora vermine, e quando drago e quando
pietra, e in altre maniere molte, le quali voler tutte raccontare
sarebbe lunghissimo? che altro suonano le parole del Salva-
tore nello evangelio, se non uno sermone da' sensi alieno? il
quale parlare noi con più usato vocabolo chiamiamo « alle-
goria ». Dunque bene appare, non solamente la poesi essere
teologia, ma ancora la teologia essere poesia. E certo, se le
mie parole meritano poca fede in si gran cosa, io non me ne
turberò; ma credasi ad Aristotile, degnissimo testimonio a ogni
gran cosa, il quale afferma sé aver trovato li poeti essere stati /•
li primi teologizzanti. E questo basti quanto a questa parte; e
torniamo a mostrare perché a' poeti solamente, tra gli scien-
ziati, l'onore della corona dell'alloro conceduto fosse.
XXIII
DELL'ALLORO CONCEDUTO AI POETI
Tra l'altre nazioni, le quali sopra il circuito della terra son
molte, li greci si crede che sieno quegli alli quali primiera-
mente la filosofia sé e li suoi segreti aprisse; de' tesori della
quale essi trassero la dottrina militare, la vita politica e altre
care cose assai, per le quali essi oltre a ogni altra nazione di-
vennero famosi e reverendi. Ma intra l'altre, tratte del costei
tesoro da loro, fu^ la santissima sentenzia di Solone nel prin-
cipio posta di questa operetta; e accioché la loro republica,
la quale più che altra allora fioriva, diritta e andasse e stesse
sopra due piedi, e le pene a' nocenti e i meriti ai valorosi
magnificamente ordinarono e osservarono. Ma, intra gli altri
meriti stabiliti da loro a chi bene adoperasse, fu questo il pre-
cipuo: di coronare in publico, e con fKiblico consentimento,
di frondi d'alloro li poeti dopo la vittoria delle loro fatiche, e
gl'imperadori, li quali vittoriosamente avessero la republica
aumentata; giudicando che igual gloria si convenisse a colui
44 I - VITA DI DANTE
per la cui virtù le cose umane erano e servate e aumentate,
che a colui da cui le divine eran trattate. E comeché di
questo onore li greci fossero inventori, esso poi trapassò a'
latini, quando la gloria e l'arme parimente di tutto il mondo
diedero luogo al romano nome; e ancora, almeno nelle coro-
nazioni de' poeti, comeché rarissimamente avvenga, vi dura.
Ma, perché a tale coronazione più il lauro che altra fronda
eletto sia, non dovrà essere a veder rincresce vole.
XXIV
ORIGINE DI QUESTA USANZA
Sono alcuni li quali credono, percioché sanno Danne amata
da Febo e in lauro convertita, essendo Febo e il primo au-
tore e fautore de' poeti stato e similmente triunfatore, per amore
a quelle frondi portato, di quelle le sue cetere e i triunfi aver
coronati; e quinci essere stato preso esemplo dagli uomini, e
per conseguente essere quello, che da Febo fu prima fatto,
cagione di tale coronazione e di tai frondi infmo a questo giorno
a' poeti e agl'imperadori. E certo tale opinione non mi spiace,
né nego cosi poter essere stato; ma tuttavia me muove altra
ragione, la quale è questa. Secondo che vogliono coloro, li
quali le virtù delle piante ovvero la loro natura investigarono,
il lauro tra l'altre più sue proprietà n'ha tre laudevoli e notevoli
moltdi^la prima si è, come noi yeggiamo, che mai egli non
perde né verdezza, né fronda ria seconda si è, che non si
truova questo albore mai essere .stato fulminato, il che di niuno
altro leggiamo essere avvenuto ;M^a terza, che egli è odorifero
molto, si come noi sentiamo : le quali tre proprietà estimarono
gli antichi inventori di questo onore convenirsi con le virtuose
opere de' poeti e de* vittoriosi imperadori. E primieramente la
perpetua viridità di queste frondi dissono dimostrare la fama
delle costoro opere, cioè di coloro che d'esse si coronavano
I - VITA DI DANTE 45
o coronerebbono nel futuro, sempre dovere stare in vita. Ap-
presso estimarono l'opere di questi cotali essere di tanta po-
tenzia, che né il fuoco della invidia, né la folgore della lunghezza
del tempo, la quale ogni cosa consuma, dovesse mai queste
potere fulminare, se non come quello albero fulminava la ce-
leste folgore. E oltre a questo diceano queste opere de' già
detti per lunghezza di tempo mai dover divenire meno piacevoli
e graziose a chi l'udisse o le leggesse, ma sempre dovere essere
accettevoli e odorose. Laonde meritamente si confaceva la co-
rona di cotai frondi, più ch'altra, a^cotali uomini, gli cui effetti, ^^y^vv^
in tanto quanto vedere possiamo, erano a lei conformi. Per che
"f>^
nnp gpnyn ff^crinne il nostro Dante era ardentissimo disideratore \\/j
di tale onore ovvero di cotale testimonia di tanta vertù, quale * jl ^^^^^^ .^
questa è a coloro, li quali degni si fanno di doversene ornare ^ uA^^^
le tempie. Ma tempo è di tornare là onde, intrando in questo,
ci dipartimmo.
XXV
CARATTERE DI DANTE
Fu il nostro poeta, oltre alle cose predette, d'animo alto e
disdegnoso molto; tanto che, cercandosi per alcun suo amico,
il quale ad istanzia de' suoi prieghi il facea, che egli potesse
ritornare in Fiorenza, il che egli oltre ad ogni altra cosa som-
mamente disiderava, né trovandosi a ciò alcun modo con coloro
li quali il governo della republica allora aveano nelle mani,
se non uno, il quale era questo: che egli per certo spazio stesse
in prigione, e dopo quello in alcuna solennità publica fosse
[ì misericordievolmente alla nostra principale ecclesia offerto, e
per conseguente libero e fuori d'ogni condennagione per adietro
fatta di lui; la qual cosa parendogli «jflnvenirsi e usarsi in
qualunque e depressi e infami uomini, e non in altri: perche
oltre al suo maggiore disiderio, preelesse di stare in esilio, anzi
che per cotal via tornare in casa sua. Oh isdegno laudevoje
46 I - VITA DI DANTE
di magnanimo, quanto virilmente operasti, reprimendo l'ardente
disio del ritornare per via meno che degna ad uomo nel grembo
della filosofia nutricato 1
Molto simigliantemente presunse di sé, né gli parve meno
valere, secondo che li suoi contemporanei rapportano, che el
valesse; la qual cosa, tra l'altre volte, apparve una notabil-
mente, mentre ch'egli era con la sua setta nel colmo del reg-
gimento della republica. Che, conciofossecosaché per coloro
li quali erano depressi fosse chiamato^ mediante Bonifazio papa
ottavo, a ridirizzare lo stato della nostra città, un fratello ov-
vero congiunto di Filippo allora re di Francia, il cui nome
fu Carlo ; si ragunarono a uno consiglio per provedere a questo
fatto tutti li prencipi della setta, con la quale esso tenea; e
quivi tra l'altre cose providero, che ambasceria si dovesse
mandare al papa, il quale allora era a Roma, per la quale
s'inducesse il detto papa a dovere ostare alla venuta del detto
Carlo, ovvero lui, con concordia della setta, la quale reggeva,
far venire. E venuto al diliberare chi dovesse esser prencipe
di cotale legazione, fu per tutti detto che Dante fosse desso.
Alla quale richiesta Dante, alquanto sopra a sé stato, disse:
I — Se io vo, chi rimane? se io rimango, chi va?, — quasi esso
fjf! ^. solo fosse colui che tra tutti valesse, e per cui tutti gli altri va-
lessero. Questa parola fu intesa e raccolta, ma quello che di ciò
seguisse non fa al presente proposito, e però, passando avanti,
il lascio stare.
Oltre a queste cose, fu questo valente uomo in tutte le sue
avversità fortissimo: solo in una cosa non so se io mi dica fu
impaziente o animoso, cioè in opera pertenente a parte, poi
che in esilio fu, troppo più che alla sua suflìcienzia non ap-
partenea, e ch'egli non volea che di lui per altrui si credesse.
E accioché a qual parte fosse cosi animoso e pertinace appaia,
mi pare sia da procedere alquanto più oltre scrivendo.
Io credo che giusta ira di Dio permettesse, già è gran tempo,
quasi tutta Toscana e Lombardia in due parti dividersi: delle
quali, onde cotali nomi s'avessero, non so; ma l'una si chiamò
€ chiama «parte guelfa», e l'altra fu «ghibellina» chiamata.
I - VITA DI DANTE 47
E di tanta efficacia e reverenzia furono negli stolti animi di
molti questi due nomi, che, per difendere quello che alcuno
avesse eletto per suo contra il contrario, non gli era di perdere
gli suoi beni e ultimamente la vita, se bisogno fosse fatto, ma-
lagevole. E sotto questi titoli molte volte le città italiche so-
stennero di gravissime pressure e mutamenti; e intra l'altre
la nostra città, quasi capo e dell'uno nome e dell'altro, secondo
il mutamento de' cittadini; intanto che gli maggiori di Dante
per guelfi da' ghibellini furono due volte cacciati di casa loro,
ed egli similemente, sotto il titolo di guelfo, tenne i freni della
republica in Firenze. Della quale cacciato, come mostrato è,
non da' ghibellini ma da' guelfi, e veggendo sé non potere
ritornare, in tanto mutò l'animo, che ninno più fiero ghibellino ^\
e a' guelfi avversario fu conìe lui ; e quello di che io più mi , ^
vergogno in servigio della sua memoria è che publichissima
cosa è in Romagna, lui ogni femminella, ogni piccol fanciullo
ragionante di parte e dannante la ghibellina, l'avrebbe a tanta j /
insania mosso, che a gittare le pietre l'avrebbe condotto, non
avendo taciuto. E con questa animosità si visse infino alla morte.
Certo, io mi vergogno dovere con alcuno difetto maculare la
fama di cotanto uomo; ma il cominciato ordine delle cose in
alcuna parte il richiede; percioché, se nelle cose meno che
laudevoli in lui, mi tacerò, io torrò molta fede alle laudevoli
già mostrate. A lui medesimo adunque mi scuso, il quale per
avventura me scrivente con isdegnoso occhio d'alta parte del
cielo ragguarda.
Tra cotanta virtù, tra cotanta scienzia, quanta dimostrato è
di sopra essere stata in questo mirifico poeta, trovò ampissimo
luogo la lussuria, e non solamente ne' giovani anni, ma ancora
ne' maturi. Il quale vizio, comeché naturale e comune e quasi
necessario sia, nel vero non che commendare, ma scusare non
si può degnamente. Ma chi sarà tra' mortali giusto giudice a , V*
condennarlo? Non io. Oh poca fermezzf, oh bestiale appetito \y^ /
degli uomini, che cosa non possono le femmine in noi, s'eile ' .f*
vogliono, che, eziandio non volendo, posson gran cose? Esse '^ '
hanno la vaghezza, la bellezza e il naturale appetito e altre
/'.
48 1 - VITA DI DANTE
cose assai continuamente per loro ne' cuori degli uomini pro-
curanti ; e che questo sia vero, lasciamo stare quello che Giove
per Europa, o Ercule per Iole, o Paris per Elena facessero;
che, percioché poetiche cose sono, molti di poco sentimento
le dirien favole; ma mostrisi per le cose non convenevoli ad
alcuno di negare. Era ancora nel mondo più che una femmina
'quando il nostro primo padre, lasciato il comandamento fattogli
/dalla propia bocca di Dio, s'accostò alle persuasioni di lei?
Certo no. E David, non ostante che molte n'avesse, solamente
veduta Bersabé, per lei dimenticò Iddio, il suo regno, sé e la
sua onestà, e adultero prima e poi omicida divenne: che si dee
credere ch'egli avesse fatto, se ella alcuna cosa avesse coman-
dato? E Salomone, al cui senno niuno, dal figliuolo di Dio in
fuori, aggiunse mai, non abbandonò colui che savio l'aveva
fatto, e per piacere a una femmina s'inginocchiò e adorò
Baalim? Che fece Erode? che altri molti, da niuna altra cosa
tirati che dal piacer loro? Adunque tra tanti e tali non iscu-
sato, ma, accusato con assai meno curva fronte che solo, può
passare il nostro poeta. E questo basti al presente de' suoi
costumi pili notabili avere contato.
XXVI
DELLE OPERE COMPOSTE DA DANTE
Compose questo glorioso poeta più opere ne* suoi giorni,
delle quali fare ordinata memoria credo che sia convenevole,
accioché né alcuno delle sue s' intitolasse, né a lui fossero per
avventura intitolate l'altrui. Egli primieramente, duranti ancora
le lagrime della morte della sua Beatrice, quasi nel suo ven-
tesimosesto anno compose in un volumetto, il quale egli intitolò
Vùa nova, certe operette, si come sonetti e canzoni, in di-
versi tempi davanti in rima fatte da lui, maravigliosamente
belle ; di sopra da ciascuna partitamente e ordinatamente scri-
vendo le cagioni che a quelle fare l'avean mosso, e di
I - VITA DI DANTE 49
dietro ponendo le divisioni delle precedenti opere. E comeché
egli d'avere questo libretto fatto, negli anni più maturi si ver-
gognasse molto, nondimeno, considerata la sua età, è egli assai
bello e piacevole, e massimamente a* volgari.
Appresso questa compilazione più anni, raguardando egli
della sommità del governo della republica, sopra la quale stava,
e veggendo in grandissima parte, cosi come di si fatti luoghi si
vede, qual fosse la vita degli uomini, e quali fossero gli errori
del vulgo, e come fossero pochi i disvianti da quello e di
quanto onore degni fossero, e quegli, che a quello s'accostas-
sero, di quanta confusione; dannandogli studi di questi cotali
e molto più li suoi commendando, gli venne nell'animo un alto
pensiero, per lo quale a un'ora, cioè in una medesima opera,
propose, mostrando la sua SOfficl.^?^''^, di mr^rr^prp' rnn gravìg- j
si me pene i viziosi, e con altissimi prgmi li voloroci nnnrnrp.
e a sé perpetua gloria apparecchiare. E, percioché, come già
è mostrato, egli aveva a ogni studio preposta la ^esia,) poe-
tica opera estimò di comporre. E, avendo molto davanti pre-
meditato quello che fare dovesse, nel suo trentacinquesimo
anno si cominciò a dare al mandare ad effetto ciò che davanti
premeditato avea, cioè a volere secondo i meriti e mordere e
premiare, secondo la sua diversità, la vita degli uomini. La
quale, percioché conobbe essere di tre maniere, cioè viziosa,
o da* vizi partentesi e andante alla vertù, o virtuosa; quella
in tre libri, dal mordere la viziosa cominciando e finendo nel
premiare la virtuosa, mirabilmente distinse in un volume, il
quale tutto intitolò Cornedia. De' quali tre libri egli ciascuno
distinse per canti e i canti per rittimi, si come chiaro si vede;
e quello in rima volgare compose con tanta arte, con si mira-
bile ordine e con si bello, che niuno fu ancora che giustamente
quello potesse in alcuno atto riprendere. Quanto sottilmente
egli in esso poetasse pertutto, coloro, alli quali è tanto ingegno
prestato che 'ntendano, il possono vedere. Ma, si come noi
veggiamo le gran cose non potersi in brieve tempo comprendere,
e per questo conoscer dobbiamo cosi alta, cosi grande, cosi
escogitata impresa, come fu tutti gli atti degli uomini e i loro
G. Boccaccio, Scritti danteschi - \. 4
50 I - VITA DI DANTE
meriti poeticamente volere sotto versi volgari e rimati racchiu-
dere, non essere stato possibile in picciolo spazio avere al suo
fine recata; e massimamente da uomo, il quale da molti e vari
casi della fortuna, pieni tutti d'angoscia e d'amaritudine vene-
nati, sia stato agitato (come di sopra mostrato è che fu Dante) :
per che dall'ora che di sopra è detta che egli a cosi alto lavorio
si diede infino allo stremo della sua vita, comeché altre opere,
come apparirà, non ostante questa, componesse in questo mezzo,
gli fu fatica continua. Né fia di soperchio in parte toccare d'al-
cuni accidenti intorno al principio e alla fine di quella avvenuti.
J*"^ Dico che, mentre che egli era più attento al glorioso lavoro,
e già della prima parte di quello, la quale intitola Inferno,
aveva composti sette canti, mirabilmente fingendo, e non mica
come gentile, ma come cristianissimo poetando, cosa sotto
questo titolo mai avanti non fatta; sopravvenne il gravoso
accidente della sua cacciata, o fuga che chiamar si convegna,
per lo quale egli e quella e ogni altra cosa abbandonata, in-
certo di se medesimo, più anni con diversi amici e signori
andò vagando. Ma, come noi dovemo certissimamente credere
I ^''^ a quello che Iddio dispone niuna cosa contraria la fortuna pn-
y^ I tere operare, per la quale, e se forse vi può porre indugio,
^ \ istòria possa dal debito fine; avvenne che alcuno per alcuna
\ 1^ J<9^^ scrittura forse a lui opportuna, cercando fra cose di Dante
^^ . \5^in certi forzieri state fuggite subitamente in luoghi sacri, nel
qJ^ tempo che tumultuosamente la ingrata e disordinata plebe gli
'^ r^yT^ era, più vaga di preda che di giusta vendetta, corsa alla casa,
(/ trovò li detti sette canti stati da Dante composd, gli quali
con ammirazione, non sappiendo che si fossero, lesse, e, pia-
cendogli sommamente, e con ingegno sottrattigli del luogo
dove erano, gli portò ad un nostro cittadino, il cui nome fu
Dino di messer Lambertuccio, in quegli tempi famosissimo di-
citore per rima in Firenze, e mostrogliele. Li quali veggendo
Dino, uomo d'alto intelletto, non meno che colui che portati
gliele avea, si maravigliò si per lo bello e puTito e orbato stile
del dire, si per la profondità del senso, il quale sotto la bella
corteccia delle parole gli pareva sentire nascoso: per le quali'
I - VITA DI DANTE 5I
cose agevolmente insieme col portatore di quegli, e si ancora
per lo luogo onde tratti gli avea, estimò quegli essere, come
erano, opera stata di Dante. E, dolendosi quella essere imper-
fetta rimasa, comeché essi non potessero seco presumere a qual
fine fosse il termine suo, fra loro diiiberarono di sentire dove
Dante fosse, e quello, che trovato avevan, mandargli, accioché,
se possibile fosse, a tanto principio desse lo 'mmaginato fine.
E, sentendo dopo alcuna investigazione lui essere appresso il
marchese Morruello, non a lui, ma al marchese scrissono il
loro disidefìo, e mandarono li sette canti; gli quali poi che il
marchese, uomo assai intendente, ebbe veduti e molto seco
lodatigli, gli mostrò a Dante, domandandolo se esso sapea cui
opera stati fossero; li quali Dante riconosciuti subito, rispose
che sua. Allora il pregò il marchese che gli piacesse di non
lasciare senza debito fine si alto principio. — Certo — disse
Dante, — io mi credea nella ruina delle mie cose questi con
molti altri miei libri avere perduti, e perciò, si per questa ere
denza e si per la moltitudine dell'altre fatiche per lo mio esilio
sopravvenute, del tutto avea l'alta fantasia, sopra quest'opera
presa, abbandonata; ma, poiché la fortuna inopinatamente me gli
ha ripinti dinanzi, e a voi aggrada, io cercherò di ritornarmi a
memoria il primo proposito, e procederò secondo che data mi
fia la grazia. — E reassunta, non sanza fatica, dopo alquanto
tempo la fantasia lasciata, segui: « lo dico, seguitando, ch'assai
prima » ecc. ; dove assai manifestamente, chi ben riguarda, può /
la ricongiunzione dell'opera intermessa conoscere.
Ricominciata adunque da Dante la magnifica opera, non
forse, secondo che molti estimerebbono, senza più interromperla •
la perdusse alla fine, anzi più volte, secondo che la gravità
de' casi sopravvegnenti richiedea, quando mesi e quando anni,
senza potervi operare alcuna cosa, mise in mezzo; né tanto
si potè avacciare, che prima noi sopraggiugnesse la morte,
ch'egli tutta publicare la potesse. Egli era suo costume, qua-
lora sei o otto o più o meno canti fatti n'avea, quegli, prima
che alcun altro gli vedesse, donde che egli fosse, mandare a
messer Cane della Scala, il quale egli oltre a ogni altro uomo
52 I - VITA DI DANTE
avea in reverenza; e, poi che da lui eran veduti, ne facea copia
a chi la ne volea. E in cosi fatta maniera avendogliele tutti,
fuori che gli ultimi tredici canti, mandati, e quegli avendo fatti,
né ancora mandatigli; avvenne ch'egli, senza avere alcuna
memoria di lasciargli, si mori. E, cercato da que' che rimasero,
e figliuoli e discepoli, più volte e in più mesi, fra ogni sua
scritLura, se alla sua opera avesse fatta alcuna fine, né trovan-
dosi per alcun modo li canti residui, essendone generalmente
ogni suo amico cruccioso, che Iddio non l'aveva almeno tanto
prestato al mondo ch'egli il picciolo rimanente della sua opera
avesse potuto compiere, dal più cercare, non trovandogli,
s'erano, disperati, rimasi.
Eransi Iacopo e Piero, figliuoli di Dante, de' quali ciascuno
era dicitore in rima, per persuasioni d'alcuni loro amici, messi
a volere, in quanto per loro si potesse, supplire la paterna
opera, accioché imperfetta non procedesse; quando a Iacopo,
il quale in ciò era molto più che l'altro fervente, apparve una
mirabile visione, la quale non solamente dalla stolta presunzione
il tolse, ma gli mostrò dove fossero li tredici canti, li quali alla
divina Comedia mancavano, e da loro non saputi trovare.
Raccontava uno valente uomo ravignano, il cui nome fu Piero
Giardino, lungamente discepolo stato di Dante, che, dopo l'ot-
tavo mese della morte del suo maestro, era una notte, vicino
all'ora che noi chiamiamo « matutino », venuto a casa sua il pre-
detto Iacopo, e dettogli sé quella notte, poco avanti a quell'ora,
avere nel sonno veduto Dante suo padre, vestito di candidissimi
vestimenti e d'una luce non usata risplendente nel viso, venire
a lui; il quale gli parca domandare s'egli vivea, e udire da
lui per risposta di si, ma della vera vita, non della nostra;
per che, oltre a questo, gli pareva ancora domandare, s'egli
avea compiuta la sua opera anzi il suo passare alla vera vita,
e, se compiuta l'avea, dove fosse quello che vi mancava, da
loro giammai non potuto trovare. A questo gli parca la seconda
volta udire per risposta: — Si, io la compie' — ; e quinci gli parca
che '1 prendesse per mano e menasselo in quella camera dove
era uso di dormire quando in questa vita vivea; e, toccando
I - VITA DI DANTE 53
una parte di quella, dicea: — Egli è qui quello che voi tanto
avete cercato. — E questa parola detta, ad una ora il sonno e
Dante gli parve che si partissono. Per la qual cosa affermava,
sé non esser potuto stare senza venirgli a significare ciò che
veduto avea, accioché insieme andassero a cercare nel luogo
mostrato a lui, il quale egli ottimamente nella memoria aveva
segnato, a vedere se vero spirito o falsa delusione questo gli
avesse disegnato. Per la quale cosa, restando ancora gran pezzo
di notte, mossisi^ insieme, vennero al mostrato luogo, e quivi
trovarono una (stupia^l muro confitta, la quale leggermente
levatane, videro nel muro una finestretta da ninno di loro mai
più veduta, né saputo ch'ella vi fosse, e in quella trovarono
alquante scritte, tutte per l'umidità del muro muffate e vicine
al corrompersi, se guari più state vi fossero; e quelle piana-
mente dalla muffa purgate, leggendole, videro contenere li tredici
canti tanto da loro cercati. Per la qual cosa lietissimi, quegli
riscritti, secondo l'usanza dell'autore prima gli mandarono a
messer Cane, e poi alla imperfetta opera ricongiunsono come
si convenia. In cotale maniera l'opera, in molti anni compilata,
si vide finita.
Muovono molti, e intra essi alcuni savi uomini generalmente
una quistione cosi fatta: che conciofossecosa Dante fosse in ;
iscienzia solennissimo uomo, perché a comporre cosi grande, . -^ «J^'*"*^*^
di si alta materia e si notabile libro, come è questa sua Co-'
media, nel fiorentino idioma si disponesse; perché non più tosto'
in versi latini, come gli altri poeti precedenti hanno fatto. A cosi
fatta domanda rispondere, tra molte ragioni, due a l'altre prin-
cipali me ne occorrono. Delle quali la prima è per fare utilità "^
più comune a' suoi cittadini e agli altri italiani: conoscendo che, ^
se metricamente in latino, come gli altri poeti passati, avesse
scritto, sólamente a' letterati avrebbe" fatto utile; scrivendo in
volgare fece opera mai più non fatta, e^on tolse il non potere
esser inteso da' letterati, e mostrando la bellezza del nostro
idioma e la sua eccellente arte in quello, e diletto e intendimento
di sé diede agl'idioti, abbandonati per adrieto da ciascheduno.
La seconda ragione, che a questo il mosse, fu questa. Vedendo
54 I - VITA DI DANTE
/
y egli li liberali studi del tutto abbandonati, e massimamente da*
prencipi e dagli altri grandi uomini, a' quali si solcano le poe-
tiche fatiche intitolare, e per questo e le divine opere di Virgilio
e degli altri solenni poeti non solamente essere in poco pregio
divenute, ma quasi da' più disprezzate ; avendo egli incominciato,
secondo che l'altezza della materia richiedea, in questa guisa:
Ultima regna canam, Jluido contermina m,undo,
spiritibus quae lata patent, qucs premia solvimi
prò merilis cuicumgue suis, ecc.
il lasciò stare; e, immaginando invano le croste del pane porsi
alla bocca di coloro che ancora il latte suggano, in istile atto a'
moderni sensi ricominciò la sua opera e perseguilla in volgare.
Questo libro della Comedta, secondo ì\ ragionare d'alcuno,
intitolò egli a tre solennissimi uomini italiani, secondo la sua
triplice divisione, a ciascuno la sua, in questa guisa : la prima
parte, cioè lo 'Nferno, intitolò a Uguiccione della Faggiuola, il
quale allora in Toscana signore di Pisa era mirabilmente glo-
rioso; la seconda parte, cioè il Purgatoro, intitolò al marchese
Moruello Malespina; la terza parte, cioè il Paradiso, a Federigo
terzo re di Cicilia. Alcuni vogliono dire lui averlo intitolato tutto
a messer Cane della Scala; ma, quale si sia di queste due la
verità, ninna cosa altra n'abbiamo che solamente il volontario
ragionare di diversi; né egli è si gran fatto che solenne inve-
stigazione ne bisogni.
Similemente questo egregio autore nella venuta d' Arrigo set-
timo imperadore fece un libro in latina prosa, il cui titolo è Mo-
narchia, il quale, secondo tre quistioni le quali in esso ditermina.
in tre libri divise. Nel primo, loicalmente disputando, pruova
che a ben essere del mondo sia di necessità essere imperio ; la
quale è la prima quistione. Nel secondo, per argomenti' istorio-
grafi procedendo, mostra Roma di ragione ottenere il titolo
dello imperio; eh* è la seconda quistione. Nel terzo, per argo-
menti teologi pruova l'autorità dello 'mperio immediatamente
procedere da Dio, e non mediante alcuno suo vicario, come li
cherici pare che vogliano; eh 'è la terza quistione.
1 - VITA DI DANTE 55
Questo libro più anni dopo la morte dell'autore fu dannato da
messer Beltrando cardinale del Poggetto e legato di papa nelle
parti di Lombardia, sedente Giovanni papa ventesimosecondo. E
la cagione fu però che Lodovico duca di Baviera, dagli elettori
della Magna eletto in re de' romani, e venendo per la sua corona-
zione a Roma, contra il piacere del detto Giovanni papa essendo
in Roma, fece contra gli ordinamenti ecclesiastici un frate minore,
chiamato frate Pietro della Corvara, papa, e molti cardinali e
vescovi; e quivi a questo papa si fece coronare. E, nata poi in .j,^
molti casi della sua autorità quistione, egli e' suoi seguaci, tro- j ^ ^
vato questo libro, a difensione di quella e di sé molti degli i ^ ^jj^
argomenti in esso posti cominciarono a usare; per la qual cosaj
il libro, il quale infino allora appena era saputo, divenne molto
famoso. Ma poi, tornatosi il detto Lodovico nella Magna, e li
suoi seguaci, e massimamente i cherici, venuti al dichino e di-
spersi; il detto cardinale, non essendo chi a ciò s'opponesse,
avuto il soprascritto libro, quello in publico, si come cose ere-
tiche contenente, dannò al fuoco. E '1 simigliante si sforzava
di fare dell'ossa dell'autore a eterna infamia e confusione della
sua memoria, se a ciò non si fosse opposto un valoroso e no-
bile cavaliere fiorentino, il cui nome fu Pino della Tosa, il quale
allora a Bologna, dove ciò si trattava, si trovò, e con lui messer
Ostagio da Polenta, potente ciascuno assai nel cospetto del car-
dinale di sopra detto.
Oltre a questi compose il detto Dante due egloghe assai
belle, le quali furono intitolate e mandate da lui, per risposta
di certi versi mandatigli, a maestro Giovanni del Virgilio, del
quale di sopra altra volta è fatta menzione.
Compuose ancora un comento in prosa in fiorentino volgare
sopra tre delle sue canzoni distese, comeché egli appaia luì avere
avuto intendimento, quando il cominciò, di commentarle tutte,
benché poi, o per mutamento di proposito o per mancamento di
tempo che avvenisse, più commentate non se ne truovano da lui ;
e questo intitolò Convivio, assai bella e laudevole operetta.
Appresso, già vicino alla sua morte, compuose uno libretto
in prosa latina, il quale egli intitolò De vulgari eloquentia,
56 I - VITA DI DANTE
dove intendea di dare dottrina, a chi imprendere la volesse, del
dire in rima; e comeché per lo detto libretto apparisca lui
avere in animo di dovere in ciò comporre quattro libri, o che
più non ne facesse dalla morte soprapreso, o che perduti sieno
gli altri, più non appariscono che due solamente.
Fece ancora questo valoroso poeta molte pistole prosaiche
in latino, delle quali ancora appariscono assai. Compuose molte
canzoni distese, sonetti e ballate assai e d'amore e morali, oltre
a quelle che nella sua Vita Nova appariscono ; delle quali cose
non curo di fare speziai menzione al presente.
In cosi fatte cose, quali di sopra sono dimostrate, consumò
il chiarissimo uomo quella parte del suo tempo, la quale egli
agli amorosi sospiri, alle pietose lacrime, alle sollecitudini pri-
vate e publiche e a' vari fluttuamenti della iniqua fortuna potè
imbolare: opere troppo più a Dio e agli uomini accettevoli che
gl'inganni, le fraudi, le menzogne, le rapine e' tradimend, li
quali la maggior parte degli uomini usano oggi, cercando per
diverse vie un medesime termine, cioè il divenire ricco, quasi
in quelle ogni bene, ogni onore, ogni beatitudine stea. Oh menti
sciocche, una brieve particella di una ora, separare dal caduco
corpo lo spirito, e tutte queste vituperevoli fatiche annullerà, e
il tempo, nel quale ogni cosa suol consumarsi, o annullerà pre-
stamente la memoria del ricco, o quella per alcuno spazio con
gran vergogna di lui serverà! Che del nostro poeta certo non
avverrà, anzi, si come noi veggiamo degli strumenti bellici ad-
divenire, che per l'usargli diventan più chiari, cosi avverrà del
suo nome: egli^ ppr pggprp stropirrlfltn Hai tempo g^mprp di-
venterà più lucente. £ perciò fatichi chi vuole nelle sue vanità,
e bastigli l'esser lasciato fare, senza volere, con riprensione da
se medesimo non intesa, l'altrui virtuoso operare andar mordendo.
I - VITA DI DANTE 57
XXVII
RICAPITOLAZIONE
Mostrato è sommariamente qual fosse l'origine, gli studi e
la vita e' costumi, e quali sieno l'opere state dello splendido
uomo Dante Alighieri, poeta chiarissimo, e con esse alcuna altra
cosa, facendo transgressione, secondo che conceduto m'ha Colui
che d'ogni grazia è donatore. Ben so, per molti altri molto
meglio e più discretamente si saria potuto mostrare; ma chi fa
quel che sa, più non gli è richiesto. Il mio avere scritto come
io ho saputo, non toglie il poter dire a un altro, che meglio
ciò creda di scrivere che io non ho fatto; anzi forse, se io in
parte alcuna ho errato, darò materia altrui di scrivere, per dire
il vero, del nostro Dante, ove infino a qui niuno truovo averlo
fatto. Ma la mia fatica non è ancora alla sua fine. Una particella,
nel processo promessa di questa operetta, mi resta a dichiarare,
cioè il sogno della madre del nostro poeta, quando in lui era
gravida, veduto da lei; del quale io, quanto più brievemente
saprò e potrò, intendo di dilivrarmi, e porre fine al ragionare.
XXVIII
ANCORA IL SOGNO DELLA MADRE DI DANTE
Vide la gentil donna nella sua gravidezza sé a pie d'uno
altissimo alloro, allato a una chiara fontana partorire un figliuolo,
il quale di sopra altra volta narrai, in br^eve tempo, pascendosi
delle bache di quello alloro cadenti e dell'onde della fontana,
divenire un gran pastore e vago molto delle frondi di quello
alloro sotto il quale era; alle quali avere mentre ch'egli si sfor-
zava, le parea ch'egli cadesse; e subitamente non lui, ma di
58 I - VITA DI DANTE
lui un bellissimo paone le parca vedere. Dalla quai maraviglia
la gentil donna commossa, ruppe, senza vedere di lui più avanti,
il dolce sonno.
XXIX
SPIEGAZIONE DEL SOGNO
La divina bontà, la quale ab aeterno, si come presente ogni
cosa futura previde, suole, da sua propra benignità mossa,
qualora la natura, sua generale ministra, è per producere alcuno
inusitato effetto infra' mortali, di quello con alcuna dimostrazione
o in segno o in sogno o in altra maniera farci avveduti, accio-
ché dalla predimostrazione argomento prendiamo ogni cono-
scenza consistere nel Signore della natura producente ogni cosa ;
la quale predimostrazione, se ben si riguarda, ne fece nella ve-
nuta del poeta, del quale tanto di sopra è parlato, nel mondo.
E a quale persona la poteva egli fare che con tanta affezione
e veduta e servata l'avesse, quanto colei che della cosa mostrata
doveva essere madre, anzi già era? Certo a niuna. Mostrollo
dunque a lei, e quello ch'egli a lei mostrasse ci è già manifesto
per la scrittura di sopra; ma quello ch'egli intendesse con più
aguto occhio è da vedere. Parve adunque alla donna partorire
un figliuolo, e certo cosi fece ella infra picciolo termine dalla
veduta visione. Ma che vuole significare l'alto alloro sotto il
• quale il partorisce, è da vedere.
Opinione è degli astrologi e di molti naturali filosofi, per la
vertù e influenzia de' corpi superiori gl'inferiori e producersi e
nutricarsi, e, se potentissima ragione da divina grazia illuminata
non resiste, guidarsi. Per la qual cosa, veduto quale corpo su-
periore sia più possente nel grado che sopra l'orizzonte sale
in quella ora che alcun nasce, secondo quello cotal corpo più
possente, anzi secondo le sue qualità, dicono del tutto il nato
disporsi. Per che per lo alloro, sotto il quale alla donna pareva
il nostro Dante dare al mondo, mi pare che sia da intendere
I - VITA DT DANTE 59
la disposizione del cielo la quale fu nella sua natività, mostrante
sé essere tale che magnanimità e eloquenzia poetica dimostrava ;
le quali due cose significa l'alloro, àlbore di Febo, e delle cui
fronde li poeti sono usi di coronarsi, come di sopra è già mo-
strato assai.
Le bache, delle quali nutrimento prendeva il fanciullo nato,
gli effetti da cosi fatta disposizione di cielo, quale è mostrata,
già proceduti, intendo; li quali sono i libri poetici e le loro
dottrine, da' quali libri e dottrine fu altissimamente nutricato,
cioè ammaestrato il nostro Dante.
Il fonte chiarissimo, della cui acqua le parea che questi be-
vessCi^niuna altra cosa giudico che sia da intendere se non
l'ubertà^Mella filosofica dottrina morale e naturale; la quale si
come dalla ubertà nascosa nel ventre della terra procede, cosi
e queste dottrine dalle copiose ragioni dimostrative, che terrena
ubertà si possono dire, prendono essenza e cagione: senza le
quali, cosi come il cibo non può bene disporsi, senza bere, negli
stomaci di chi '1 prende, non si può alcuna scienziabene negl'in-
telletti adattare di nessuno, se dalli filosofici dimostrameli non
v'è ordinata e disposta. Per che ottimamente possiamo dire, lui
con le chiare onde, cioè con la filosofia, disporre nel suo sto-
maco, cioè. nel suo intelletto, le bache delle quali si pasce, cioè
la poesia, la quale, come già è detto, con tutta la sua sollecitu-
dine studiava.
Il divenire subitamente pastore ne mostra la eccellenzia del
suo ingegno, in quanto subitamente; il quale fu tanto e tale, che
in brieve spazio di tempo comprese per istudio quello che op-
portuno era a divenire pastore, r>J5ìè (^^^^re^ di pastura agli «Uri 1 v/
'"SSgTii di ..giò bisognosi. E si come assai leggermente ciascuno
può comprendere, due maniere sono di pastori: l'una sono pa-
stori corporali, l'altra spirituali. Li corporali pastori sono di due
maniere, delle quali la prima è quella di ^oloro che volgarmente
da tutti sono appellati « pastori », cioè i guardatori delle pecore o
de' buoi o di qualunque altro animale; la seconda maniera sono
i padri delle famiglie, dalla sollecitudine de' quali convegnono
essere e pasciuti e guardati e governati la gregge de' figliuoli
6o I - VITA DI DANTE
e de' servidori e degli altri suggetti di quegli. Li spirituali pastori
similmente si possono dire di due maniere, delle quali l'una è
quella di coloro li quali pascolano l'anime de' viventi della pa-
rola di Dio; e questi sono i prelati, li predicatori e' sacerdoti,
nella cui custodia sono commesse l'anime labili di qualunque
sotto il governo a ciascuno ordinato dimora: l'altra è quella di
coloro li quali, d'ottima dottrina, o leggendo quello che gli pas-
sati hanno scritto, o scrivendo di nuovo ciò che loro pare o
non tanto chiaro mostrato o omesso, informano e l'anime e
gl'intelletti degli ascoltanti o de' leggenti, li quali generalmente
dottori, in qual che facultà si sia, sono appellati. Di questa
maniera di pastori subitamente, cioè in poco tempo, divenne
il nostra poeta. E che ciò sia vero, lasciando stare l'altre opere
compilate da lui, riguardisi la sua Comedia, la quale con la
dolcezza e bellezza del testo pasce non solamente gli uomini,
ma i fanciulli e le femine; e con mirabile soavità de' profon-
dissimi sensi sotto quella nascosi, poi che alquanto gli ha tenuti
sospesi, ricrea e pasce gli solenni intelletti.
Lo sforzarsi ad avere di quelle frondi, il frutto delle quali
l'ha nutricato, niun'altra cosa ne mostra che l'ardente diside-
rio avuto da lui, come di sopra si dice, della corona laurea;
la quale per nulla altro si disidera, se non per dare testimo-
nianza del frutto. Le quali frondi mentre ch'egli più ardente-
mente disiderava, lui dice che vide cadere; il quale cadere ninna
altra cosa fu se non quello cadimento che tutti facciamo senza
levarci, cioè il morire ; il quale, se bene si ricorda di ciò che di
sopra è detto, gli avvenne quando più la sua laureazione disiava.
Seguentemente dice che di pastore subitamente il vide dive-
nuto un paone ; per lo qual mutamento assai bene la sua po-
sterità comprendere possiamo, la quale, come che nell'altre
sue opere stea, sommamente vive nella sua Comedia, la quale,
secondo il mio giudicio, ottimamente è conforme al paone, se
le propietà de l'uno e de l'altra si guarderanno. Il paone tra
l'altre sue propietà, per quello che appaia, n'ha quattro nota-
bili. La prima si è ch'egli si ha penna angelica, e in quella
ha cento occhi; la seconda si è ch'egli ha sozzi piedi e tacita
I - VITA DI DANTE 6l
andatura; la terza si è ch'egli ha voce molto orribile a udire;
la quarta e ultima si è che la sua carne è odorifera e incor-
ruttibile. Queste quattro cose pienamente ha in sé la Comedia
del nostra poeta; ma, percioché acconciamente l'ordine posto
di quelle non si può seguire, come verranno più in concio or
l'una ora l'altra le verrò adattando, e comincerommi da l'ultima.
Dico che il senso della nostra Comedia è simigliante alla
carne del paone, percioché esso, o morale o teologo che tu
il dèi a quale parte più del libro ti piace, è semplice e immuta-
bile verità, la quale non solamente corruzione non può ricevere,
ma quanto più si ricerca, maggiore odore della sua incorrut-
tibile soavità porge a' riguardanti. E di ciò leggermente molti
esempli si mostrerebbero, se la presente materia il sostenesse;
e però, senza porne alcuno, lascio il cercarne agl'intendenti.
Angelica penna dissi che copria questa carne; e dico
« angelica », non perché io sappia se cosi fatte o altramenti gli
angeli n'abbiano alcuna, ma, congetturando a guisa de' mortali,
udendo che gli angeli volino, avviso loro dovere avere penne;
e, non sappiendone alcuna fra questi nostri uccelli più bella,
né più peregrina, né cosi come quella del paone, imagino loro
cosi doverle avere fatte; e però non quelle da queste, ma queste
da quelle dinomino, perché più nobile uccello è l'angelo che
'l paone. Per le quali penne, onde questo corpo si cuopre, in-
tendo la bellezza della peregrina istoria, che nella superfìcie
della lettera della Comedia suona: si come l'essere disceso in
inferno e veduto l'abito del luogo e le varie condizioni degli
abitanti ; essere ito su per la montagna del purgatorio, udite
le lagrime e i lamenti di coloro che sperano d'essere santi; e
quindi salito in paradiso e la ineffabile gloria de' beati veduta:
istoria tanto bella e tanto peregrina, quanto mai da alcuno più
non fu pensata non che udita, distinta in cento canti, si come
alcuni vogliono il paone avere nella coda cento occhi. Li quali
canti cosi provvedutamente distinguono le varietà del trattato
opportune, come gli occhi distinguono i colori o la diversità
delle cose obiette. Dunque bene è d'angelica penna coperta la
carne del nostro paone.
i
62 1 - VITA DI DANTE
Sono similmente a questo paone li pie sozzi e l'andatura
queta: le quali cose ottimamente alla Comedia del nostro autore
si confanno, percioché, si come sopra i piedi pare che tutto il
corpo si sostenga, cosi prima facie pare che sopra il modo del
parlare ogni opera in iscrittura composta si sostenga; e il parlare
volgare, nel quale e sopra il quale ogni giuntura della Comedia
si sosdene, a rispetto dell'alto e maestrevole stilo letterale che
usa ciascun altro poeta, è sozzo, comeché egli sia più che gli
altri belli agli odierni ingegni conforme. L'andar queto significa
l'umiltà dello stilo, il quale nelle commedie di necessità si richie-
de, come color sanno che intendono che vuole dire « comedia »..
Ultimamente dico che la voce del paone è orribile ; la quale,
come che la soavità delle parole del nostro poeta sia molta
quanto alla prima apparenza, sanza ninno fallo a chi bene le me-
dolle dentro ragguarderà, ottimamente a lui si confà. Chi più or-
ribilmente grida di lui, quando con invezione acerbissima morde
le colpe di molti viventi, e quelle de' preteriti gastiga? Qual
voce è più orrida che quella del gastigante a colui eh' è disposto
a peccare? Certo ninna. Egli a un'ora colle sue dimostrazioni
spaventa i buoni e contrista i malvagi; per la qual cosa quanto
in questo adopera, tanto veramente orrida voce si può dire
avere. Per la qual cosa, e per l'altre di sopra toccate, assai
appare, colui, che fu vivendo pastore, dopo la morte essere di-
venuto paone, si come credere si puote essere stato per divina
spirazione nel sonno mostrato alla cara madre.
Questa esposizione del sogno della madre del nostro poeta
conosco essere assai superficialmente per me fatta; e questo per
più cagioni. Primieramente, perché forse la sufficienzia, che a
tanta cosa si richiederebbe, non c'era; appresso, posto che
stata ci fosse, la principale intenzione noi patia; ultimamente,
quando e la sufficienzia ci fosse stata e la materia l'avesse pa-
tito, era ben fatto da me non essere più detto che detto sia,
accioché ad altrui più di me sofficiente e più vago alcuno luogo
si lasciasse di dire. E perciò quello, che per me detto n'è,
quanto a me dee convenevolmente bastare, e quel, che manca,
rimanga nella sollecitudine di chi segue.
VITA DI DANTE 63
XXX
CONCLUSIONE
La mia piccioletta barca è pervenuta al porto, al quale ella
dirizzò la proda partendosi dallo opposito lito: e comeché il
peleggio sia stato picciolo, e il mare, il quale ella ha solcato,
basso e tranquillo, nondimeno, di ciò che senza impedimento
è venuta, ne sono da rendere grazie a Colui che felice vento
ha prestato alle sue vele. Al quale con quella umiltà, con quella
divozione, con quella affezione che io posso maggiore, non
quelle, né cosi grandi come si converrieno, ma quelle che io
posso, rendo, benedicendo in eterno il suo nome e '1 suo valore.
II
REDAZIONI COMPENDIOSE
DELLA VITA DI DANTE
(PRIMO E SECONDO COMPENDIO)
G. Boccaccio, Scritti danteschi - i.
AVVERTENZA
Nel testo si è dato il secondo compendio : le varianti del primo sono
riferite a pie di pagina.
PROPOSIZIONE
Solone, il cui petto un umano tempio di divina sapienza fu
reputato, e le cui sacratissime leggi sono ancora testimonianza
dell'antica giustizia e della sua gravità, era, secondo che dicono
alcuni, usato talvolta di dire ogni republica, si come noi, andare
e stare sopra due piedi; de' quali con maturità affermava essere
il destro il non lasciare alcun difetto commesso impunito, e il
sinistro ogni ben fatto remunerare; aggiugnendo che, qualunque
delle due cose mancava, senza dubbio da quel pie la republica
zoppicare.
Dalla quale laudevole sentenza mossi alcuni cosi egregi come
antichi popoli, alcuna volta di deità, altra di marmorea statua,
e sovente di celebre sepoltura, di triunfale arco, di laurea corona
o d'altra spettabile cosa, secondo i meriti, onoravano i valorosi;
per opposito agrissime pene a' colpevoli infligendo. Per li quali
meriti l'assiria, la macedonica e ultimamente la romana repu-
blica aumentate, con l'opere li fini della terra, e con la fama
toccaron le stelle. Le vestigie de' quali non solamente da' suc-
cessor presenti, e massimamente da' miei fiorentini, sono mal
seguite, ma in tanto s'è disviato da ess^ che ogni premio di
virtù possiede l'ambizione. Il che, se ogni altra cosa occullasse,
non lascerà nascondere l'esilio ingiustamente dato al chiarissimo
uomo Dante Alighieri, uomo di sangue nobile, ragguardevole
per scienza e per operazioni laudevole e degno di glorioso
68 II - REDAZIONI COMPENDIOSE
onore. Intorno alla quale opera pessimamente fatta non è la
presente mia intenzione di volere insistere con debite riprensioni,
ma più tosto in quella parte, che le mie piccole forze possono,
quella emendare; percioché, quantunque picciol sia, pur di
quella [città] son cittadino, e agli onor d'essa mi conosco in
solido obbligato.
Quello adunque che la nostra città dovria verso il suo va-
loroso cittadino magnificamente operare, accioché in tutto non
sia detto noi esorbitare dagli antichi, intendo di fare io, non
con istatua o con egregia sepoltura, delle quali è oggi dell'una
appo noi spenta l'usanza, né all'altra basterieno le mie facultadi,
ma con povere lettere a tanta impresa, volendo più tosto di
presunzione che d'ingratitudine potere esser ripreso. Scriverò
adunque in istilo assai umile e leggiero, peroché più sublime
noi mi presta lo 'ngegno, e nel nostro fiorentino idioma, accio-
ché da quello che Dante medesimo usò nella maggior parte
delle sue opere non discordi, quelle cose, le quali esso di sé
onestamente tacette, cioè la nobiltà della sua origine, la vita,
gli studi e i costumi; raccogliendo appresso in uno l'opere da
lui fatte, nelle quali esso sé chiaro ha renduto a' futuri. Il che
accioché compiutamente si possa fare, umilmente priego Colui,
il quale di speziai grazia lui trasse, come leggiamo, per si alta
scala a contemplarsi, che me al presente aiuti, e, in onore e
gloria del suo santissimo nome, e la debole mano guidi, e
regga lo 'ngegno mio.
II
PATRIA E MAGGIORI DI DANTE
Fiorenza, intra l'altre città italiane più nobile, secondo la
generale opinione de' presenti, ebbe inizio da' romani ; e in
processo di tempo aumentata di popoli e di chiari uomini e
già potente parendo, o contrario cielo, o i lor meriti, che in
sé l'ira di Dio provocassero, non dopo molti secoli da Attila,
DELLA VITA DI DANTE 69
crudelissimo re de' vandali e general guastatore quasi di tutta
Italia, molti de' cittadini uccisi, quella ridusse in cenere e in
ruine. Poi, trapassato già il trecentesimo anno, e Carlomagno,
clementissimo re de' franceschi, essendo all'altezza del romano
imperio elevato, avvenne che, o per propio movimento, forse
da Dio a ciò spirato, o per prieghi pòrtigli da alcuni, che il
detto Carlo alla reedificazione della detta città l'animo dirizzò,
e a coloro medesimi, li quali primi conditori n'erano stati, la
fatica commise. Li quali in piccol cerchio riducendola, quanto
poterono, si come ancora appare, a Roma la fér simigliante,
seco raccogliendovi dentro quelle poche reliquie che de' discen-
denti degli antichi scacciati si poter ritrovare.
Vennevi, secondo che testimonia la fama, tra' novelli reedi-
ficatori un giovane, per origine de' Frangiapani, nominato Eliseo ;
il quale, che che cagion sei movesse, di quella divenne per-
petuo cittadino; del quale rimasi laudevoli discendenti ed ono-
rati molto, non l'antico cognome ritennero, ma, da colui, che
quivi loro aveva dato principio, prendendolo, si chiamar gli Elisei.
De' quali, di tempo in tempo e d'uno in altro discendendo, tra
gli altri nacque e visse un cavaliere per arme e per senno rag-
guardevole, il cui nome fu Cacciaguida; il quale per isposa ebbe
una donzella nata degli Aldighieri di Ferrara, della quale forse più
figliuoli ricevette. Ma, come che gli altri nominati si fossero, in
uno, si come le donne sogliono esser vaghe di fare, le piacque
di rinnovare il nome de' suoi maggiori, e nominollo Aldighieri;
comeché il vocabol poi, per sottrazione d'alcuna lettera, rima-
nesse Alighieri. Il valor del quale fu cagione a quegli, che
disceser di lui, di lasciare il titolo degli Elisei e di cognomi-
narsi degli Alighieri. Del quale, come che alquanti e figliuoli
e nepoti e de' nepoti figliuoli discendessero, regnante Federigo
secondo imperadore, uno ne nacque, il quale dal suo avolo
nominato fu Alighieri, più per colui di cui fu padre che per
sé chiaro. Questi nella sua donna genera colui del quale dee
essere il futuro sermone. Né pretermise il nostro signore Iddio,
che alla madre nel sonno non dimostrasse cui ella portasse nel
ventre. Il che allora poco inteso e non curato, in processo di
70 II - REDAZIONI COMPENDIOSE
tempo e nella vita e nella morte di colui, che nascer doveva di
lei, chiarissimamente si manifestò, si come con la grazia di Dio
mostreremo vicino al fine della presente operetta.
Venuto adunque il tempo del parto, partorì la donna questa
futura chiarezza della nostra città, e di pari consentimento il
padre ed ella, non senza divina disposizione, si come io credo,
il nominaron Dante, volendone Iddio per cotal nome mostrare
lui dovere essere di maravigliosa dottrina datore.
Ili
SUOI STUDI
Nacque adunque questo singulare splendore italico nella no-
stra città, vacante il romano imperio per la morte di Federigo,
negli anni della salutifera incarnazione del Re dell'universo
MCCLXV, sedente Urbano papa quarto, ricevuto nella paterna casa
da assai lieta fortuna: lieta, dico, secondo la qualità del mondo
che allora s'usava. E nella sua puerizia cominciò a dare, a chi
avesse a ciò riguardato, manifesti segni qual dovea la sua ma-
tura età divenire; peroché, lasciata ogni pueril moUizie, nella
propria patria con istudio continuo tutto si diede alle liberali
arti, e, in quelle già divenuto esperto, non alle lucrative facultadi,
alle quali oggi ciascun cupido di guadagnare s'avventa innanzi
tempo, ma da laudevole vaghezza di perpetua fama tratto, alle
speculative si diede. E, peroché a ciò, si come appare, era
dal ciel produtto, a vedere con aguto intelletto e le fizioni e
l'artificio mirabile de' poeti si mise; e in brieve tempo, non
trovandogli semplicemente favolosi, come si parla, familiarissimo
divenne di tutti, e massimamente de' più famosi. E, come già
è detto, conoscendo le poetiche opere non esser vane o stolte
favole, come molti dicono, ma sotto sé dolcissimi frutti di verità
istoriografe o filosofiche aver nascosti, accioché piena notizia
n'avesse, e alle istorie e alla filosofia, i tempi debitamente
partiti, si diede; e già divenuto di quelle e di questa esperto,
DELLA VITA DI DANTE 71
cresciuta, con la dolcezza del conoscere la verità delle cose, la
vaghezza del più sapere, a voler investigar quello che per
umano ingegno se ne può comprendere delle celestiali intelli-
genzie e della prima causa con ogni sollecitudine tutto si diede.
Né questi studi in picciol tempo si feciono, né senza grandissimi
disagi s'esercitarono, né nella patria sola s'acquistò il frutto di
quegli. Egli, si come a luogo più fertile del cibo che '1 suo
alto intelletto disiderava, a Bologna andatone, non piccol tempo
vi spese; e, già vicino alla sua vecchiezza, non gli parve grave
l'andarne a Parigi, dove, non dopo molta dimora, con tanta
gloria di sé, disputando, più volte mostrò l'altezza del suo in-
gegno, che ancora narrandosi se ne maravigliano gli uditori.
Di tanti e si fatti studi non ingiustamente il nostro Dante me-
ritò altissimi titoli: percioché alcuni assai chiari uomini in
scienza il chiamavano sempre « maestro », altri l'appellavan
* filosofo », e di tali furono che « teologo » il nominavano, e
quasi generalmente ogn'uomo il diceva « poeta », si come an-
cora è appellato da tutti. Ma, percioché tanto è la vittoria più
gloriosa quanto le forze del vinto sono state maggiori, giudico
esser convenevole dimostrare di come fluttuoso anzi tempestoso
mare costui, ora in qua e ora in là ributtato, con forte petto
parimente le traverse onde e i contrari venti vincendo, perve-
nisse al salutevole porto de' chiarissimi titoli già narrati.
IV
IMPEDIMENTI AVUTI DA DANTE AGLI STUDI
Gli Studi generalmente sogliono solitudine e rimozion di sol-
lecitudine disiderare e tranquillità d'animo, e massimamente
gli speculativi, a' quali, si come mostrato è, il nostro Dante,
in quanto la possibilità permetteva, s'eraMonato. In luogo della
quale rimozione e quiete, quasi dallo inizio della sua puerizia
infino allo stremo della sua vita. Dante ebbe fierissima e im-
portabile passion d'amore. Ebbe oltre a ciò moglie; le quali
72 II - REDAZIONI COMPENDIOSE
chi '1 pruova sa come capitali nemiche sieno dello studio della
filosofia. Similmente ebbe ad aver cura della re familiare e
oltre a ciò della republica, e, sopr'a tutte queste, lungamente
sostenne esilio e povertà; accioché io lasci stare l'altre parti-
culari noie, che queste si tirano appresso. Le quali, per mostrare
quanta in sé superficialmente di gravezza portassono e accio-
ché per questo parte della promessa fatta s'osservi, giudico
convenevole sia alquanto più distesamente spiegarle.
V
AMORE PER BEATRICE
Era usanza nella nostra città e degli uomini e delle donne,
come il dolce tempo della primavera ne veniva, nelle lor con-
trade ciascuno per distinte compagnie festeggiare. Per la qual
cosa infra gli altri Folco Portinari, onorevole cittadino, il primo
di di maggio aveva i suoi vicini nella propria casa raccolti a
festeggiare, infra' quali era il sopradetto Alighieri; e lui, si
come far sogliono i piccoli figliuoli i lor padri, e massimamente
alle feste, seguito avea il nostro Dante, la cui età ancor non
aggiungnea all'anno nono. Il quale con gli altri della sua età,
che nella casa erano, puerilmente si diede a trastullare.
Era tra gli altri una figliuola del detto Folco, chiamata Bice,
la quale di tempo non passava l'anno ottavo, leggiadretta assai
e ne' suoi costumi piacevole e gentilesca, bella nel viso, e
nelle sue parole con più gravezza che la sua piccola età non
richiedea. La quale riguardando Dante e una e altra volta,
con tanta affezione, ancor che fanciul fusse, piacendogli, la
ricevette nell'animo, che mai altro sopra vvegnente piacere la
bella imagine di lei spegnere né potè né cacciare. E, lasciando
stare de' puerili accidenti il ragionare, non solamente conti-
nuandosi, ma crescendo di giorno in giorno l'amore, non avendo
ninno altro disidèro maggiore né consolazione se non di ve-
der costei, gli fu in più provetta età di cocentissimi sospiri e
DELLA VITA DI DANTE 73
d'amare lagrime assai spesso dolorosa cagione, si come egli
in parte nella sua Fz/a nuova dimostra. Ma quello che rade
volte suole negli altri cosi fatti amori intervenire, in questo
essendo avvenuto, non è senza dirlo da trapassare. Fu questo
amor di Dante onestissimo, qual che delle parti, o forse amendue,
fosse di ciò cagione. Egli quantunque, almeno dalla parte di
Dante, ardentissimo fosse, ninno sguardo, ninna parola, niun
cenno, niun sembiante, altro che laudevole, per alcun se ne
vide giammai. Che più? Dal viso di questa giovine donna, la
quale non Bice, ma dal suo primitivo sempre chiamò Beatrice,
fu primieramente nel petto suo desto lo 'ngegno al dovere pa-
role rimate comporre. Delle quali, si come manifestamente
appare, in sonetti, ballate e canzoni e altri stili, molte in laude
di questa donna eccellentissimamente compose, e tal maestro,
sospingnendolo Amor, ne divenne, che, tolta di gran lunga la
fama a' dicitor passati, mise in opinion molti che ninno nel
futuro esser ne dovesse, che lui in ciò potesse avanzare.
VI
DOLORE DI DANTE PER LA MORTE DI BEATRICE
Gravi erano stati i sospiri e le lagrime, mosse assai sovente
dal non potere aver veduto, quanto il concupiscibile appetito
disiderava, il grazioso viso della sua donna ; ma troppo più
ponderosi gliele serbava quella estrema e inevitabile sorte che,
mentre viver dovesse, ne '1 doveva privare. Avvenne adunque
che, essendo quasi nel fine del suo vigesimoquarto anno la
bellissima Beatrice, piacque a Colui che tutto puote di trarla
delle temporali angosce e chiamarla alla sua eterna gloria. La
partita della quale tanto impazientemente sostenne il nostro
Dante, che, oltre a' sospiri e a' pianti continui, assai de' suoi
amici lui quel senza morte non dover finire estimarono. Lunghe
furono e molte [le sue lagrime], e per lungo spazio ad ogni
74 n - REDAZIONI COMPENDIOSE
conforto datogli tenne gli orecchi serrati. Ma pur poi, in pro-
cesso di tempo maturatasi alquanto l'acerbità del dolore, e
facendo alquanto la passion luogo alla ragione, cominciò senza
pianto a potersi ricordare che morta fosse la donna sua, e per
conseguente ad aprir gli orecchi a' conforti ; ed essendo lun-
gamente stato rinchiuso, incominciò ad apparire in publico
tra le genti. Né fu solo da questo amor passionato il nostro
poeta, anzi, inchinevole molto a questo accidente, per altri
obietti in più matura età troviam lui sovente aver sospirato, e
massimamente dopo il suo esilio, dimorando in Lucca, per
una giovine, la quale egli nomina Pargoletta. E oltre a ciò,
vicino allo stremo della sua vita, nell'alpi di Casentino per
una alpigina, la quale, se mentito non m'è, quantunque bel
viso avesse, era gozzuta. E, per qualunque fu l'una di queste,
compose più e più laudevoli cose in rima.
VII
MATRIMONIO DI DANTE
«
Agro e valido nemico degli studi è amore, come veramente
testificar può ciascuno che a tal passione è soggiaciuto ; percio-
ché, poi che con lusinghevole speranza ha tutta la mente oc-
cupata di chi nel principio non l' ha con forte resistenza scac-
ciato, niun pensiero, ninna meditazione, niuno appetito in quella
patisce che stea se non quelle sole, le quali esso medesimo vi
reca ; e chenti queste siano e come contrarie allo specular filo-
sofico o alle poetiche invenzioni, si manifesto mi pare, che su-
perfluo estimo sarebbe il metterci tempo a più chiarirlo.
A questo stimolo un altro forse non minore se n'aggiunse;
percioché, poi che, allenate le lagrime della morte di Beatrice,
diede agli amici suoi alcuna speranza della sua vita, inconta-
nente loro entrò nell'animo che, dandogli per moglie una gio-
vane, colei del tutto se ne potesse cacciare, che, benché partita
del mondo fosse, gli avea nel petto la sua imagine lasciata
DELLA VITA DI DANTE 75
perpetua donna: e, lui a dò inclinato, senza alcuno indugio
misero ad effetto il lor pensiero.
Saranno per avventura di quegli che laudevole diranno cotal
consiglio; e questo avverrà perché non considereranno quanto
pericolo porti lo spegnere il fuoco temporal con l'eterno. Era
a Dante l'amore, il quale a Beatrice portava, per lo suo troppo
focoso disiderio spesse volte noioso e grave a sofferire; ma
pur talvolta alcun soave pensiero, alcuna dolce speranza, qual-
che dilettevole imaginazion ne traeva; dove della compagnia
della moglie, secondo che coloro afferman che *1 pruovano,
altro che sollecitudine continua e battaglia senza intermission
non si trae. Ma lasciamo star quello che la moglie in qualunque
meccanico possa adoperare, e a quel vegniamo che la presente
materia richiede.
vili
DIGRESSIONE SUL MATRIMONIO
Quanto le mogli sieno nimiche degli studi assai leggermente
puote apparire a* riguardanti. Rincresce spesse volte a' filoso-
fanti la turba volgare: per che, da essa partendosi e raccol-
tosi in alcuna solitaria parte della sua casa, sé contra sé con
la considerazion trasportando, talvolta ragguarda quale spirito
muove il cielo, onde venga la vita agli animali, quali sieno delle
cose le prime cagioni; e talvolta nello splendido consistoro de'
filosofi mischiatosi col pensiero, con Aristotile, con Socrate, con
Platone e con gli altri disputerà della verità d'alcuna conclusione
acutissimamente; e spesse fiate con sottilissima meditazione se
ne entrerà sotto la corteccia d'alcuna poetica Azione, e, con gran-
dissimo suo piacere, quanto sia diverso lo 'ntrinseco dalla crosta
riguarderà. Né fia che non avvenga, quando vorrà, che gl'im-
peradori eccelsi, i potentissimi re e fwencipi gloriosi con lui
nella solitudine non si convengano, e con lui ragionino de' go-
vernameli publici, dell'arti delle guerre e dei mutamenti della
fortuna. Alle quali eccelse e piacevoli cose sopravverrà la donna
76 II - REDAZIONI COMPENDIOSE
e, cacciata via la contemplazion laude vole e tanta e tal compa-
gnia, biasimerà il suo star solitario e '1 suo pensiero, e spesse
volte, sospicando, dirà questo non solergli avvenire avanti ch'ella
a lui venisse, e però assai manifestamente apparire lui esser di
lei pessimamente contento. E, postasi quivi a sedere, non prima
si leverà che, esaminati i pensieri del marito, lui di piacevo-
lissima considerazione in noiosa turbazione avrà recato. Che
dirò dell'odio ch'elle portano a' Hbri, qualora alcuno ne veg-
giono aprire? che delle notturne vigilie, non solamente utili,
ma opportune agli studianti? Tutto a' suoi diletti quel tempo
esser tolto, lagrimando, confermano. Lascio le notturne battaglie,
li loro costumi gravi a sostenere, la spesa inestimabile che nelli
loro ornamenti richeggiono: tutte cose, quanto esser possono,
avverse a' contemplativi pensieri. Che dirò se gelosia v'inter-
viene? che, se cruccio che per lunghezza si converta in odio?
Io corro troppo questa materia, percioché bastar dee agl'inten-
denti averne superficialmente toccato. Ma, chenti che l'altre si
sieno, accioché io quando che sia mi riduca al proposito, tal
fu quella che a Dante fu data, che, da lei una volta partitosi,
né volle mai dove ella fosse tornare, né che ella andasse là
dove egli fosse. Né creda alcuno che io per le sudette cose
voglia conchiuder gli uomini non dover tórre moglie; anzi il
lodo, ma non a tutti. I filosofanti, che.'l mio giudicio in questo
seguiteranno, lasceranno lo sposarsi a' ricchi stolti e a* signori
e similmente ai lavoratori ; ed essi con la filosofia si diletteranno,
molto più piacevole e migliore sposa che alcuna altra.
IX
CURE FAMILIARI E PUBBLICHE
Tirò appresso di sé lo stimolo della moglie al nostro poeta
un'altra quasi inevitabil gravezza, e questa fu la sollecitudine
d'allevare i figliuoli, percioché in brieve tempo padre di fa-
miglia divenne; e, strignendolo la domestica cura, quel tempo.
DELLA VITA DI DANTE 77
che alle eccelse meditazioni, soluto, soleva prestare, costretto
da necessità, conveniva che egli concedesse a' pensieri donde
dovessero i salari delle nutrici venire, i vestimenti de' figliuoli,
e l'altre cose opportune a chi più secondo la opinion del vulgo
che secondo la filosofica verità convien che viva. Il che quanto
d'impedimento alli suoi studi prestasse, assai leggermente co-
noscer si dee da ciascuno.
Da questa per avventura ne gli nacque una maggiore ; per-
cioché l'altiero animo avendo le minor cose in fastidio, e per
le maggiori estimando quelle potersi cessare, dalla familiar cura
transvolò alla publica: nella qual tanto e subitamente si l'av-
vilupparono i vani onori, che, senza guardare donde s'era par-
tito e dove andava con abbandonate redine, messa la filosofia
in oblio, quasi tutto della republica con gli altri cittadin più
solenni al governo si diede. E lugli tanto in ciò alcun tempo
la fortuna seconda, che di tutte le maggior cose occorrenti la
sua diliberazion s'attendeva. In lui tutta la publica fede, in lui
tutta la speranza publica, in lui sommariamente le divine co"se
e l'umane parevano esser fermate. Che questa gloria vana,
questa pompa, questo vento fallace gonfi maravigliosamente i
petti de' mortali; e gli atti e portamenti di coloro, che ne' reg-
gimenti delle città son maggiori, e il fervente appetito, che di
quegli hanno generalmente gli stolti, assai leggermente agli
occhi de' savi il possono dimostrare. E come si dee credere
che intra tanto tumulto, intra tanto rivolgimento di cose, quanto
dee continuamente essere nelle gonfiate menti de* presidenti,
deano potere aver luogo le considerazion filosofiche, le quali,
come già detto è, somma pace d'animo vogliono? In queste
tumultuosità fu il nostro Dante inviluppato più anni, e tanto
più che un altro, quanto il suo disiderio tutto tirava al ben
publico, dove quello degli altri o della maggior parte tiranne-
scamente al privato badava: per che, oltre all'altre sollecitudini,
in continua battaglia esser gli conveniva. Ma la fortuna, volgi-
trice de' nostri consigli e inimica d'ogni umano stato, assai
diverso fine pose al principio. Al qual voler dimostrare, un po-
chetto s'amplierà la novella.
78 II - REDAZIONI COMPENDIOSE
COME LA LOTTA DELLE PARTI LO COINVOLSE
Era ne' tempi del glorioso stato del nostro poeta la fio-
rentina cittadinanza in due parti perversissimamente divisa, alle
quali parti riducere ad unità Dante invano si faticò molte volte.
Di che poi che s'accorse, prima seco propose, posto giù ogni
uficio publico, di viver seco privatamente; ma, dalla dolcezza
della gloria tratto e dal favor popolesco, e ancora dalle persua-
sioni de' maggiori, sperando di potere, se tempo gli fosse pre-
stato, molto di bene adoperare, lasciò la disposizione utile e
perseverando seguitò la dannosa. E, accorgendosi che per se
medesimo non poteva una terza parte tenere, la quale, giusta,
la ingiustizia dell'altre due abbattesse, con quella s'accostò nella
quale, secondo il suo giudici©, era meno di malvagità. E, aumen-
tandosi per vari accidenti continuamente gli odii delle parti, e
il tempo vegnendo che gli occulti consigli della minacciante
fortuna si doveano scoprire, nacque una voce per tutta la città:
la parte avversa a quella, con la qual Dante teneva, grandis-
sima multitudine d'armati in disfacimento de' loro avversari
aver nelle case loro. La qual cosa creduta spaventò si i collegati
di Dante, che, ogni altro consiglio abbandonato che di fuggire,
non cacciati s'usciron dalla città e, con loro insieme, Dante. Né
molti di trapassarono che, avendo i lor nemici il reggimento
tutto della città, come nemici publici tutti quegli, che fuggiti
s'erano, furono in perpetuo esilio dannati, e i lor beni ridotti
in publico o conceduti a' vincitori.
DELLA VITA DI DANTE 79
XI
LA VITA DEL POETA ESULE
SINO ALLA VENUTA IN ITALIA DI ARRIGO SETTIMO
Questo fine ebbe la gloriosa maggioranza di Dante, e da'
suoi cittadini le sue pietose fatiche questo merito riportare.
Lasciati adunque la moglie e i piccioli figliuoli nelle mani della
fortuna, e uscito di quella città, nella qual mai tornar non
dovea, sperando in brieve dovere essere la ritornata, più anni
per Toscana e per Lombardia, quasi da estrema povertà co-
stretto, gravissimi sdegni portando nel petto, s'andò avvolgendo.
Egli primieramente rifuggi a Verona. Quivi dal signor della
terra e ricevuto e onorato fu volentieri e sovvenuto. Quindi
in Toscana tornatosene, per alcun tempo fu col conte Salvatico
in Casentino. Di quindi fu col marchese Moruello Malespina in
Lunigiana. E ancora per alcuno spazio fu co' signori della Fag-
giuola ne' monti vicini ad Orbino. Quindi n'andò a Bologna, e
da Bologna a Padova, e da Padova ancor si ritornò a Verona.
Ma, essendo già dopo la sua partita di Firenze più anni passati,
né apparendo alcuna via da potere in quella tornare, ingannato
trovandosi del suo avviso, e quasi del mai dovervi tornar di-
sperandosi, si dispose del tutto d'abbandonare Italia; e, passati
gli Alpi, come potè se n'andò a Parigi, accioché, quivi a suo
potere studiando, alla filosofia il tempo, che nell'altre sollecitu-
dini vane tolto le avea, restituisse. Udi adunque quivi e filosofia
e teologia alcun tempo, non senza gran disagio delle cose op-
portune alla vita. Da questo il tolse una speranza presa di po-
tere in casa sua ritornare con la forza d'Arrigo di Luzimborgo
imperadore. Per che, lasciati gli studi e in Italia tornatosi, e con
certi rubelli de' fiorentini congiuntosi, con loro insieme con
prieghi, con lettere e con ambasciate ^ingegnò di rimuovere
il detto Arrigo dallo assedio di Brescia e di conducerio intorno
alla sua città, estimando quella contro a lui non potersi tenere.
Ma la riuscita contraria gli fece palese il suo avviso essere stato
8o II - REDAZIONI COMPENDIOSE
vano. Assediò Arrigo la città di Fiorenza; e ultimamente, vana
vedendo la stanza, se ne parti e, non dopo molto tempo pas-
sando di questa vita, ogni speranza ruppe nel nostro poeta, il
quale in Romagna se ne passò, dove l'ultimo suo di, il quale
alle sue fatiche doveva por fine, l'aspettava.
XII
DANTE OSPITE DI GUIDO NOVEL DA POLENTA
Era in que' tempi signor di Ravenna, antichissima città di
Romagna, un nobile cavaliere, il cui nome era Guido Novel
da Polenta, ne* liberali studi ammaestrato e amatore degli scen-
ziati uomini. Il quale, udendo Dante, cui per fama lungamente
avanti avea conosciuto, come disperato essersene venuto in Ro-
magna, conoscendo la vergogna de' valorosi nel domandare,
con liberale animo si fece incontro al suo bisogno, e lui, di ciò
volonteroso, onorevolmente ricevette e tenne, infino all'ultimo
di di lui.
Assai credo che manifesto sia da quanti e quali accidenti
contrari agli studi fosse infestato il nostro poeta. Il quale né
gli amorosi disiri, né le dolenti lagrime, né gli stimoli della
moglie, né la sollecitudine casalinga, né la lusinghevole gloria
de' publici ofici, né il sùbito e impetuoso mutamento della for-
tuna, né le faticose circuizioni, né il lungo e misero esilio, né
la intollerabile povertà, tutte imbolatrici di tempo agli studiami,
non poterono con le lor forze vincere, né dal principale intento
rimuovere, cioè da' sacri studi della filosofia, si come assai chia-
ramente dimostrano l'opere che da lui composte leggiamo. Che
diranno qui coloro, agli studi de' quali non bastando della lor
casa, cercano le solitudini delle selve? che coloro, a' quali è
riposo continuo, e a* quali l'ampie facultà senza alcun lor pen-
siero ogni cosa opportuna ministrano? che coloro che, soluti
da moglie e da figliuoli, liberi posson vacare a' lor piaceri? De'
quali assai sono che, se ad agio non sedessero, o udissero un
DELLA VITA DI DANTE 8l
mormorio, non potrebbono, non che meditare, ma leggere, né
scrivere, se non stasse il gomito riposato. Certo niuna altra
cosa potranno dire, se non che il nostro poeta, e per gli im-
peti superati e per l'acquistata scienza, sia di doppia corona da
onorare. Ma da ritornare è alla intralasciata materia.
XIII
MORTE DI DANTE
Abitò adunque Dante in Ravenna più anni nella grazia di
quel signore, e quivi a molti dimostrò la ragione del dire in
rima, la quale maravigliosamente esaltò. Ed essendo già al cin-
quantesimosesto anno della sua età pervenuto, infermò, e come
fedel cristiano riconciliatosi, per vera contrizione e confessione
delle colpe conmiesse, a Dio, del mese di settembre, correnti
gli anni di Cristo Mcccxxi, il di che la esaltazione della santa
Croce si celebra, passò della presente vita. La cui anima creder
possiamo essere stata nelle braccia della sua nobile Beatrice ri-
cevuta e presentata nel cospetto di Dio, accioché quivi in riposo
perpetuo prenda merito delle fatiche passate.
Fu la morte del nostro poeta al magnifico cavaliere assai
gravosa. Il quale, fatto il corpo del defunto ornare d'ornamenti
poetici, e quello porre sopra un funebre letto, sopra gli omeri
de' più eccellenti ravignani il fece alla chiesa de' frati minori,
con quello onore che a tanto uomo si conveniva, portare, e quivi
in una arca lapidea seppellire, con animo di fargli una egregia
e notabile sepoltura. Quindi alla casa, nella quale era Dante
prima abitato, tornandosi, secondo il ravignan costume, esso
medesimo, a commendazione del trapns.sato poeta e a consola-
zione de' figliuoli e degli amici che dopo lui rimanieno, fece uno
esquisito e lungo sermone. Ma poi, infra brieve spazio essen-
dogli tolto lo Stato, cessò il proponimento della magnifica se-
poltura; per la qual cosa ancora in quella arca, dove fu posto,
le venerabili ossa dimorano.
G Boccaccio, Scritti danteschi -\. 6
82 II - REDAZIONI COMPENDIOSE
XIV
GARA DI POETI PER L' EPITAFIO DI DANTE
Furono in que' tempi più uomini nell'arte metrica ammae-
strati, li quali, sentendo che far si dovea al corpo di Dante
una mirabile sepoltura, fecero versi per porre in quella, testi-
ficanti e la scienza e alcun de' più memorabili casi di Dante,
de' quali niun vi si pose per lo sopradetto accidente. Nondi-
meno, più tempo poi, me ne furono monstrati: de' quali alquanti,
fattine dal maestro Giovanni del Virgilio, si come più laudevoli
al mio giudicio, ne elessi; ed estimando questa operetta quello
testificare, che in parte avrebbe fatto la sepoltura, di porglici
diliberai come segue:
Theologiis Dantes nuUius dogmatis expers,
qiiod foveat darò philosophia sinu:
gloria inusarum, vulgo gratissimus aiiclor,
hic iacet, et fama pulsai utrumque poluni:
qui loca defunctis gladiis regnumque gemellis
distribuii, laicis rhetoricisque modis.
Pascua Pieriis demum resonabat avenis ;
Atropos heu! laetum livida rupit opus.
Huic ingrata tulit tristem Florentia fructum,
exilium, vati patria cruda suo.
Quem pia Guidonis gretuio Ravenna Novelli
gaudet honorati continuisse ducis,
mille trecentenis ter septem NumÌ7iis annis,
ad sua septembris idibus astra redit.
XV
RIMPROVERO AI FIORENTINI
Sogliono gli odii nella morte degli odiati finirsi; il che nel
trapassamento di Dante non si trovò avvenire. L'ostinata ma-
livolenzade' suoi cittadini nella sua rigidezza stette ferma; ninna
DELLA VITA DI DANTE 83
publica lagrima gli fu conceduta, né alcuno uficio funebre fatto.
Nella qual pertinacia assai manifestamente si dimostrò, i fio-
rentini tanto essere dal cognoscimento della scienzia rimoti,
che fra loro ninna distinzion fosse da un vilissimo calzolaio
ad un solenne poeta. Ma essi con la lor superbia riman-
gansi; e noi, avendo gli affanni dimostrati di Dante e il suo
fine, all'altre cose che di lui, oltre alle dette, dir si possono,
ci volgiamo.
XVI
FATTEZZE E COSTUMI DI DANTE
Fu il nostro poeta di mediocre statura, ed ebbe il volto
lungo e il naso aquilino, le mascelle grandi, e il labbro di sotto
proteso tanto, che alquanto quel di sopra avanzava; nelle spalle
alquanto curvo, e gli occhi anzi grossi che piccoli, e il color
bruno, e i capelli e la barba crespi e neri, e sempre malin-
conico e pensoso. Per la qual cosa avvenne un giorno in
Verona (essendo già divulgata per tutto la fama delle sue opere,
ed esso conosciuto da molti e uomini e donne) che, passando
egli davanti ad una porta, dove più donne sedevano, una di
quelle pianamente, non però tanto che bene da lui e da chi
con lui era non fosse udita, disse all'altre donne: — Vedete
colui che va in inferno, e torna quando gli piace, e qua su
reca novelle di coloro che la giù sono! — Alla quale semplice-
mente una dell'altre rispose: — In verità egli dee cosi essere:
non vedi tu come egli ha la barba crespa e il color bruno
per lo caldo e per lo fummo che è là giù? — Di che Dante,
perché da pura credenza venir lo sentia, sorridendo passò
avanti.
Li suoi vestimenti sempre onestissimf furono, e l'abito con-
veniente alla maturila, e il suo andare grave e mansueto, e ne'
domestici costumi e ne' publici mirabilmente fu composto e
civile.
84 II - REDAZIONI COMPENDIOSE
Nel cibo e nel poto fu modestissimo. Né fu alcuno più
vigilante di lui e negli studi e in qualunque altra sollecitudine
il pugnesse.
Rade volte, se non domandato, parlava, quantunque eloquen-
tissimo fosse.
Sommamente si dilettò in suoni e in canti nella sua giova-
nezza, e, per vaghezza di quegli, quasi di tutti i cantatori e
sonatori famosi suoi contemporanei fu dimestico.
Quanto ferventemente esso fosse da amor passionato, assai è
dimostrato di sopra.
Solitario fu molto e di pochi dimestico. E negli .studi, quel
tempo che lor poteva concedere, fu assiduo molto.
Fu ancora Dante di maravigliosa capacità e di memoria fer-
missima, come più volte nelle disputazioni in Parigi e altrove
mostrò.
Fu similmente d'intelletto perspicacissimo e di sublime in-
gegno e, secondo che le sue opere dimostrano, furono le sue
invenzioni mirabili e pellegrine assai.
Vaghissimo fu e d'onore e di pompa, per avventura più
che non si appartiene a savio uomo. Ma qual vita è tanto
umile, che dalla dolcezza della gloria non sia tócca? Questa
vaghezza credo che cagion gli fosse d'amare sopra ogni altro
studio quel della poesia, accioché per lei al pomposo e inu-
sitato onore della coronazion pervenisse. Il quale senza fillo,
si come degno n'è, avrebbe ricevuto, se fermato nell'animo
non avesse di quello non prendere in altra parte, che nella
sua patria e sopra il fonte nel quale il battesimo avea ricevuto;
ma dallo esilio impedito e dalla morte prevenuto, noi fece.
Ma, peroché spessa quistion si fa tra le genti, e che cosa sia
la poesi e che il poeta, e donde questo nome venuto, e perché
di lauro sieno coronati i poeti, e da pochi pare esser mostrato,
mi piace qui di fare alcuna transgressione, nella quale questo
alquanto dichiari, e quindi prestamente tornare al proposito.
DELLA VITA DI DANTE 85
XVII
DIGRESSIONE SULL'ORIGINE DELLA POESIA
La prima gente ne' primi secoli, comeché rozzissima e
inculta fosse, ardentissima fu di conoscere il vero con istudio,
si come noi veggiamo ancora naturalmente disiderare a cia-
scuno. La quale veggendo il ciel moversi con ordinata legge
continuo, e le cose terrene aver certo ordine e diverse ope-
razioni in diversi tempi, pensarono di necessità dovere essere
alcuna cosa, dalla quale tutte queste cose procedessero e che
tutte l'altre ordinasse, si come superiore potenza da niuna altra
l)Otenziata. E, questa investigazione seco diligentemente avuta,
s'imaginaron quella, la quale «divinità» ovvero «deità» ap-
pellarono, con ogni cultivazione, con ogni onore e con più
die umano servigio esser da venerare. E perciò ordinarono, a
reverenzia di questa suprema potenza, ampissime ed egregie
case, le quali ancora estimaron fossero da separare cosi di nome,
come di forma separate erano, da quelle che generalmente
per gli uomini si abitano; e nominaronle « templi ». E simil-
mente avvisaron doversi ministri, li quali fossero sacri e, da
ogni altra mondana sollecitudine rimoti, solamente a' divini
servigi vacassero, per maturità, per età e per abito, più che
gli altri uomini, reverendi; li quali appellaron «sacerdoti». E
oltre a questo, in rappresentamento della imaginata essenzia
divina, fecero in varie forme magnifiche statue, e a' servigi
di quelle vasellamenti d'oro e mense marmoree e purpurei
vestimenti e altri apparati assai pertinenti a* sacrifici stabiliti
per loro. E accioché a questa cotal potenzia tacito onore o
quasi mutolo non si facesse, parve loro che con parole d'alto
suono essa deità fosse da umiliare e alle loro necessità render
propizia. E cosi come essi estimarono questa eccedere ogni
altra cosa di nobiltà, cosi vollono che, di lungi ad ogni plebeio
o publico stile di parlare, si trovasser parole degne di pro-
ferire dinanzi alla divinità, nelle quali, oltre alle sue lode.
86 II - REDAZIONI COMPENDIOSE
si porgessero sacrate lusinghe. E oltre a questo, accioché
queste parole potessero avere più d'efficacia, vollero che fos-
sero sotto legge di certi numeri, corrispondenti per brevità e
per lunghezza a certi tempi ordinati, composte, per li quali
alcuna dolcezza si sentisse, e cacciassesi il rincrescimento e
la noia; e questo non in volgar forma o usitata, come dicemmo,
ma con artificiosa ed esquisita di modi e di vocaboli, convenne
che si facesse. La qual forma, cioè di parlare esquisito, li greci
appellan ^ poetes ^\ laonde nacque, che quello parlare, che in
cotal modo fatto fosse, « poesie » s'appellasse; e quegli, che
ciò facessero o cotal modo di parlare usassero, si chiamasson
« poeti ».
Questa adunque fu la prima origine della poesia e del suo
nome, e per conseguente de' poeti, come che altri n'assegnino
altre ragioni forse buone: ma questa mi piace più.
Adunque questa buona e laudevole intenzione della rozza
età mosse molti a diverse invenzioni nel mondo multiplicante
per apparere; e, dove i primi una sola deità adoravano, stol-
tamente mostrarono a' seguenti esserne molte, comeché quella
una dicessero, oltre ad ogni altra, ottenere il principato. Tra
le quali molte, mostrarono essere il Sole, la Luna, Saturno,
Giove e qualunque altro pianeto, la loro erronea dimostrazion
roborando da' loro effetti. E da questi vennero a mostrare,
ogni cosa utile agli uomini, quantunque terrena fosse, in sé
occulta deità conservare; alle quali tutte e versi e onori e sa-
crifici divini s'ordinarono. E poi susseguentemente avendo
già comincialo diversi in diversi luoghi, chi con uno ingegno
e chi con un altro, a farsi, sopra la moltitudine indòtta della
sua contrada, maggiori e a chiamarsi « re » e mostrarsi alla plebe
con servi e con ornamenti, e a farsi ubbidire, e talvolta a
farsi come Dio adorare; li quali, non fidandosi tanto delle lor
forze, cominciarono ad aumentare le religioni, e con la fede
di quelle ad impaurire i suggetti e a strignere con sacramenti
alla loro obbedienza quegli, li quali non vi si sarebbon con le
forze recati. E, oltre a questo, diedono opera a deificare li lor
padri, li loro avoli, li lor maggiori, o a dimostrare sé figliuoli
DELLA VITA DI DANTE 87
degli iddiì, accioché più fosson temuti e avuti in reverenza
dal vulgo. Le quali cose non si poterono commodamente fare
senza l'oficio de' poeti, li quali, si per ampliar la lor fama,
si per compiacere a' prencipi, si per dilettare i sudditi, e si
ancora per suadere agl'intendenti il virtuosamente operare,
luello che con aperto parlare saria suto della loro intenzion
contrario, con fizioni varie e maestrevoli, male da' grossi, oggi
non che a quel tempo, intese, facean credere quello che i
prencipi voleano si credesse; servando nelli nuovi iddìi e negli
uomini, li quali degli iddii nati fingevano, quello medesimo
stilo che in quello, che vero Iddio primieramente credettero,
usavano. Da questo si venne allo adequare i fatti de' forti
uomini a quegli degl' iddii: donde nacque il cantare con ec-
celso verso le battaglie e gli altri notabili fatti degli uomini
mescolatamente con quegli degli iddii. Per che si può delle
predette cose comprendere uficio essere del poeta alcuna verità
sotto fabulosa fizion nascondere con ornate ed esquisite parole.
E, percioché molti ignoranti credono la poesia ninna altra cosa
essere, che semplicemente un favoloso e ornato parlare; oltre
al promesso, mi piace brievemente mostrare la poesi esser
teologia, o, pili propiamente parlando, quanto più può simi-
gliante di quella, prima che io vegna a dichiarare perché di
lauro si coronino i poeti.
XVIII
CHE LA POESIA È SIMIGLIANTE ALLA TEOLOGIA
Se noi vorrem por giù gli animi e con ragion riguardare,
io mi credo che assai leggermente potrem vedere gli antichi
poeti avere imitate, tanto quanto all'umana ingegno è possibile,
le pedate dello Spirito santo; il quale, %i come noi nella di-
vina Scrittura veggiamo, per la bocca di molti i suo' altissimi
segreti rivelò a' futuri, facendo loro sotto velame parlare ciò
che a debito tempo per opera, senza alcun velo, intendeva
88 II - REDAZIONI COMPENDIOSE
di dimostrare. Impercioclié essi, se noi riguarderem bene le
loro opere, accioché lo imitatore non paresse diverso dallo
imitato, sotto coperta d'alcune Azioni, quello che stato era,
o che fosse al lor tempo presente, o che disideravano, o che
presumevano che nel futuro dovesse avvenire, discrissono.
Per che, comeché ad un fine l'una scrittura e l'altra non ri-
guardasse, ma solo al modo del trattare, quello del poetico
stilo dir si potrebbe che della sacra Scrittura dice Gregorio,
cioè che essa in un medesimo sermone, narrando, apre il
testo e il misterio a quello sottoposto; e cosi ad un'ora con
l'uno li savi esercita e con l'altro li semplici riconforta, e ha
in publico donde li pargoli nutrichi, e in occulto serva quello
onde assai le menti dei sublimi intenditori con ammirazione
tenga sospese. Percicché pare essere un fiume piano e pro-
fondo, nel quale il piccioletto agnello con gli pie vada e il
grande elefante ampissimamente nuoti. Ma da verificar sono le
cose predette con alcune dimostrazioni.
XIX
DIMOSTRAZIONE DELLA PREDETTA SENTENZA
Intende la divina Scrittura, l'esplicazion della quale insieme
con essa noi « teologia » appelliamo, quando con figura d'alcuna
istoria, quando col senso d'alcuna visione, quando con lo 'nten-
dimento d'alcuna lamentazione, e in altre maniere assai, mo-
strarci molti secoli avanti esser dallo Spirito santo a* futuri
nunziato l'alto misterio della incarnazione del Verbo divino,
la vita di quello, le cose occorse nella sua morte, e la re-
surrezione vittoriosa, e la mirabile ascensione, e ogni altro
suo atto, per lo quale noi ammaestrati, possiamo a quella gloria
pervenire, la quale Egli e morendo e risurgendo ci aperse,
lungamente stata serrata per la colpa del primo uomo. Cosi
i poeti nelle loro invenzioni, quando con Azioni di vari iddii,
quando con trasformazioni d'uomini in varie forme e quando
DELLA VITA DI DANTE 89
con leggiadre persuasioni ne mostrarono, sotto la corteccia di
quelle, le cagioni delle cose, gli effetti delle virtù e de' vizi
e che fuggir dobbiamo e che seguire, accioché pervenir pos-
siamo, virtuosamente operando, a Dio; il quale essi, che lui
non debitamente conoscieno, somma salute credeano. Volle lo
Spirito santo monstrare nel rubo verdissimo, nel quale Moisé
vide, quasi come una fiamma ardente. Iddio, la verginità di
Colei che più che altra creatura fu pura, e che dovea essere
abitazione e ricetto del Signore della natura, non doversi per
la concezione, né per lo parto del Verbo del Padre in alcuna
parte diminuire. Volle per la visione veduta da Nabucdonosor,
nella statua di più metalli abbattuta da una pietra convertita
poi in un monte, mostrare tutte le religioni, leggi e dottrine
delle preterite età dalla dottrina di Cristo, il qual fu ed è viva
pietra, [dovere essere sommerse; e la cristiana religione, nata
di questa pietra,] divenire una cosa grande, immobile e perpetua,
si come li monti veggiamo. Volle nelle lamentazioni di leremia
l'eccidio futuro di lerusalem dichiarare, e quello, per la sua
ingratitudine e crudeltà in Cristo, avvenire.
Similemente li nostri poeti, fingendo Saturno aver molti
figliuoli, e quegli, fuor che quattro, divorar tutti, niuna altra
cosa vollono per tal fizion farci sentire, se non per Saturno il
tempo, nel quale ogni cosasi produce; e come ella in esso è
prodotta, cosi in esso, di tutto corrompitore, viene al niente. I
quattro figliuoli dal tempo non divorati sono i quattro elementi, li
quali niuna diminuzione avere per lunghezza di tempo veggiamo.
Similmente fingono li nostri poeti Ercule d'uomo essere in Dio
transformato, e Licaone re d'Arcadia transmutato in lupo: nulla
altro volendo mostrarci, se non che, virtuosamente operando
come fece Ercule, l'uomo diventa Iddio per participazione ;
e viziosamente operando, come Licaon fece, cade in infamia,
e, quantunque nel primo aspetto paia uomo, quella bestia è
dinominato, i vizi della quale sono a' sufei simiglianti: Licaone,
percioché rapace e avaro e ingluvioso fu, vizi familiarissimi al
lupo, in lupo transformato si disse. Li nostri poeti ancora discris-
sero mirabile la bellezza de' campi elisi, e in quegli dissono dopo
90 li - REDAZIONI COMPENDIOSE
la morte l'anime de' pietosi uomini e valenti abitare: per li quali
il cristiano uomo meritamente potrà intendere la dolcezza del
paradiso solamente alle pietose anime conceduta. E, oltre a ciò,
oscura ed orrida e nel centro della terra fìnsero la città di Dite,
e quivi sotto vari tormenti l'anime de' crudeli e malvagli uomini
tormentarsi: per la quale chi sarà che non prenda l'amaritudine
dello 'nferno e i supplici de* dannati tanto quanto più esser
possono rimoti da Dio? Nelle quali fizioni assai chiaro mostrano
d'ingegnarsi, con la bellezza dell'uno, di trar gli uomini a vir-
tuosamente operare per acquistarlo, e, con la oscurità dell'altro,
spaventargli, accioché per paura di quella si ritraggano da'
vizi e seguitin le virtù. Io lascio il tritare con più particulari
esposizioni queste cose, per non lasciarmi si oltre nella trans-
gression trasportare, che la principale materia patisca («), e per
venire a dimostrare perché di lauro si coronino i poeti.
(a) fidandomi ancora che gl'intendenti, per quello che detto è,
conosceranno quanta forza, più trite, al mio argomento aggiugne-
rieno. Assai adunque per le cose dette credo che è chiaro la
teologia e la poesia nel modo del nascondere i suoi concetti con
simile passo procedere, e però potersi dire simiglianti. È il vero
che il subietto della sacra teologia e quello della poesia de' poeti
gentili è molto diverso, percioché quella nulla altra cosa nasconde
che vera, ove questa assai erronee e contrarie alla cristiana reli-
gione ne discrive: né è di ciò da maravigliarsi molto, peroché
quella fu dettata dallo Spirito santo, il quale è tutto verità, e questa
fu trovata dallo 'ngegno degli uomini, li quali di quello Spirito o
non ebbono alcuna conoscenza o non l'ebbono tanto piena.
XIX bis
PERCHÉ I POETI NASCONDONO IL VERO SOTTO FIZIONI
Io poteva per avventura procedere ad altro, se alcuni disensati
ancora un pochette intorno a questo ragionamento non mi aves-
sero ritirato. Sono adunque alcuni li quali, senza aver mai veduto
o voluto vedere poeta (o, se veduto n'hanno alcuno, non l'hanno
inteso o non l'hanno voluto intendere), e di ciò estimandosi molto
DELLA VITA DI DANTE 91
XX
DELL'ALLORO CONCEDUTO AI POETI
Tra l'altre genti, alle quali più apri la filosofia i suoi tesori,
i greci si crede che fosser quegli li quali d'essi trassero la
dottrina militare e la vita politica, oltre alla notizia delle cose
reputati migliori, con ampia bocca dannano quello che ancora co-
nosciuto non hanno, cioè le opere de' poeti e i poeti medesimi,
dicendo le lor favole essere opere puerili e a ninna verità conso-
nanti; e, oltre a ciò, se essi erano uomini d'altissimo sentimento,
in altra maniera che favoleggiando dovevano la loro dottrina
mostrare. Grande presunzione è quella di molti volere delle que-
stioni giudicare prima che abbiano conosciuti i meriti delle parti :
ma, poiché sofìerire si conviene, a questi cotali, senza altro mar-
tirio, confesso le fizioni poetiche nella prima faccia avere ninna
consonanza col vero. Ma, se per questo elle sono da dannare, che
diranno costoro delle visioni di Daniello, che di quelle di Ezechiel,
che dell'altre del vecchio Testamento, scritte con divina penna,
che di quelle di Giovanni evangelista? Diremo, percioché somi-
glianza di vero in assai cose nella corteccia non hanno, sieno,
come stoltamente dette, da rifiutare? Noi consentirà mai chi fic-
cherà gli occhi dello 'ntelletto nella midolla. E questo voglio ancora
che basti per risposta alla seconda opposizione a questi giudici
senza legge: cioè che, se lo Spirito santo è da commendare d'avere
i suoi alti misteri dato sotto coverta, accioché le gran cose poste
con troppa chiarezza nel cospetto di ogni intelletto non venissono
in vilipensione, e che la verità, con fatica e perspicacità d'ingegno
tratta di sotto le scrupolose ma ponderose parole, fosse più cara
e più e con più diletto entrasse nella memoria del trovatore ; perché
saranno da biasimare i poeti, se sotto favolosi parlari avranno
nascosi gli alti effetti della natura, le moralità e i gloriosi fatti
degli uomini, mossi dalle sopradette cagioni? Certo io noi conosco.
Perché sotto cosi fatta forma i poeti dessero la loro dottrina,
oltre a ciò che detto n'è, ne possono le ragioni essere queste:
92 II - REDAZIONI COMPENDIOSE
superiori; e, tra l'altre cose, la santissima sentenzia di Solone
nel principio della presente operetta discritta ; la quale ottima-
mente e lungo tempo servarono, fiorendo la loro republica.
Alla quale osservare, considerati con gran diligenzia i meriti
degli uomini, con publico consentimento ordinarono che, per
più degno guidardon che alcuno altro, si come a più utile e
più onorevole fatica alla republica, li poeti dopo la vittoria
delle lor fatiche, cioè dopo la perfezione de' lor poemi, e, oltre
a ciò, gl'imperadori dopo la vittoria avuta de' nimici della
republica, fossono coronati d'alloro; estimando dovere d'un
o per imitare più nobile autore, o perché forse in altra forma non
erano ammaestrati. Ma di questo non mi pare da dovere far troppo
agra quistione, conciosiacosaché ciascuno in cosi fatte elezioni
più tosto il suo giudicio séguiti che l'altrui ; e però più tosto si potrà
dimandare se cotal tradizione è utile o disutile. Alla quale mi pare
che rispondere si possa questa utile essere stata, dove i nostri
giudici nel gridare la dimostrano disutile; e la ragione puote es-
sere questa. Certissima cosa è che, come gli ingegni degli uomini
sono diversi, cosi esser convengono diverse le maniere del dare
la dottrina. Assai se ne sono già veduti, a' quali niuna sillogistica
dimostrazione ha potuto far comprendere il vero d'alcuna conclu-
sione; la qual poi per ragioni persuasive hanno subitamente com-
presa. Che dunque con questi cotali varrà il sillogizzare d'Aristotile?
Certo, niente. Cosi al contrario alcuni vilipendono tanto le persua-
sioni, che nulla crederanno essere vero, se sillogizzando non ne
son convinti. Sono altri, li quali solo il nome della filosofia, non
che la dottrina, spaventa, e che con sommo diletto alle lezioni
delle favole correranno, non estimando sotto quella alcuna parti-
cella di filosofia potersi nascondere; che, se '1 credessero, non le
vorrebbono udire. Di questi cotali, non è dubbio, già assai, dalla
novità delle favole mossi, divennero investigatori della verità e do-
mestici della filosofia, del cui nome altra volta aveano avuto paura.
In questi cotali adunque non furono dannosi i poeti, né disutile
il modo del loro trattare, il qual per certo, a chi non lo intende,
non può dare altro piacere che faccia il suono della cetera al-
l'asino. E questo al presente basti; e vegniamo a mostrare perché
i poeti si coronino d'alloro. Tra l'altre genti ecc.
DELLA VITA DI DANTE 93
medesimo onore esser degno colui per la cui virtù le cose publiche
erano e servate e aumentate, e colui per li cui versi le ben fatte
cose eran perpetuate, e vituperate le avverse. La quale remu-
nerazione poi parimente con la gloria dell'arme trapassò a' la-
tini, e ancora, e massimamente nelle coronazioni de' poeti, come
che rarissimamente avvengano, vi dimora. Ma perché a tal co-
ronazion più l'alloro, che fronda d'altro albero, eletto sia (a),
pare la ragion questa.
Vogliono coloro, li quali le virtù e le nature delle piante
hanno investigate, il lauro, si come noi medesimi veggiamo,
giammai verdezza non perdere: per la quale perpetua viridità
vollero i greci intendere la perpetuità della fama di coloro che
di coronarsi d'esso si fanno degni. Appresso affermano li predetti
investigatori non trovarsi il lauro essere stato mai fulminato,
il che d'alcuno altro albero non si crede: e per questo vollono
gli antichi mostrare che l'opere di coloro, che di quello si co-
ronano, esser di tanta potenza dotate da Dio, che né il fuoco
della 'nvidia, né la folgore della lunghezza del tempo, la quale
ogni altra cosa consuma, quelle debba potere offuscare, rodere
o diminuire. Dicono, oltre a ciò. i predetti quello che noi tutto
il giorno sentiamo, cioè il lauro essere odorifero molto: e per
quello vogliono intendere i passati, l'opere di colui, che degna-
mente se ne corona, sempre dovere esser piacevoli e graziose
e odorifere di laudevole fama {à). E perciò era non senza cagione
(a) non dovrà parere a udire rincrescevole.
Sono alcuni li quali credono, percioché Dafne, amata da Febo
e in lauro convertita, fu da lui eletta a coronare le sue vittorie,
e i poeti sono a lui consacrati, quindi tale coronazione avere ori-
gine avuta: la quale opinione non mi spiace, né niego cosi poter
essere stato; ma tuttavia mi muove altra ragione. Secondo che
vogliono coloro, ecc.
(ó) Similemente una quarta proprietà, e maravigliosa, gli ag-
giungono; e questa è che dicono essere una specie di lauro, la
cui pianta non fa mai che tre radici, delle frondi del quale qua-
lunque persona n'avesse alla testa legale e dormisse, vedrebbe
94 " - REDAZIONI COMPENDIOSE
il nostro Dante, si come merito poeta, di questa laurea disioso.
Della quale percioché assai avem parlato, estimo sia onesto di
tornare al proposito.
XXI
CARATTERE DI DANTE
Fu adunque il nostro poeta, oltre alle cose di sopra dette,
d'animo altiero e disdegnoso molto: tanto che, cercandosi per
alcuno amico come egli potesse in Firenze tornare, né altro
modo trovandosi, se non che egli per alcuno spazio di tempo
stato in prigione, fosse misericordievolmente offerto a San Gio-
vanni, calcato ogni fervente disio del ritornarvi, rispose che
Iddio togliesse via che colui, che nel seno della filosofia cre-
sciuto era, divenisse cero del suo comune.
Oltre a questo, di se stesso presunse maravigliosamente tanto,
che essendo egli glorioso nel colmo del reggimento della repu-
biica, e ragionandosi tra' maggior cittadini di mandar, per alcuna
gran bisogna, ambasciata a Bonifazio papa ottavo, e che pren-
cipe dell'ambasciata fosse Dante, ed egli a ciò in presenza di
tutti quegli, che sopra ciò consigliavan, richiesto, avvenne che,
soprastando egli alla risposta, alcun disse: — Che pensi? —
Alle quali parole egli rispose: — Penso: se io vo, chi rimane?
veracissimi sogni delle cose future mostranti: per la quale pro-
prietà intesero i nostri maggiori una dimostrarsene, la quale es-
sere ne' poeii si vede. Perciò i poeti, discrivendo l'operazioni
d'alcuno, delle quali solamente gli effetti nudi avrà uditi, cosi le
particulari incidenzie mai non vedute né udite discriverà, come
se all'operazione fosse stato presente; e percioché veridichi in ciò
assai volte sono stati trovati, parendo quella essere stata specie
di divinazione, furono chiamati « vati », cioè profeti, ed estimarono
gli uomini loro di lauro coronare, a mostrare la proprietà della
divinazione, nella quale paiono al lauro simiglianti. E perciò, ecc.
DELLA VITA DI DANTE 95
e se io rimango, chi va? — quasi esso solo fosse colui che tra
tutti valesse e per cui tutti gli altri valessero.
Appresso, comeché il nostro poeta nelle sue avversità pa-
ziente o no si fosse, in una fu impazientissimo: egli infino al
cominciamento del suo esilio, come i suoi passati, stato guelfis-
simo, non essendogli aperta la via a ritornare in casa sua, si
fuor di modo diventò ghibellino, che ogni femminella, ogni
piccol fanciullo, e quante volte avesse voluto, ragionando di
parte e la guelfa preponendo alla ghibellina, l'avrebbe non
solamente fatto turbare, ma a tanta insania commosso, che, se
taciuto non fosse, a gittar le pietre l'avrebbe condotto.
Certo io mi vergogno di dovere con alcun difetto ma-
culare la chiara fama di cotanto uomo; ma il cominciato or-
dine delle cose in alcuna parte il richiede, percioché, se nelle
cose meno laudevoli mi tacerò, io torrò molta fede alle laude-
voli già mostrate. A lui medesimo adunque mi scuso, il quale
per avventura me scrivente con isdegnoso occhio d'alta parte
del ciel mi riguarda.
Tra cotanta vertù, tra cotanta scienza, quanta dimostrato è di
sopra essere stata in questo mirifico poeta, trovò ampissimo
luogo la lussuria, e non solamente ne' giovani anni, ma ancora
ne' maturi. E questo basii al presente de' siaoì costumi più no-
tabili aver contato, e all'opere da lui composte vegniamo.
XXII
LA «VITA NUOVA» E LA «COMMEDIA»
INCIDENTI OCCORSI NELLA COMPOSIZIONE
DI QUESTA OPERA
Compose questo glorioso poeta più opere ne' suoi giorni,
tra le quali si crede la prima un libretto volgare, che egli intitola
Vi/a nuova', nel quale egli e in prosa # in sonetti e in canzoni
gii accidenti dimostra dell'amore, il quale portò a Beatrice.
Appresso più anni, guardando egli della sommità del go-
verno della sua città, e veggendo in gran parte qual fosse
96 II - rp:dazioni compendiose
la vita degli uomini, quanti e quali gli error del vulgo, e i
cadimenti ancora de' luoghi sublimi come fussero inopinati, gli
venne nell'animo quello laudevol pensiero che a compor lo
'ndusse la Comedia. E, lungamente avendo premeditato quello
che in essa volesse descrivere, in fiorentino idioma e in rima la
cominciò: ma non avvenne il poterne cosi tosto vedere il fine,
come esso per avventura imaginò; percioché, mentre egli era
più attento al glorioso lavoro, avendo già di quello sette canti
composti, de' cento che diliberato avea di farne, sopravvenne
il gravoso accidente della sua cacciata, ovver fuga, per la quale
egli, quella e ogni altra cosa abbandonata, incerto di se me-
desimo, più anni con diversi amici e signori andò vagando.
Ma non potè la nimica fortuna al piacer di Dio contrastare.
Avvenne adunque che alcun parente di lui, cercando per alcuna
scrittura in forzieri, che in luoghi sacri erano stati fuggiti nel
tempo che tumultuosamente la ingrata e disordinata plebe gli
era, più vaga di preda che di giusta vendetta, corsa alla casa,
trovò un quadernuccio, nel quale scritti erano li predetti sette
canti. Li quali con ammirazion leggendo, né sappiendo che fos-
sero, del luogo dove erano sottrattigli, gli portò ad un nostro
cittadino, il cui nome fu Dino di messer Lambertuccio, in quegli
tempi famosissimo- dicitore in rima, e gliel mostrò. Li quali
avendo veduti Dino, e maravigliatosi si per lo bello e pulito
stilo, si per la profondità del senso, il quale sotto la ornata
corteccia delle parole gli pareva sentire, senza fallo quegli es-
sere opera di Dante imaginò; e, dolendosi quella essere rimasa
imperfetta, e dopo alcuna investigazione avendo trovato Dante
in quel tempo essere appresso il marchese Moruello Malespina,
non a lui, ma al marchese, e l'accidente e il desiderio suo scrisse,
e mandògli i sette canti. Gli quali poi che il marchese, uomo
assai intendente, ebbe veduti, e molto seco lodatigli, gli mostrò
a Dante, domandandolo se esso sapea cui opera stati fossero.
Li quali Dante riconosciuti, subito rispose che sua. Allora i)
pregò il marchese che gli piacesse di non lasciar senza debito
fine si alto principio. — Certo — disse Dante — io mi credea
nella ruina delle mie cose questi con molti altri miei libri aver
DELLA VITA DI DANTE 97
perduti; e perciò, si per questa credenza, e si per la moltitudine
delle fatiche sopravvenute per lo mio esilio, del tutto avea la
fantasia, sopra questa opera presa, abbandonata. Ma, poiché
inopinatamente innanzi mi son ripinti, e a voi aggrada, io cer-
cherò di rivocare nella mia memoria la imaginazione di ciò
prima avuta, e secondo che grazia prestata mi fia, cosi avanti
procederò. — Creder si dee lui non senza fatica aver la intra-
lasciata fantasia ritrovata; la qual seguitando, cosi cominciò:
Io dico, seguitando, ch'assai prima, ecc.;
dove assai manifestamente, chi ben guarda, può la ricongiun-
zione dell'opera intermessa riconoscere.
Ricominciato adunque Dante il magnifico lavoro, non forse,
secondo che molti stimano, senza più interromperlo il perdusse
a fine; anzi più volte, secondo che la gravità de' casi soprav-
vegnenti richiedea, quando mesi e quando anni, senza potervi
adoperare alcuna cosa, interponeva; intanto che, più avacciar
non potendosi, avanti che tutto il publicasse il sopraggiunse
1 morte. Egli era suo costume, come sei o otto canti fatti n'avea,
quegli, prima che alcun gli vedesse, mandare a messer Can della
Scala, il quale egli oltre ad ogni altro uomo in reverenza avea;
e, poi che da lui eran veduti, ne faceva copia a chi la volea. E in
cosi fatta maniera avendogliele tutti, fuori che gli ultimi tredici
canti, mandati, ancora che questi tredici fatti avesse, avvenne che
senza farne alcuna memoria si mori ; né, più volte cercati da' fi-
gliuoli, mai furon potuti trovare; per che Iacopo e Piero, suoi
figliuoli, e ciascun dicitore, dagli amici pregati che l'opera
terminasser del padre, a ciò, come sapean, s'eran messi. Ma
una mirabile visione a Iacopo, che in ciò più era fervente, appa-
rita, lui e '1 fratello non solamente della stolta presunzion levò,
ìa mostrò dove fossero li tredici canti tanto da lor cercati.
Raccontava uno valente uom ravignano, il cui nome fu Pier
• iardino, lungamente stato discepolo di Dante, grave di costumi
degno di fede, che dopo l'ottavo mese dal di della morte del
no maestro, venne una notte, vicino all'ora che noi chiamiamo
mattutino », alla casa sua Iacopo di Dante, e dissegli sé quella
G. Boccaccio, Scritti danteschi -\. n
98 II - REDAZIONI COMPENDIOSE
notte poco avanti a quell'ora avere nel sonno veduto Dante suo
padre, vestito di candidissimi vestimenti e d'una luce non usata
risplendente nel viso, venire a lui; il quale gli parca doman-
dare se '1 vivea, e udire da lui per risposta di si, ma della vera
vita, non della nostra. Per che, oltre a questo, gli pareva ancor
domandare se egli avea compiuta la sua opera avanti il suo
passare alla vera vita; e, se compiuta l'avea, dove fosse quello
che vi mancava, da loro giammai non potuto trovare. A questo
gli pareva similemente udir per risposta: — Si, io la compie'; —
e quinci gli parca che il prendesse per mano, e menasselo in
quella camera dove era uso di dormire quando in questa vita
vivea, e toccando una parte di quella, diceva: — Egli è qui quello
che voi tanto avete cercato. — E, questa parola detta, ad un'ora
il sonno e Dante gli parve che si partissono. Per la qual cosa
affermava sé non esser potuto stare senza venirgli a significare
ciò che veduto avea, accioché insieme andassero a cercare il
luogo mostrato a lui, il quale egli ottimamente nella memoria
avea segnato, a vedere se véro spirito o falsa delusione questo
gli avesse disegnato. Per la qual cosa, comeché ancora assai fosse
di notte, mossisi insieme, vennero alla casa nella quale Dante
quando mori dimorava; e, chiamato colui che allora in essa stava
e dentro da lui ricevuti, al mostrato luogo n'andarono, e quivi
trovarono una stuoia al muro confitta, si come per lo passato
continuamente veduta v'aveano. La quale leggiermente in alto
levata, vidon nel muro una finestretta da niun di loro mai più
veduta, né saputo che ella vi fosse, e in quella trovaron più
scritte, tutte per l'umidità del muro muffate e vicino al corrom-
persi se guari più state vi fossero; e quelle pianamente dalla
muffa purgate, vider segnate per numeri, e conobbero quello, che
in esse scritto era, esser de* rittimi della Comedia: per che, se-
condo l'ordine dei numeri continuatele, insieme li tredici canti,
che alla Comedia mancavan, ritrovar tutti. Per la qual cosa lie-
tissimi quegli riscrissono e, secondo l'usanza dell'autore, prima
gli mandarono a messer Cane, e poi alla imperfetta opera gli
ricongiunson, come si convenia; e in cotal maniera l'opera, in
molti anni compilata, si vide finita.
DELLA VITA DI DANTE 99
XXIII
PERCHÉ DANTE COMPOSE LA «COMMEDIA» IN VOLGARE
A CHI EGLI LA DEDICO
Muovon molti, e intra essi alcun savi uomini, una quistion
cosi fatta: che, conciofossecosaché Dante fosse in iscienza so-
lennissimo uomo, perché a comporre cosi grande opera e di
si alta materia, come la sua Comedia appare, si mosse più tosto
a scrivere in rittimi e nel fiorentino idioma che in versi, come
gli altri poeti già fecero. Alla quale si può cosi rispondere.
Aveva Dante la sua opera cominciata per versi in questa guisa :
Ultima regna canain, fluido contermina mundo,
spiritibus quae lata patent, quae praemia solvunt
prò meritis cuicumque suiSy ecc.
Ma, veggendo egli li liberali studi del tutto essere abbandonati,
e massimamente da' prencipi, a' quali si solcano le poetiche
opere intitolare, e che solcano essere promotori di quelle; e,
oltre a ciò, veggendo le divine opere di Virgilio e quelle degli
altri solenni poeti venute in non calere e quasi rifiutate da tutti,
estimando non dover meglio avvenir della sua, mutò consiglio
e prese partito di farla corrispondente, quanto alla prima ap-
parenza, agl'ingegni dei prencipi odierni; e, lasciati starei versi,
ne* rittimi la fece che noi veggiamo. Di che segui un bene, che
de' versi non sarebbe seguito: che, senza tór via lo esercitare
degl'ingegni de' letterati, egli a' non letterati diede alcuna cagion
di studiare, e a sé acquistò in brevissimo tempo grandissima
fama, e maravigliosamente onorò il fiorentino idioma.
Questo libro della Comedia, secondo che ragionano alcuni,
intitolò egli a tre solennissimi italiani : la t>i ima parte di quello,
cioè -lo 'N/erno, ad Uguiccion della Faggiuola, il quale allora in
Toscana era signor di Pisa; la seconda, cioè il Purgatoj-io, al
marchese Moruello Malespina; la terza, cioè il Paradiso, a
rOO II - REDAZIONI COMPENDIOSE
Federico terzo, re di Cicilia. Alcuni voglion dire lui averlo in-
titolato tutto a messer Can della Scala ; e io il credo più tosto,
per la maniera che tenne di mandar prima a lui quello che
composto avea che ad alcuno altro.
XXIV
ALTRE OPERE COMPOSTE DA DANTE
Compose ancora questo egregio autore nella venuta d'Ar-
rigo settimo imperadore un libro in latina prosa, nel quale, in
tre libri distinto, prova a bene esser del mondo dovere essere
imperadore, e che Roma di ragione il titolo dello imperio
possiede, e ultimamente che l'autorità delio 'mperio procede
da Dio senza alcun mezzo. Gli argomenti del quale percio-
ché usati furono in favore di Lodovico duca di Baviera contro
alla Chiesa di Roma, fu il detto libro, sedente Giovanni papa
ventiduesimo, da messer Beltrando cardinal dal Poggetto, allora
per la Chiesa di Roma legato in Lombardia, dannato si come
contenente cose eretiche, e per lui proibito fu che studiare alcun
noi dovesse. E se un valoroso cavaliere fiorentino, chiamato
messer Pino della Tosa, e messer Ostagio da Polenta, li quali
amenduni appresso del legato eran grandi, non avessero al
furor del legato obviato, egli avrebbe nella città di Bologna
insieme col libro fatte ardere l'ossa di Dante [a).
Oltre a questi, compose il detto Dante egloghe assai belle,
le quali furono intitolate e mandate da lui, per risposta di certi
versi mandatigli, a maestro Giovanni del Virgilio.
Compose ancora molte canzoni distese e sonetti e ballate,
oltre a quelle che nella sua Vùa nuova si leggono.
E sopra tre delle dette canzoni, comeché intendimento avesse
sopra tutte di farlo, compose uno scritto in fiorentin volgare,
il quale nominò Convivio, assai bella e laudevole operetta.
{a) Se giustamente o non, Iddio il sa di vero. Oltre a questi ^zz.
DELLA VITA DI DANTE lOI
Appresso, già vicino alla sua morte, compose un libretto in
prosa latina, il quale egli intitolò De vulgari eloque?itia\ e co-
ineché per lo detto libretto apparisca lui avere in animo di di-
stinguerlo e terminarlo in quattro libri, o che più non ne facesse
dalla morte soprappreso, o che perduti sien gli altri, più non
appariscon che i due primi.
In cosi fatte cose, quali di sopra narrate sono, consumò il
chiarissimo uomo quella parte del suo tempo, la quale egli
agli amorosi sospiri, alle pietose lagrime, alle sollecitudini pri-
vate e publiche e a* vari fluttuamenti della iniqua fortuna
potè imbolare: opere troppo più a Dio e agli uomini accet-
tevoli che gl'inganni, le fraudi, le menzogne, le rapine e'
tradimenti, li quali la maggior parte degli uomini usano oggi,
cercando per qualunque via un medesimo fine, cioè di divenir
ricchi, quasi nelle ricchezze ogni bene, ogni onore, ogni bea-
litudine stea. Oh menti sciocche, una brieve particella d'un'ora
separare dal caduco corpo lo spirito, e tutte queste vitupere-
voli fatiche annullerà; e il tempo, nel quale ogni cosa si suol
consumare, o senza indugio recherà a niente la memoria del
ricco, o quella per alcuno spazio con gran vergogna di lui
serverà! Il che del nostro poeta certo non avverrà; anzi, si
come noi veggiamo degli strumenti bellici avvenir, che, usan-
dogli, più chiari diventano ognora, cosi il suo nome, quanto
più sarà stropicciato dal tempo, tanto più chiaro e più lucente
diventerà.
XXV
SPIEGAZIONE DEL SOGNO DELLA MADRE DI DANTE
Mostrato è sommariamente qual fosser l'origine, gli studi
e la vita e' costumi, e quali sieno l'opare state dello splendido
uomo Dante Alighieri, poeta chiarissimo, e con esse alcuna
altra cosa, facendo transgressione, secondo che conceduto m'ha
Colui che d'ogni grazia è donatore. Ma la mia fatica non è
I02 II - REDAZIONI COMPENDIOSE
ancora al suo fine venuta, rammemorandomi una particella nel
processo promessa, cioè il sogno della madre del nostro poeta,
quando gravida era in lui, e il significato di quello: nel quale
se un pochetto mi stendessi, priego pazientemente il sófferino
i lettori.
Dico adunque che la madre del nostro poeta, essendo gra-
vida di quella gravidezza, della quale esso poi a debito tempo
nacque, dormendo, le parve nel sonno vedere sé essere al pie
d'uno altissimo alloro, allato a una chiara fontana, e quivi parto-
rire un figliuolo, il quale le pareva il più pascersi delle bache
che dello alloro cadevano, e bere disiderosamente dell'acqua d
quella fontana; e da questo cibo nudrito, le parca che in pic-
col tempo crescesse e divenisse pastore, e nella vista grandis-
sima vaghezza mostrasse d'aver delle frondi di quello alloro,
le cui bache l'avean nutricato; e, sforzandosi d'aver di quelle,
avanti che ad esse giunto fosse, le pareva che egli cadesse ; e,
aspettando ella di vederlo levare, non lui, ma in luogo di lui
le pareva vedere un bellissimo paone esser levato. Dalla qual
maraviglia la gentil donna commossa, senza più avanti vedere,
ruppe il dolce sonno. Né tenne quello, che veduto aveva, na-
scoso, comeché, recitatolo a molti, neuno ne fosse, che quello
per quel comprendesse che seguir ne dovea. Il che, poi che
avvenuto è, più leggiermente conoscer si puote, si come io
appresso mi credo mostrare («).
(a) Opinione è degli astrolagi e di molti filosofi naturali, per
la virtù e influenzia de' corpi superiori, gl'inferiori, quali che essi
si sieno, e producersi e nutricarsi, e ciascheduno, secondo la qua-
lità della virtù infusa, essere più utile ad alcuna o alcune cose
che al rimanente dell'altre: il che assai appare negli uomini, se
le loro attitudini guarderemo. Percioché noi tra molti ne vedremo
alcuno, che senza dottrina, senza maestro, senza alcuna dimostra-
zione, sospinto solamente da uno istinto naturale, divenire ottimo
cantatore; e, se quanti fabbri furono mai gli fussono d'intorno, non
gli potrebbono insegnare tenere un martello in mano, non che
formare una spada; e, se pure, constretto, o per molta consuetudine
DELLA VITA DI DANTE IO3
Possiamo adunque, riguardando, come di sopra è detto, l'al-
loro esser de' poeti ornamento, per quello dalla donna veduto
intendere la disposizion celeste esser stata atta, nella concezion
di Dante, a dover producere un poeta.
L'essersi colui, che nato era, delle bache che dello alloro
cadevano nudrito, assai chiaramente dimostra quali dovevano
essere gli studi di Dante ; percioché, si come il corpo si nutrica
e cresce del cibo, cosi gl'ingegni degli uomini si nutricano e
aumentano degli studi. E le bache, che frutto son dell'alloro,
non vogliono altro significare che i frutti della poesia nati, li
quali sono i libri da' poeti composti, e da' quali Dante senza
dubbio e nutricò e aumentò il suo ingegno.
dell'arte fabbrile alcuna cosa imparasse o facesse, come in suo
arbitrio sarà, al naturale suo intento, cioè al canto, si tornerà, se
da sé già per forza della sua libertà non lasciasse il canto, e al
martello s'attenesse. Cosi alcuno altro nascerà a disegnare e a
intagliare si disposto, che ogni piccola dimostrazione il farà in ciò
in brevissimo tempo sommo maestro, dove in qualunque altra
leggiera arte fia durissima cosa ad introdurlo. Che andrò io della
varietà delle singolari disposizioni degli uomini dicendo, se non
quello che il nostro poeta medesimo ne dice :
Un ci nasce Solone, ed altro Xerse,
altri Melchisedech, ed altri quello
che, volando per l'aere, il figlio perse?
Appare adunque varie constellazioni a varie cose disporre gli
ingegni degli uomini ; e però, considerato chi fu Dante e quale
la sua principale affezione, assai bene si conoscerà il cielo nella
sua natività essere disposto a dover producere un poeta. E, perché
l'alloro, come davanti avemo mostrato, è quello albero, le cui
Irondi testimoniano nella coronazione la facoltà del poeta, meri-
tamente possiamo dire, l'alloro dalla donna veduto significare e
la disposizione del cielo nella natività futura di Dante, e la pre-
cipua affezione e studio di colui che nascere dovea, si come chia-
ramente n'ha dimostrato quello che appresso la natività di Dante
è seguito. L'essersi colui, ecc.
I04 II - REDAZIONI COMPENDIOSE
Il chiarissimo fonte, del quale pareva alla donna che bevesse
il suo figliuolo, niuna altra cosa credo che voglia significare
se non il copioso e abbondantissimo seno della filosofia, del
quale, ciò che compor si vuole, è di necessità che si prenda; e,
si come il poto è ordinatore e disponitor nello stomaco del cibo
preso, cosi la filosofia, d'ogni cosa buona maestra verissima, con
la sua dottrina è ottima componitrice d'ogni cosa a debito fine.
Nelle cui scuole, come di sopra mostrammo, accioché sé e le sue
invenzioni ordinare sapesse, e intender compiutamente l'altrui, il
nostro poeta bevve più tempo digestivo e salutevole beveraggio.
Appresso il parere pastor divenuto, la sublimità del suo in-
gegno ne mostra, per la quale in brieve tempo divenne tanto e
tale, che non solamente bastevole fu a governar sé, ma eziandio
a mostrare agli altri ingegni la sua dottrina. Sono, al mio giudi-
ciò, di pastori due maniere: corporali e spirituali (a). I corporali
sono i pastor silvani, li re e' padri delle famiglie; li spirituali
(a) Li corporali similmente sono di due qualità, l'una delle quali
sono quegli che, per le selve e per gli prati, le pecore, gli buoi e
gli altri armenti pascendo menano; l'altra sono gl'imperadori, i
re, i padri delle famiglie, i quali con giustizia e in pace hanno
a conservare i popoli loro commessi, e a trovare onde vengano
a' tempi opportuni i cibi a' sudditi e a' figliuoli. Li spirituali pa-
stori similmente dire si possono di due maniere: delle quali è l'una
quella di coloro che pascono l'anime de' viventi di cibo spirituale,
cioè della parola di Dio, e questi sono i prelati, i predicatori e
i sacerdoti, nella cui custodia sono commesse l'anime labili di
qualunque sotto il governo a ciascuno ordinato dimora; l'altra è
quella di coloro, li quali in alcuna scienzia ammaestrati prima,
poi ammaestrano altrui leggendo o componendo. E di questa ma-
niera di pastori vide la madre il suo figliuolo divenuto. Lo sforzarsi
ad aver delle frondi assai manifesto ne mostra essere il desiderio
della laureazione, peroché ogni fatica aspetta premio, e il premio
dello avere alcuna cosa poetica composta, è l'onore che per la
corona dello alloro si riceve. Ma seguita che cadere il vide, quando
più a ciò si sforzava ; il quale cadere niuna altra cosa fu se non
quel cadimento che tutti facciamo senza levarci, cioè il morire:
DELLA VITA DI DANTE I05
sono i prelati e' sacerdoti e similmente i dottori, in qualunque
facultà de' quali il nostro Dante fu uno.
Lo sforzarsi ad aver delle frondi assai manifestamente ne
mostra essere stato il disiderio della laureazione, nel quale
mentre si faticava cadde, cioè mori.
E vide la madre in luogo di lui levarsi un paone: per
che intender si dee che, dopo alla morte di ciascuno, a ser-
vare il nome suo appo i futuri surgono l'opere sue. Laonde
in luogo di Dante abbiamo la sua Comedia^ la quale ottima-
mente si può conformare ad un paone. Il paone, secondo che
comprendere si può, ha queste proprietà : che la sua carne è
odorifera e incorruttibile; la sua penna è angelica, e in quella
ha cento occhi; li suoi piedi sono sozzi, e tacita l'andatura;
e, oltre a ciò, ha sonora e orribile voce: le quali cose con la
Comedia del nostro poeta ottimamente si convengono.
Dico adunque primieramente che, cercando in assai parti lo
intrinseco senso della Comedia, e in assai lo intrinseco e lo
estrinseco, si troverà essere semplice e immutabile verità, non
di gentilizio puzzo spiacevole, ma odorifera di cristiana soavità,
e in niuna cosa dalla religione di quella scordante.
Dissi, appresso, il paone avere angelica penna, e in quella
cento occhi. Certo io non vidi mai alcuno angelo; ma, udendo
che voli, estimo che penne aver debba; e, non sappiendone al-
cuna fra questi nostri uccelli più bella né cosi peregrina, conside-
rata la nobiltà di loro, imagino che cosi la debbiano aver fatta, e
il che a lui avvenne quando già avea finito quello per che me-
ritamente la laureazione gli seguiva. Seguentemente dicea che in
luogo di lui vide levarsi un paone; ove intender si dee che, dopo
alla morte di ciascuno, a servare il nome suo appo i futuri surgono
Topere sue. E perciò in luogo d'Alessandro macedonico, di Inda
Maccabeo, di Scipione Affricano, abbiam^ le loro vittorie e l'altre
magnifiche opere; in luogo d'Aristotile, di Solone e di Virgilio,
abbiamo i loro libri, le loro composizioni, eterne conservatrici
de' nomi e della presenzia loro nel cospetto di que' che vivono ;
e cosi in luogo di Dante ecc.
I06 II - REDAZIONI COMPENDIOSE
però non da queste le loro, ma queste da quelle dinomino;
e intendo per quelle, delle quali questo paon si cuopre, la
bellezza della peregrina istoria che appare nella lettera della
Comedia\ e il cambiare del color di quella, secondo i vari
mutamenti di questo uccello, ninna altra cosa esser sento, se
non la varietà de* sensi che a quella in una maniera e in altra,
leggendola, si posson dare. E i cento occhi, chi non inten-
derà i cento canti di quella, ne' quali ella cosi è ordinata e distinta
e ornata, come ne' lor luoghi distinti mirabilmente gli occhi
si veggono nel paone?
Sono e al paone i pie sozzi e l'andatura queta: le quali cose
ottimamente alla Comedia del nostro autor si confanno; per-
cioché, si come sopra i piedi pare che tutto il corpo si sostenga,
cosi prima facie pare che sopra il modo del parlare ogni opera
in iscrittura composta si sostenga; e il parlare volgare, nel quale
e sopra il quale ogni giuntura della Comedia si sostiene, a
rispetto dell'alto e maestrevole stilo letterale che usa ciascuno
altro poeta, è senza dubbio sozzo. L'andar quieto e tacito signi-
fica l'umiltà dello stilo, il quale nelle comedie di necessità si ri-
chiede, come color sanno che intendon che vuol dir « comedia ».
Ultimamente dico che la voce del paone è sonora e orribile ; la
quale, comeché la soavità delle parole del nostro poeta paia e sia
molta, nondimeno chi bene in alcune parti riguarderà, ottima-
mente conoscerà confarsi con la voce della Comedia, e massi-
mamente dove con acerbissime invezioni grida ne' vizi d'alcuni,
oppur, distesamente procedendo, d'alcuni altri morde le colpe o
gastiga i miseri peccatori. E ninna è più orrida voce di quella
del gastigante, e massimamente a colui che ha commesso o a
colui che, a mandare i suoi appetiti ad effetto, schifa l'ostacolo
del riprensore. Per la qual cosa e per l'altre di sopra mostrate
assai appare, colui che fu, vivendo, pastore, dopo la morte esser
divenuto paone, si come creder si puote essere stato per divina
spirazione nel sonno mostrato alla cara madre {a).
(a) Questa esposizione del sogno della madre del nostro poeta
DELLA VITA DI DANTE I07
XXVI
CONCLUSIONE
La mia picciola barca è pervenuta al porto, al quale ella
drizzò la proda partendosi dallo opposito lito ; e, comeché il
peleggio sia stato piccolo e il mare basso e tranquillo, non-
dimeno, di ciò che senza impedimento è venuta, ne sono da
render grazie a Colui che felice vento ha prestato alle sue
vele. Al Quale con quella umiltà e divozione che io posso
maggiore, non cosi grandi come si converrieno, ma quelle che
io posso, rendo, benedicendo in eterno il nome suo.
conosco essere assai superficialmente per me fatta ; e questo per
più cagioni. Primieramente, perché per avventura la sufficienzia,
che a tanta cosa si richiederebbe, non c'era; appresso, posto che
stata ci fosse, più tosto altro luogo per sé richiedeva che questo,
ad altra materia congiunta; ultimamente, quando la sufficienzia ci
fosse stata, e la materia l'avesse patito, era ben fatto, più che
detto sia, non essere detto da me, accioché ad altrui più di me
sufficiente e più vago di ciò alcun luogo si lasciasse di dire. La
mia picciola barca, ecc.
Ili
COMENTO ALLA " DIVINA COMMEDIA „
PROEMIO
ez. I] «Nel mezzo del cammin di nostra vita», ecc. La nostra
umanità, quantunque di molti privilegi dal nostro Creatore no-
bilitata sia, nondimeno di sua natura è si debile, che cosa al-
cuna, quantunque menoma sia, fare non può né bene né com-
piutamente, senza la divina grazia. La qual cosa gli antichi
valenti uomini e' moderni considerando, a quella supplicemente
addomandare e con ogni divozione a nostro potere impetrare,
almeno ne' principi d'ogni nostra operazione, pietosamente e
con paterna affezione ne confortano. Alla qual cosa dee cia-
scuno senza alcuna difficultà divenire, leggendo quello che ne
scrive Platone, uomo di celestiale ingegno, nel fine del pro-
logo del suo Timeo y per sé dicendo: « Nam cum omìiibus mos
sit et quasi quaedam relgio, qui vel de maxirnis rebus, vel de
minimis aliquid acturi sunt, precari divinitatem ad auxilium ;
quanto nos aequius est, qui univejsitatis naturae substantiaeque
rationem praestaluri sumus, invocare divinam opem, itisi piane
quodam saevo furore atque implacabili raptemur amenti a? >, E,
se Platone confessa sé, più che alcun altro, avere, del divino aiuto
bisogno, io che debbo di me presumere, conoscendo il mio
intelletto tardo, lo 'ngegno piccolo e la memoria labile? E spe-
zialmente, sottentrando a peso molt(> maggiore che a' miei
òmeri si convegna, cioè a spiegare l'artificioso testo, la molti-
tudine delle storie, e la sublimità de' sensi nascosi sotto il poe-
tico velo della Commedia del nostro Dante; e massimamente
112 III - COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA»
ad uomini d'alto intendimento e di mirabile perspicacità, come
universalmente solete esser voi, signori fiorentini: certo, oltre
ogni considerazione umana, debbo credere abbisognarmi. Adun-
que, accioché quello che io debbo dire sia onore e gloria del-
l'altissimo nome di Dio, e consolazione e utilità degli auditori,
intendo, avanti che io più oltre proceda, quanto più umilmente
posso, ricorrere ad invocare il suo aiuto ; molto più della sua
benignità fidandomi che d'alcuno mio merito. E, impercioché
di materia poetica parlar dovemo, poeticamente quello invo-
cherò con Anchise troiano, dicendo que' versi che nel secondo
del suo Eneida scrive Virgilio:
lupiter omnipotens, precibus si flecteris ulLis,
aspice nos : hoc tantum : et, si pietate meremur,
da deÌ7ide auxilium, pater, ecc.
[Invocata adunque la divina clemenzia che alla presente fa-
tica ne presti della sua grazia, avanti che alla lettera del testo
si venga, estimo sieno da vedere tre cose, le quali general-
mente si soglion cercare ne' principi di ciascuna cosa che ap-
partenga a dottrina: la primiera è di mostrare quante e quali
sieno le cause di questo libro; la seconda, qual sia il titolo
del libro; la terza, a qual parte di filosofia sia il presente libro
supposto.]
[Le cause di questo libro son quattro: la materiale, la for-
male, la efì[ìciente e la finale. La materiale è, nella presente
opera, doppia, cosi come è doppio il suggetto, il quale è colla
materia una medesima cosa ; percioché altro suggetto è quello
del senso letterale, e altro quello del senso allegorico, li quali
nel presente libro amenduni sono, si come manifestamente ap-
parirà nel processo. È adunque il suggetto secondo il senso
letterale: lo stato dell'anime dopo la morte de' corpi sempli-
cemente preso; percioché di quello, e intorno a quello, tutto
il processo della presente opera intende. Il suggetto secondo
il senso allegorico è: come l'uomo, per Io libero arbitrio me-
ritando e dismeritando, è alla giustizia di guiderdonare e dì pu-
nire obbligato. La causa formale è similmente doppia, perciò-
Ili - COMENTO ALLA « DIVINA COMMEDIA» II3
ch'egli è la forma del trattato e la forma del trattare. La
forma del trattato è divisa in tre, secondo la triplice divisione
del libro. La prima divisione è quella secondo la quale tutta
l'opera si divide, cioè in tre cantiche; la seconda divisione è
quella secondo la quale ciascuna delle tre cantiche si divide in
canti ; la terza divisione è quella secondo la quale ciascun
canto si divide in rittimi. La forma, o vero il modo del trattare,
è poetico, fittivo, discrittivo, digressivo e transuntivo ; e con
questo, difinitivo, divisivo, probativo, reprobatìvo e positivo
d'esempli. La causa efficiente è esso medesimo autore Dante
Alighieri, del quale più distesamente diremo appresso, dove
del titolo del libro parleremo. La causa finale della presente
opera è: rimuovere quegli che nella presente vita vivono, dallo
stato della miseria, allo stato della felicità.]
[La seconda cosa principale, che è da vedere, è qual sia il
titolo del presente libro, il quale secondo alcuni è questo:
« Incomincia la Commedia di Dante Alighieri fiorentino » ; al-
cun altro, seguendo più la 'ntenzione dell'autore, dice il titolo
essere questo: « Incominciano le cantiche della Commedia di
Dante Alighieri fiorentino ». La quale, percioché, come detto
è. è in tre parti divisa, dice il titolo di questa prima parte es-
sere : « Incomincia la prima cantica delle cantiche della Com-
media di Dante Alighieri »; volendo per questa mostrare do-
vere il titolo di tutta l'opera essere: «Cominciano le cantiche
della Commedia di Dante» ecc., come detto è.]
[Ma, perché questo poco resulta, il lasceremo nell'albitrio
degli scrittori, e verremo a quello per che all'autore dovè pa-
rere di doverlo cosi intitolare, dicendo la cagione del titolo se-
condo, percioché in quello si conterrà la cagione del primo,
il quale quasi da tutti è usitato. E ad evidenzia di questo, se-
condo il mio giudicio, è da sapere, si come i musici ogni loro
artificio formano sopra certe dimensioni di tempi lunghe e
brievi, e acute e gravi, e della varietà d! queste, con debita e
misurata proporzione congiunta, e quello poi appellano « canto »;
cosi i poeti, non solamente quelli che in latino scrivono, ma
eziandio coloro che, come il nostro autore fa, volgarmente
(i. Boccaccio, Scritti danteschi -\. 8
114 III ■ COMENTO ALLA « DIVINA COMMEDIA »
dettano: componendo i lor versi, secondo la diversa qualità
d'essi, di certo e diterminato numero di piedi, intra se medesimi,
dopo certa e limitata quantità di parole, consonanti: si come nel
presente trattato veggiamo che, essendo tutti i rittimi d'equal nu-
mero di sillabe, sempre il terzo pie nella sua fine è consonante
alla fine del primo, che in quella consonanza finisce. Per che
pare che a questi cotali versi, o opere composte per versi,
quello nome si convenga che i musici alle loro invenzioni
danno, come davanti dicemmo, cioè « canti », e per conseguente
quella opera, che di molti canti è composta, doversi « cantica »
appellare, cioè cosa in sé contenente più canti.]
[Appresso i>i dimostra nel titolo questo libro essere appel-
lato «commedia». A notizia della qual cosa è da sapere che
le poetiche narrazioni sono di più e varie maniere, si come
è tragedia, satira e commedia, buccolica, elegia, lirica ed altre.
Ma, volendo di quella sola, che al presente titolo appartiene,
vedere, vogliono alcuni mal convenirsi a questo libro questo
titolo, argomentando primieramente dal significato del vocabolo,
e appresso dal modo del trattare de' comici, il quale pare
molto essere differente da quello che l'autore serva in questo
libro. Dicono adunque primieramente mal convenirsi le cose
cantate in questo libro col significato del vocabolo; percioché
« commedia » vuol tanto dire quanto canto di villa, composto da
«cofnos», che in latino viene a dire «villa», e «ocfos», che viene
a dire « canto » ; e i canti villeschi, come noi sappiamo, sono di
basse materie, si come di loro quistioni intorno al cultivar
della terra, o conservazione di lor bestiame, o di lor bassi e
rozzi innamoramenti e costumi rurali: a' quali in alcuno atto
non sono conformi le cose narrate in alcuna parte della pre-
sente opera; ma sono di persone eccellenti, di singulari e no-
tabili operazioni degli uomini viziosi e virtuosi, degli effetti
della penitenza, de' costumi degli angeli e della divina essenza.
Oltre a questo, lo stilo comico è umile e rimesso, accioché
alla materia sia conforme; quello che della presente opera dir
non si può; percioché, quantunque in volgare scritto sia, nel
quale pare che comunichino le femminette, egli è nondimeno
Ili - COMENTO ALLA « DIVINA COMMEDIA» II5
ornato e leggiadro e sublime; delle quali cose nulla sente il
volgar delle femmine. Non dico però che, se in versi latini
fosse, non mutato il peso delle parole volgari, ch'egli non fosse
molto più artificioso e più sublime, percioché molto più d'arte
e di gravità ha nel parlar latino che nel materno.]
[E appresso, dell'arte spettante al commedo;] mai nella com-
media non introducere se medesimo in alcun atto a parlare,
ma sempre a varie persone, che in diversi luoghi e tempi
e per diverse cagioni deduce a parlare insieme, fa ragionare
quello che crede che appartenga al tema impreso della com-
media: dove in questo libro, lasciato l'artificio del commedo.
l'autore spessissime volte, e quasi sempre, or di sé or d'altrui
ragionando favella. Similmente nelle commedie non s'usano
comparazioni né recitazioni d'altre istorie che di quelle che
al tema assunto appartengono; dove in questo libro si pongono
comparazioni infinite, e assai istorie si raccontano, che diritta-
mente non fanno al principale intento. Sono ancora le cose,
che nelle commedie si raccontano, cose che per avventura mai
non furono, quantunque non sieno si strane da' costumi degli
uomini che essere state non possano: la sustanziale istoria
del presente libro, dello essere dannati i peccatori, che ne'
lor peccati muoiono, a perpetua pena, e quegli, che nella gra-
zia di Dio trapassano, essere elevati all'eterna gloria, è, se-
condo la cattolica fede, vera e santa sempre. Chiamano, oltre
a tutto questo, i commedi le parti intra sé distinte delle lor
commedie « scene »; percioché, recitando li commedi quelle nel
luogo detto «scena», nel mezzo del teatro, quante volte introdu-
cevano varie persone a ragionare, tante della scena uscivano
i mimi trasformati da quelli che prima avevano parlato e fatto
alcun atto, e in forma di quegli che parlar doveano, venivano
davanti al popolo riguardante e ascoltante il commedo che re-
citava: dove il nostro autore chiama « canti » le parti della sua
Commedia. E cosi, accioché fine pognamo agli argomenti, pare.
come di sopra è detto, non convenirsi a questo libro nome di
€ commedia ». Né si può dire non essere stato della mente del-
l'autore che questo libro non si chiamasse «commedia », come
Tl6 III - COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA»
talvolta ad alcuno di alcuna sua opera è avvenuto; conciosia-
cosaché esso medesimo nel ventunesimo canto di questa prima
cantica il chiami commedia, dicendo: « Cosi di ponte in ponte
altro parlando, Che la mia commedia cantar non cura », ecc.
Che adunque diremo alle obiezioni fatte? Credo, conciosia-
cosaché oculatissimo uomo fosse l'autore, lui non avere avuto
riguardo alle parti che nelle commedie si contenutone, ma al
tutto, e da quello avere il suo libro dinominato, figurativa-
mente parlando. Il tutto della commedia è (per quello che per
Plauto e per Terenzio, che furono poeti comici, si può com-
prendere): che la commedia abbia turbolento principio e pieno
di romori e di discordie, e poi l'ultima parte di quella finisca
in pace e in tranquillità. Al qual tutto è ottimamente conforme
il libro presente: percioché egli incomincia da' dolori e dalle
turbazioni infernali, e finisce nel riposo e nella pace e nella
gloria, la quale hanno i beati in vita eterna. E questo dee poter
bastare a fare che cosi fatto nome si possa di ragion conve-
nire a questo libro.
[Resta a vedere chi fosse l'autore di questo libro: la qual
cosa non pure in questo libro, ma in ciascun altro pare di ne-
cessità di doversi sapere; e questo, accioché noi non prestiamo
stoltamente fede a chi non la merita, conciosiacosaché noi leg-
giamo: « Qui misere credit, creditur esse viiser». E qual cosa
è più misera che credere al patricida dell'umana pietà, al libi-
dinoso della castità, o all'eretico della fede cattolica? Rade volte
avviene che l'uomo contro alla sua professione favelli. Voglionsi
adunque esaminare la vita, e' costumi e gli studi degli uomini,
accioché noi cognosciamo quanta fede sia da prestare alle
loro parole.]
[Fu adunque l'autore del presente libro, si come il titolo ne
testimonia, Dante Alighieri, per ischiatta nobile uomo della
jiostra città; e la sua vita non fu uniforme, ma, da varie mu-
tazioni infestata, spesse volte in nuove qualità di studi si per-
mutò, della qual non si può convenevolmente parlare che con
essa non si ragioni de' suoi studi. E però egli primieramente
dalla sua puerizia nella patria si diede agli studi liberali, e in
Ili - COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA» II7
quegli maravigliosamente s'avanzò; percioché, oltre alla prima
arte, fu, secondo che appresso si dirà, maraviglioso loico, e
seppe retorica, si come nelle sue opere appare assai bene; e,
percioché nella presente opera appare lui essere stato astro-
lago, e quello esser non si può senza arismetrica e geometria,
estimo lui similemente in queste arti essere stato ammaestrato.
Ragionasi similmente lui nella sua giovanezza avere udita filo-
sofia morale in Firenze, e quella maravigliosamente bene avere
saputa: la qual cosa egli non volle che nascosa fosse nell' un-
dicesimo canto di questo trattato, dove si fa dire a Virgilio:
< Non ti rimembra di quelle parole, Con le qua' la tua Etica
pertratta », ecc., quasi voglia per questa s'intenda la filosofia
morale in singularità essere stata a lui familiarissima e nota.
Similemente udi in quella gli autori poetici, e studiò gli storio-
grafi, e ancora vi prese altissimi principi nella filosofia natu-
rale, si come esso vuole che si senta per li ragionamenti suoi
in questa opera avuti con ser Brunetto Latino, il quale in quella
scienza fu reputato solennissimo uomo. Né fu, quantunque a
questi studi attendesse, senza grandissimi stimoli, datigli da
quella passione, la qual noi generalmente chiamiamo « amore»:
e similmente dalla sollecitudine presa degli onori publici, a'
quali ardentemente attese, infino al tempo che, per paura di
peggio, andando le cose traverse a lui e a quegli che quella
setta seguivano, convenne partir di Firenze. Dopo la qual par-
tita, avendo alquanti anni circuita Italia, credendosi trovar
modo a ritornare nella patria, e di ciò avendo la speranza per-
duta, se n'andò a Parigi, e quivi ad udire filosofia naturale e
teologia si diede; nelle quali in poco tempo s'avanzò tanto,
che fatti e una e altra volta certi atti scolastici, si come ser-
monare, leggere e disputare, meritò grandissime laude da' va-
lenti uomini. Poi in Italia tornatosi, e in Ravenna riduttosi,
avendo già il cinquantesimosesto anno della sua età compiuto,
come cattolico cristiano fece fine alla ^a vita e alle sue fati-
che, dove onorevolmente fu appo la chiesa de' frati minori
seppellito, senza aver preso alcun titolo o onore di maestrato,
si come colui che attendeva di prendere la laurea nella sua
Il8 III - COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA»
città, com'esso medesimo testimonia nel principio del canto
venticinquesimo del Paradiso. Ma al suo disiderio prevenne la
morte, come detto è. I suoi costumi furono gravi e pesati
assai, e quasi laudevoli tutti; ma, percioché già delle predette
cose scrissi in sua laude un trattatello, non curo al presente
di più distenderle. Le quali cose se con sana mente riguardate
saranno, mi pare esser certo che assai dicevole testimonio sarà
reputato e degno di fede, in qualunque materia è stata nella
sua Commedia da lui recitata.]
[Ma del suo nome resta alcuna cosa da recitare, e pria del
suo significato, il quale assai per se medesimo si dimostra;
percioché ciascuna persona, la quale con liberale animo dona
di quelle cose, le quali egli ha di grazia ricevute da Dio, puote
essere meritamente appellato Dante. E che costui ne desse vo-
lentieri, l'effetto noi nasconde. Esso, a tutti coloro che prender
ne vorranno, ha messo davanti questo suo singulare e caro
tesoro, nel quale parimente onesto diletto e salutevole utilità si
trova da ciascuno che non caritevole ingegno cercare ne vuole.
E, percioché questo gli parve eccellentissimo dono, si per la
ragion detta, e si perché con molta sua fatica, con lunghe vi-
gilie e con istudio continuo l'acquistò, non parve a lui dovere
essere contento che questo nome da' suoi parenti gli fosse im-
posto casualmente, come molti ciascun di se ne pongono ; per
dimostrar quello essergli per disposizion celeste imposto, a due
eccellentissime persone in questo suo libro si fa nominare ; delle
quali la prima è Beatrice, la quale apparendogli in sul triunfale
carro del celestiale esercito in su la suprema altezza del monte
di purgatorio, intende essere la sacra teologia, dalla quale si
dee credere ogni divino misterio essere inteso, e con gli altri
insieme questo, cioè che egli per divina disposizione chiamato
sia Dante. A confermazione di ciò, si fa a lei Dante appellare
in quella parte del trentesimo canto del Puj-gatorio, nel quale
essa, parlandogli, gli dice: « Dante, perché Virgilio se ne vada»:
quasi voglia s'intenda, se ella di questo nome non lo avesse
conosciuto degno, o non l'avrebbe nominato, o avrebbelo per
altro nome chiamato. Oltre a ciò, soggiugnendo, per la ragion
Ili - COMENTO «ALLA DIVINA COMMEDIA» II9
già detta, in quello luogo di necessità registrarsi il nome suo,
e questo ancora, accioché paia lui a tal termine della teologia
esser pervenuto che, essendo Dante, possa senza Virgilio, cioè
senza la poesia, o vogliam dire senza la ragione delle terrene
cose, valere alle divine. L'altra persona, alla quale nominar si
fa. è Adamo nostro primo padre, al quale fu conceduto da Dio
di nominare tutte le cose create; e, perché si crede lui averle
degnamente nominate, volle Dante, essendo da lui nominato,
mostrare che degnamente quel nome imposto gli fosse, con la
testimonianza di Adamo. La qual cosa fa nel canto ventiseesimo
del Paradiso, là dove Adamo gli dice : « Dante, la voglia tua
discerno meglio », ecc. E questo basti intorno al titolo avere
scritto.]
[La terza cosa principale, la qual dissi essere da investigare,
è a qual parte di filosofia sia sottoposto il presente libro; il
quale, secondo il mio giudizio, è sottoposto alla parte morale,
ovvero etica: percioché, quantunque in alcun passo si tratti
per modo speculativo, non è perciò per cagione ài speculazione
ciò posto, ma per cagion dell'opera, la quale quivi ha quel
modo richiesto di trattare.]
[Espedite le tre cose sopra dette, è da vedere della rubrica
particolare che segue, cioè: «Incomincia il primo canto dello
'N/erno ». Ma avanti che io più oltre proceda, considerando la
varietà e la moltitudine delle materie che nella presente lettura
sopravverranno, il mio poco ingegno e la debolezza della mia
memoria, intendo che, se alcuna cosa meno avvedutamente o
per ignoranza mi venisse detta, la qual fosse meno che con-
forme alla cattolica verità, che per non detta sia, e da ora la
rivoco, e alla emendazione della santa Chiesa me ne sommetto.]
[Dice adunque la nostra rubrica: « Incomincia il primo canto
dello 'Nferìio»: intorno alla quale è da vedere s'egli è inferno,
e s'el n'è più che uno, e in qual parte del mondo sia, onde
si vada in esso, qual sia la forma di cHiello, a che serva, e se
per altro nome si chiama che « inferno ». E primieramente dico
ch'egli è inferno: il che per molte autorità della Scrittura
si pruova, e primieramente per Isaia, il quale dice: « Dilatavit
I20 IH - COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA»
infernus animam suam, et aperuit os suum absque itilo termino »;
e Vergilio nel sesto Aé\V Eneida àxo.^ \ «Inferni ianiia regis ^\ e
lob: « In profundissimum infernum desceiidet anima mea». Per
le quali autorità appare essere inferno.]
[Appresso si domandava s'egli n'era più d'uno. Appare per lo
senso della Scrittura sacra che ne sieno tre, de' quali i santi
chiamano l'uno superiore, e il secondo mezzano, e il terzo
inferiore; vogliendo che il superiore sia nella vita presente,
piena di pene, di angosce e di peccati. E di questo parlando,
dice il salmista : « Circunidederunt me dolores mortis, et pericula
inferni invenerunt me^\ e in altra parte dice: m. Descendant in in-
fer?iu?n viventes»\ quasi voglia dire «nelle miserie della presente
vita ».]
[E di questo inferno sentono i poeti co' santi, fìngendo que-
sto inferno essere nel cuore de' mortali; e, in ciò dilatando la
fìzione, dicono a questo inferno essere un portinaio, e questo
dicono essere Cerbero infernal cane, il quale è interpretato divo-
ratore: sentendo per lui la insaziabilità de' nostri disidèri, li
quali saziare né empiere non si possono. E l'uficio di questo
cane non è di vietare l'entrata ad alcuno, ma di guardare che
alcuno dello 'nferno non esca; volendo per questo che là
dove entra la cupidità delle ricchezze, degli stati, de' diletti
e dell'altre cose terrene, ella o non n'esce mai, o con difìì-
cultà se ne trae; si come essi mostrano, fìngendo questo cane
essere stato tratto da Ercule dello 'nferno, cioè questa insazia-
bilità de' disidèri terreni esser dal virtuoso uomo tratta fuori
del cuore di quel cotale virtuoso. Appresso dicono in questo
inferno essere Carone nocchiero e il fiume d'Acheronte: e per
Acheronte sentono la labile e flussa condizione delle cose di-
siderate e la miseria di questo mondo ; e per Carone intendono
il tempo, il quale per vari spazi le nostre volontà e le nostre
speranze d'un termine trasporta in un altro, o voglian dire che,
secondo i vari tempi, varie cose che muovono gli appetiti es-
sere al cuore trasportate. Dicono, oltre a ciò, sedere in questo
inferno Minos, Eaco e Radamanto, giudici e sentenziatori delle
colpe dell'anime che in quello inferno vanno; e a costoro questo
Ili - COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA» 121
uficio attribuiscono, percioché grandissimi legisti furono e giusti
uomini: per loro intendendo la coscienza di ciascuno, la quale,
sedendo nella nostra mente, è prima e avveduta giudicatrice
delle nostre operazioni, e di quelle col morso suo ci affligge
e tormenta. E appresso, a quali pene ella condanna i pecca-
tori, in alquanti tormentati disegnano.]
[Dicono quivi essere Tantalo, re di Frigia, il quale, percioché
pose il figliuolo per cibo davanti agl'iddii, in un fiume e tra
grande abbondanza di pomi, di fame e di sete morire; sentendo
per costui la qualità dell'avaro, il quale, per non diminuire
l'acquistato, non ardisce toccarne, e cosi in cose assai patisce
disagio, potendosene adagiare. E senza fallo sono quello che
Tantalo è interpretato secondo Fulgezio, cioè « volente visione » ;
percioché gli avari alcuna cosa non vogliono de' loro tesori
se non vedergli.]
[Fingono ancora in quello essere Isione, il quale, percioché
essendo, secondo che alcuni vogliono, segretario di Giove e di
Giunone, richiese Giunone di voler giacer con lei; la quale in
forma di sé gli pose innanzi una nuvola, con la quale giacendo,
d'essa ingenerò i centauri; e Giove il dannò a questa pena in
inferno, che egli fosse legato con serpenti a' raggi d'una ruota,
la quale mai non ristesse di volgersi: volendo per questo che
per Isione s'intendano coloro li quali sono disiderosi di signoria,
e per forza alcuna tirannia occupano, la quale ha sembianza di
regno, che per Giunone s'intende; e di questa tirannia soprav-
vegnendo i sospetti, nascono i centauri, cioè gli uomini del-
l'arme, co' quali i tiranni tengono le signorie contro a' piaceri
de* popoli : ed hanno i tiranni questa pena, che sono sempre
in revoluzioni; e, se non sono, par loro essere, con occulte sol-
licitudini : le quali afflizioni per la ruota volubile e per le serpi
s'intendono.]
[Oltre a questi, vi discrivono Tizio : percioché disonestamente
richiese Latona, dicono lui da Apollo elsere stato allo 'nferno
dannato a dovergli sempre essere il fegato beccato da avvoltoi,
e quello, come consumato è, rinascere intero; per costui sen-
tendo quegli che d'alto e splendido luogo sono gittati in basso
122 III - COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA»
Stato, li quali sempre sono infestati da mordacissimi pensieri,
intenti come tornar possano là onde caduti sono; né prima
dall'una soUicitudine sono lasciati, che essi sono rientrati nel-
l'altra; e cosi senza requie s'affliggono.]
[Pongonvi ancora le figliuole di Danao, e dicono, per l'avere
esse uccisi i mariti, esser dannate ad empier d'acqua certi vasi
senza fondo; per la qual cosa, sempre attignendo, si faticano
invano: volendo per questo dimostrare la stoltizia delle fem-
mine, le quali, avendosi la ragion sottomessa (la quale dee es-
sere lor capo e lor guida, come è il marito) intendono con loro
artifici far quello che giudicano non aver fatto la natura, cioè,
lisciandosi e dipignendosi, farsi belle; di che segue le più volte
il contrario, e perciò è la lor fatica perduta. O voglian dire
sentirsi per queste la effeminata sciocchezza di molti, li quali,
mentre stimano con continuato coito sodisfare all'altrui libidine,
sé votano ed altrui non riempiono. Ma, accioché io non vada
per tutte le pene in quello discritte, che sarebbono molte, dico
che questo del superiore inferno sentirono i poeti gentili.]
[Il secondo inferno, dissi, chiamavano mezzano, sentendo
quello essere vicino alla superficie della terra, il qual noi vol-
garmente chiamiamo limbo, e la santa Scrittura talvolta il chiama
il seno d'Abraam: e questo vogliono esser separato da' luoghi
penali, vogliendo in esso essere istati i giusti antichi aspettanti
la venuta di Cristo. E di questo mostra il nostro autore sen-
tire, dove pon quegli o che non peccarono o che, bene ado-
perando, morirono senza battesimo. Ma questo è differente da
quello de' santi, in quanto quegli che v'erano, desideravano e
speravano, e venne la loro salute, e quegli, che l'autor pone,
disiderano, ma non isperano.J
[Estimarono ancora essere un inferno inferiore, e quello esser
luogo di pene eterne date a' dannati. E di questo dice il Van-
gelo: « Moriuus est dives, et sepultus est in inferno ». Ed il sal-
mista: « In inferno autem quis conjìtebitur tibi? ». E che questo
sia, si legge nel Vangelio, in quella parte ove il ricco seppellito
in inferno, vedendo sopra sé Lazzaro nel grembo d'Abraam, il
priega che intinga il dito minimo nell'acqua, e gittandogliele in
HI - COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA» I23
bocca, il rifrigeri alquanto. E di questo inferno tratta similmente
il nostro autore dal quinto canto in giù.]
[Domandavasi appresso, dove sia l'entrata ad andare in
questo inferno; conciosiacosaché l'autore quella, nel principio
del terzo canto, scrivendo, dove ella sia in alcuna parte non
mostra : della qual cosa appo gli antichi non è una medesima
oppenione. Omero, il quale pare essere de' più antichi poeti che
di ciò menzione faccia, scrive nel libro undicesimo della sua
Odissea, Ulisse per mare essere stato mandato da Circe in oceano
per dovere in inferno discendere a sapere da Tiresia tebano
i suoi futuri accidenti; e quivi dice lui essere pervenuto appo
certi popoli, li quali chiama scizi, dove alcuna luce di sole
mai non appare, e quivi avere lo 'nferno trovato. Virgilio, il
quale in molte cose il seguita, in questo discorda da lui, scri-
vendo nel sesto del suo Eneida l'entrata dello 'nferno essere
appo il lago d'Averno tra la città di Pozzuolo e Baia, dicendo:
Spelunca alta fuit vastoque hnmanis hiatu,
scrupea, tuta lacu nigro nemorumqne tenebris;
guani super haud ullae poterant impune volantes
tendere iter pennis: talis sese halitus atris
faucibus effundens supera ad convexa ferebat:
unde locum Graii dixerunt nomine Avernum, ecc.
E per questa spelunca scrive essere disceso Enea appresso la
Sibilla in inferno. Stazio, nel primo del suo Thebaidos, dice
questo luogo essere in una isola non guari lontana da quella
estremità d'Acaia, la quale è più propinqua all' isola di Greti,
chiamata « Traenaron »: e di quindi dice essere, a* tempi d'Edipo
re di Tebe, d'inferno venuta nel mondo Tesifone, pregata da
lui a mettere discordia tra Etiocle e Pollinice, suoi figliuoli, cosi
scrivendo :
aia per umbras,
et caligantes anitnarutn examÌ7ie ^ampos
Traenareae limen petit irremeabile portae, ecc.
E con costui mostra d'accordarsi Seneca tragedo, i?i tragoedia
Herculis furentis, dove dice Cerbero infernal cane essere stato
124 l'I - COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA»
tratto d'inferno da Ercule e da Teseo per la spelunca di Tre-
naro, dicendo cosi:
Postquani est ad oras Traenari ventum, et nitor
percussit oculos lucis, ecc.
Pomponio Mela, nel primo libro della sua Cosmografìa, dice
questo luogo essere appo i popoli, li quali abitano vicini al-
l'entrata nel mare maggiore, scrivendo in questa forma: « In co
primum Mariatidinei urbem habitant, ab Argiva, ut ferunt, Her-
cule datam, Heraclea vocitatur. Id famae /idem adiecit: iuxta
specus est Acherusia, ad manes, ut aiunt, pervius; atque inde
extractum Cerberufn existiìnant», ecc. Altri dicono di Mongi-
bello, e di Vulcano e di simili, quello affermando con favole non
assai convenienti alle femminelle.]
[La forma di questo inferno, parlando di lui come di cosa
materiale, discrive l'autore essere a guisa d'un corno il quale
diritto fosse, e di questo fermarsi la punta in sul centro della
terra, e la bocca di sopra venire vicina alla superfìcie della terra;
in quello, aggirandosi l'uomo intorno al voto del corno a guisa
che l'uomo fa in queste scale ravvolte, che vulgarmente si chia-
mano « chiocciole », discendersi ; benché in alcuna parte appaia
questo luogo, se non quanto allo spazio della via onde si scende,
essere in parte cavernoso e in parte solido: cavernoso, in quanto
vi distingue luoghi, li quali appella « cerchi », e ne' quali i miseri
son puniti: e alcuna volta vi discriva scogli e alcuni valichi
e fiumi, li quali non potrebbono per lo vacuo, per quello ordine
che egli discrive, discendere.]
[Serve lo 'nferno alla divina giustizia, ricevendo l'anime de*
peccatori, le quali l'ira di Dio hanno meritata, e in sé gli
tormenta e affligge, secondo che hanno più o meno peccato,
essendo loro eterna prigione.]
[Ultimamente si domandava se altri nomi avea che « in-
ferno » ; il quale averne più appo i poeti manifestamente appare.
Virgilio, si come nel sesto dt\V E?teida si legge, il chiama
A verno, dove dice:
Tros Anchisiades, facilis descensus Aventi.
Ili - COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA» 125
E nominasi questo luogo Averno, ab * a», quod est « sine »,
^vernus^, quod est ^ laetilia»: cioè luogo «senza letizia». E
in altra parte nel preallegato libro il chiama Tartaro: quivi:
tum Tartarus ipse
bis patet hi praeceps, ecc.
E questo nome è detto da « tortura », cioè da tormentamento, il
quale i miseri in questo ricevono; ed è, secondo Virgilio, que-
sto la più profonda parte dello 'nferno. Chiamalo ancora Dite
nel preallegato libro, dove dice:
Perquc domos Ditis vacuas, et inafiia regna.
Ed è cosi chiamato dal suo re, il quale da' poeti è chiamato
Dite, cioè ricco e abbondante; percioché in questo luogo gran-
dissima moltitudine d'anime discendono sempre. Nominalo si-
milmente Orco nel libro spesse volte allegato, dove scrive:
Vestibulum ante ipsum, primisque in faucibics Orci.
Ed è chiamato Orco, cioè oscuro, percioché è oscurissimo,
come nel processo apparirà. Oltre a questo l'appella Èrebo nel
già detto libro, dicendo:
Venimus, et magnos Èrebi transnavimus amnes.
E però è chiamato Èrebo, secondo che dice Uguccione, perché
egli s'accosta molto co' suoi supplici a coloro, li quali mise-
ramente riceve e in sé tiene. Ed è ancora chiamato questo luogo
Baratro, come appresso dice l'autore nel canto ventiduesimo
di questa parte, dove dice: « Cotal di quel baratro era la scesa ».
E chiamasi Baratro dalla forma di un vaso di giunchi, il quale
è ritondo, nella parte superiore ampio e nella inferiore angusto.
Chiamalo ancora Abisso, si come nell'Apocalisse si legge ove
dice : < Bestia quae ascendet de abysso, faciet adversus illos
hellum^\ e in altra parte: <(. Data est itti^clavis putei abyssi, et
aperuit puteum abyssi >. Il qual nome significa «profondità».
Hanne ancora il detto luogo alcuni, ma basti al presente aver
narrati questi.]
126 III - COMENTO ALLA « DIVINA COMMEDIA »
[Vedute le predette cose, avanti che all'ordine della lettura
si vegna, pare doversi rimuovere un dubbio, il quale spesse
volte già è stato, e massimamente da litterati uomini, mosso,
il quale è questo. Dicono adunque questi cotali : — Secondo che
ciascun ragiona, Dante fu litteratissimo uomo, e se egli fu lit-
terato, come si dispuose egli a comporre tanta opera e cosi
laudevole, come questa è, in volgare? — A' quali mi pare si possa
cosi rispondere: Certa cosa è che Dante fu eruditissimo uomo,
e massimamente in poesia, e disideroso di fama, come general-
mente siam tutti. Cominciò il presente libro in versi latini, cosi:
Ultima regna canam fluido contermina mu7ido,
spiritibus quae lata patent, quae praemia solvunt
Pro meritis cuicuviqjie suis, ecc.
E già era alquanto proceduto avanti, quando gli parve da mutare
stilo: e il consiglio, che il mosse, fu manifestamente conoscere
i liberali studi e' filosofici essere del tutto abbandonati da' pren-
cipi e da' signori e dagli altri eccellenti uomini, li quali solevano
onorare e rendere famosi i poeti e le loro opere: e però, veg-
gendo quasi abbandonato Vergilio e gli altri, o essere nelle mani
d'uomini plebei e di bassa condizione, estimò cosi al suo lavorio
dovere addivenire, e per conseguente non seguirnegli quello
per che alla fatica si sommettea. Di che gli parve dovere il suo
poema fare conforme, almeno nella corteccia di fuori, agl'ingegni
de' presenti signori, de' quali se alcuno n'è che alcuno libro
voglia vedere, e esso sia in latino, tantosto il fanno trasformare
in volgare: donde prese argomento che, se volgare fosse il
suo poema, egli piacerebbe, dove in latino sarebbe schifato.
E perciò, lasciati i versi latini, in rittimi volgari scrisse, come
veggiamo. Questo soluto, ne resta venire ecc., ut supra,]
CANTO PRIMO
I
Senso letterale
II] [Resta a venire all'ordine della lettura, e primieramente alle
divisioni. Dividesi adunque il presente volume in tre parti
principali, le quali sono li tre libri ne' quali l'autore medesimo
l'ha diviso: de' quali il primo, il quale per leggere siamo al
presente, si divide in due parti, in proemio e trattato.
La seconda comincia nel prmcipio del secondo canto. La
prima parte si divide in due: nella prima discrive l'autore la
sua ruina; nella seconda dimostra il soccorso venutogli per sua
salute. La seconda comincia quivi: «Mentre ch'io rovinava
in basso loco ». Nella prima fa l'autore tre cose: primieramente
discrive il luogo dove si ritrovò; appresso mostra donde gli
nascesse speranza di potersi partire di quel luogo; ultimamente
pone qual cosa fosse quella che lo 'mpedisse a dover di quello
luogo uscire: la seconda quivi: «Io non so ben ridir»; la
terza quivi: «Ed ecco quasi».]
[Dice adunque cosi: «Nel mezzo del cammin di nostra vita».
Ove ad evidenzia di questo principio è da sapere, la vita de'
mortali è, massimamente di quegli li qiftili a quel termine di-
vengono, il quale pare che per convenevole ne sia posto, di
settanta anni; quantunque alquanti, e pochi, più ne vivano, e
infinita moltitudine meno, si come per lo salmista si comprende
128 III - COMENTO ALLA « DIVLNA COMMEDIA»
nel salmo ottantanovesimo, dove dice : « Afmi nostri sicut a?'anea
meditabuìitur ; dics nnnonim nostrorum in ipsis sepluaginta anni.
Si autem in potentatibiis, octoginta anni; et amplius eorum, labor
et dolora', e perciò colui il quale perviene a trentacinque anni,
si può dire essere nel mezzo della nostra vita. Ed è figurata
in forma d'uno arco, dalla prima estremità del quale infino al
mezzo si salga, e dal mezzo infino all'altra estremità si discenda ;
e questo è stimato, percioché infino all'età di trentacinque anni,
o in quel torno, pare sempre le forze degli uomini aumentarsi,
e quel termine passato diminuirsi, E a questo termine d'anni
pare che l'autore pervenuto fosse, quando prima s'accorse del
suo errore. E che egli fosse cosi, assai bene si verifica per
quello che già mi ragionasse un valente uomo, chiamato ser
Piero di messer Giardino da Ravenna, il quale fu uno de' più
intimi amici e servidori che Dante avesse in Ravenna; aff"er-
mandomi avere avuto da Dante, giacendo egli nella infermità
della quale e' mori, lui avere di tanto trapassato il cinquante-
simosesto anno, quanto dal preterito maggio aveva infino a quel
di. E assai ne consta Dante esser morto negli anni di Cristo 1321,
di 14 di settembre: per che, sottraendo ventuno di cinquantasei,
restano trentacinque ; e cotanti anni avea nel 1300, quando mostra
d'avere la presente opera incominciata. Per che appare ottima-
mente la sua età esser discritta dicendo: «Nel mezzo del cam-
min », cioè dello spazio, « di nostra vita », cioè di noi mortali.
« Mi ritrovai », errando, « per una selva oscura » ; a differenza
d'alcune selve, che sono dilettevoli e luminose, come è la pineta
di Chiassi. « Che la diritta via era smarrita ». Vuole mostrare
qui che di suo proponimento non era entrato in questa selva,
ma per ismarrimento.]
[«E quanto a dir», cioè a discrivere, « qual era», questa
selva, « è cosa dura », quasi voglia dire impossibile, « està selva
selvaggia e aspra e forte ». Pon qui tre condizioni di questa
selva: dice prima che eli 'era « selvaggia », quasi voglia dinotare
non avere in questa alcuna umana abitazione, e per conseguente
essere orribile; dice appresso ch'ella era « aspra », a dimostrare
la qualità degli alberi e de' virgulti di quella, li quali doveano
Ili - CaMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA» I29
essere antichi, con rami lunghi e ravvolti, contessuti e intrec-
ciati intra se stessi, e similemente piena di pruni, di tribuli e
di stecchi, senza alcuno ordine cresciud, e in qua e in là di-
stesi : per le quali cose era aspra cosa e malagevole ad andare
per quella; e in quanto dice «forte», dichiara lo 'mpedimento
già preniostrato, vogliendo per l'asprezza di quelli, essa esser
forte, cioè diffìcile a potere per essa andare e fuori uscirne.
E questo dice esser tanto, «Che nel pensier», cioè nella ram-
memorazione d'esservi stato dentro, « rinnova la paura ». Umano
costume è, tante volte da capo rimpaurire quante l'uom si ri-
corda de' pericoli ne' quali l'uomo è stato.]
[« Tanto è amara », non al gusto ma alla sensibilità umana,
«che poco è più morte». Ed è la morte, secondo il filosofo,
l'ultima delle cose terribili, intanto che ciascuno animale natu-
ralmente ad ogni estremo pericolo si mette per fuggirla. Adunque,
se la morte è poco più amara che quella selva, assai chiaro
appare lei dovere essere molto amara, cioè ispaventevole ed
intricata: le quali cose prestano amaritudine gravissima di mente.
« Ma, per trattar del ben ch'io vi trovai ». Maravigliosa cosa pare
quella che l'autore dice qui, e cioè che egli alcun bene trovasse
in una selva tanto orribile quanto egli ha mostrato esser questa;
e, percioché egli nella lettera non esprime qual bene in quella
trovasse, assai si può vedere questo bene trovato da lui con-
venirsi trarre di sotto alla corteccia litterale; e perciò, dove di
questa parte apriremo l'allegoria, chiariremo quello che qui
voglia intendere. « Dirò dell'altre cose », cioè che non sono
bene, «ch'io v'ho scorte», cioè vedute; e questo altresì si
conoscerà nell'allegoria.]
[« r non so ben ridir com'io v'entrai ». In questa parte mostra
l'autore donde gli nascesse speranza di potersi partire di quel
luogo, e primieramente risponde a una tacita quistione. Potrebbe
alcuno domandare: — Se questa selva era cosi paurosa e amara
cosa, come v'entrastù entro? — A che egli risponde sé non
saperlo, e assegna la ragione, dicendo: <ii Si era pien di sonno
in su quel punto, Che la verace via», la quale mi menava là
dove io dovea e volea andare, « abbandonai ».]
G. Boccaccio, Scritti danteschi -i. ^ o
13© III - COMENTO ALLA « DIVINA COMMEDIA »
« Ma poi ch'i' fui », errando e cercando come di quella uscir
potessi, «appiè d'un colle giunto», cioè pervenuto, «Là dove
terminava», finiva, « quella valle », nella quale era questa selva
oscura, « Che m'avea di paura il cor compunto », cioè afflitto,
«Guardai in alto e vidi le sue spalle», cioè la sommità quasi,
si come le spalle nostre sono quasi la più alta parte della per-
sona nostra, « Coperte già de' raggi del pianeta », cioè del sole,
il quale è l'uno de' sette pianeti. E perciò dice del sole, percio-
ché esso solo è di sua natura luminoso, e ogni altro corpo che
luce, o pianeto o stella o qualunque altro, ha da questo la luce,
si come da fonte di quella, si come per esperienza si vede negli
eclissi lunari; e questa luce ha solo, non per la sua potenza,
ma per singular dono del suo Creatore, e hanne in tanta ab-
bondanza, che ad ogni parte dintorno a sé manda infinita mol-
titudine di raggi, per li quali, ovunque pervenir possano, si
difìfonde copiosamente la luce sua; e questi raggi, sagliendo il
sole dallo inferiore emisperio al superiore, le prime parti che
toccano del corpo della terra, alla quale, sagliendo il sole, per-
vengono, sono le sommità de' monti. Per la qual cosa appare
qui che il giorno cominciava ad apparire, quando l'autore co-
minciò ad avvedersi dove era, ed a volere di quel luogo uscire;
e di potere ciò fare gli venne speranza, rammemorandosi che
la luce di questo pianeto « mena diritto altrui per ogni calle »,
cioè per ogni via, in quanto, essendo il sole sopra la terra,
vede l'uomo dov'è' si va, e ancora con miglior giudicio si dirizza
là dove andar vuole, mediante la luce di costui.
E, per questa speranza presa, dice: « Allor fu la paura un
poco queta», cioè meno infesta, «Che nel lago del cuor». È
nel cuore una parte concava, sempre abbondante di sangue, [nel
quale, secondo l'oppinione di alcuni, abitano li spirili vitali],
e di quella, si come di fonte perpetuo, si ministra alle vene
quel sangue e il calore, il quale per tutto il corpo si spande;
ed è quella parte ricettacolo di ogni nostra passione: e perciò
dice che in quella gli era perseverata la passione della paura
avuta. E perciò dice: « m'era durata. La notte ch'i' passai con
tanta pietà », cioè con tanta afflizione, si per la diritta via la
Ili - COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA» I31
quale smarrita avea, e si per Io non vedere, per le tenebre
della notte, donde né come egli si potesse alla diritta via ri-
tornare.
«E qual è quei, che con lena», cioè virtù, «affannata»,
affaticata, «Uscito fuor del pelago alla riva»: come colui il
quale rompe in mare, che, dopo molto notare, faticato e vinto
perviene alla riva, e « Volgesi all'acqua perigliosa», della quale
è uscito, « e guata » ; e in quel guatare, cognosce molto meglio
il pericolo del quale è scampato, che esso non cognosceva,
mentre che in esso era, percioché allora, spronandolo la paura
del perire, a null'altra cosa aveva l'animo che solo allo scam-
pare ; ma, scampato, con più riposato giudicio vede quante cose
poteano la sua salute impedire, e, quasi in esso fosse, molto
più teme, che non facea quando v'era: e però seguita adattando
sé alla comparazione: «Cosi l'animo mio, ch'ancor fuggiva»,
cioè che ancora scampato esser non gli parca, ma come se nel
pericolo fosse ancora, di fuggire si sforzava; e, cosi parendogli,
« Si volse indietro », come fa colui che notando è pervenuto
alla riva, «a rimirar lo passo», pericoloso della oscura selva,
« Che non lasciò giammai » uscire di sé « persona viva ». Questa
parola non si vuole strettamente intendere [esser viva], percio-
ché qui usa l'autore una figura che si chiama « iperbole », per la
quale non solamente alcuna volta si dice il vero, ma si trapassa
oltre al vero: come fa Vergilio, che, per manifestare la legge-
rezza della Cammina, dice ch'ella sarebbe corsa sopra l'onde
del mare turbato, e non s'arebbe immollace le piante de' piedi.
E perciò si vuole intender qui sanamente l'autore, cioè che di
quello pericoloso passo pochi ne sieno usciti vivi ; percioché,
se alcuno non avesse vivo lasciato giammai, l'autore, che dice
sé esserne uscito, come sarebbe vivo?
« E poi ch'ebbi posato il corpo lasso», per la fatica soste-
nuta, « Ripresi via per la piaggia diserta |; e cosi mostra avere
abbandonata la valle per dover salire al monte, cioè m si fatta
maniera andando, « Si che '1 pie fermo sempre era il più basso ».
[Mostra l'usato costume di coloro che salgono, che sempre si
ferman più in su quel pie che più basso rimane.]
132 III - COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA»
«Ed ecco, quasi al cominciar dell'erta». In questa terza
parte dimostra l'autore qual cosa fosse quella che lo 'mpedisse
a dovere di quel luog^o uscire, e dice ciò essere stato tre bestie,
per la fierezza delle quali, non che salir più avanti, ma egli
fu per tornare indietro nel pericolo del quale era incominciato
ad uscire. Dice adunque: « Ed ecco quasi al cominciar del-
l'erta », cioè della costa, su per la quale salir dovea per partirsi
della pericolosa valle, « Una lonza leggera e presta molto,
Che di pel maculato era coperta».
Poi, discritta la forma della bestia, dice: « E non mi si partia
dinanzi al volto». Appresso dice che questo stargli sempre da-
vanti, che essa « impediva tanto il mio cammino », per lo quale
al monte salir volea, « Ch'i' fui per ritornar », nella valle, « più
volte vòlto ».
« Temp'era dal principio». Discrive qui l'autore l'ora che
era del di, quando egli era da questa bestia impedito, e la
qualità della stagione dell'anno; e quanto a l'ora del di, dice
ch'era principio « del mattino »: il che assai appare per li raggi
del sole, li quali ancora non si vedeano se non nella sommità
del monte. « E '1 sol montava 'n su », cioè sopra l'orizzonte
orientale di quella regione, vegnendo dallo emisperio inferiore
al superiore; « con quelle stelle », in compagnia, « Ch'eran con
lui, quando l'Amor divino», cioè lo Spirito santo, «Mosse da
prirtia». cioè nel principio del mondo, «quelle cose belle»,
cioè il cielo e le stelle. Dimostra qui l'autore per una bella e
leggiadra discrizione la qualità della stagione dell'anno. Ad
evidenzia della quale è da sapere che gli antichi filosofi caldei,
e appresso loro gli egizi, furono li primi che per considera-
zione conobbero il movimento dell'ottava sfera e de' pianeti, e
similmente quello che per gli movimenti de' corpi superiori
negl'inferiori ne seguiva; e per lunghe esperienzie avvedendosi
che, essendo il sole in diverse parti del cielo, evidentemente
quaggiù si permutavano le qualità dell'anno, e queste qualità
essere quattro, cioè quelle che noi primavera, state, autunno
e verno chiamiamo; intesa già qual fosse nel cielo la via del
sole, quella, secondo il numero di queste, divisero in quattro
IH - COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA» 133
parti eguali. E poi, perché sentirono ciascuna di queste parti
avere i principi differenti dalle fini, e '1 mezzo sentire della na-
tura del principio e della fine; ciascuna di queste quattro parti
divisero in tre parti equali; e cosi fu da loro la via del sole
divìsa in dodici parti equali, e quelle chiamaron «segni». E, ac-
cioché l'uno si cognoscesse dall'altro, immaginando figurarono in
ciascuna parte alcun animale [ornato di certa quantità di stelle,
ingegnandosi di figurare, in quelle, animali], la natura. del quale
fosse conforme agli effetti di quella parte, nella quale con la
immaginazione il figuravano. E, percioché la prima qualità del-
l'anno estimarono essere la primavera, quella vollero fosse il
principio dell'anno; e cosi quella parte del cielo, nella quale
essendo il sole questa primavera veniva, vollero che fosse
la prima parte della via del sole, e quivi figurarono un segno,
il quale noi chiamiamo Ariete; nel principio del quale affermano
alcuni Nostro Signore aver creato e posto il corpo del sole.
E perciò, volendo l'autore dimostrare per questa discrizione il
principio della primavera, dice che il sole saliva su dallo emi-
sperio inferiore al superiore, con quelle stelle le quali eran con
lui, quando il divino Amore lui e l'altre cose belle creò, e diede
loro il movimento, il qual sempre poi continuato hanno; vo-
lendo per questo darne ad intendere che, quando da prima
pose la mano alla presente opera, è circa al principio della
primavera; e cosi fu, si come appresso apparirà. [Egli nella
presente fantasia entrò a di 25 di marzo. J
« Si ch'a bene sperar ». Questa lettera si vuole cosi ordinare:
« L'ora del tempo e la dolce stagione m'era cagione a sperar
bene di quella fiera alla gaetta pelle »; o vero, se la lettera dice
« di quella fiera la gaetta pelle », si vuole ordinare cosi: « m'era
cagione a sperar bene la gaetta pelle di quella fiera ». Ciascuna
di queste due lettere si può sostenere, percioché sentenzia quasi
non se ne muta. Reassumendo adunque la lettera come giace
nel testo, dice: « Si che a bene sperar rft'era cagione Di quella
fiera», cioè di quella lonza, «alla gaetta pelle», cioè leggia-
dretta, percioché pulita molto è la pelle della lonza; o vero, se-
condo l'altra lettera, « m'era cagione di bene sperar » di dovere
134 III - COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA»
Ottenere la pelle di quella fiera (la quale esso intendea di pren-
dere, se potuto avesse, con una corda la quale cinta avea, se-
condo che esso medesimo dice in questo medesimo libro, nel
canto sedicesimo, dove scrive: « Io aveva una corda intorno cinta,
E con essa pensai, alcuna volta. Prender la lonza alla pelle
dipinta») «L'ora del tempo», cioè il principio del di, «e la
dolce stagione », cioè la primavera.
Ma puossi qui domandare : che speranza poteva qui porgere
di vittoria sopra la lonza l'ora del mattino e la stagion della
primavera? Conciosiacosaché in questi due tempi soglia più
di ferocità essere negli animali, percioché l'ora del mattino
gli suole generalmente tutti rendere affamati, e per conseguente
feroci, e la stagione del tempo gli soglia render innamorati
più che alcun altra stagion del tempo; e gli animali sogliono
per queste due cose, per lo cibo e per venere, esser ferocis-
simi, e massimamente la lonza, la quale è di sua natura lus-
suriosissimo animale : e cosi pare che di quello, di che si conforta,
si dovesse più tosto sconfortare. Puossi nondimeno cosi rispon-
dere: che, conceduto quello, che detto è, essere negli animali
bruti, è credibile negli uomini similemente in questo tempo cré-
scere il vigore, in quanto essi, che razionali sono, veggendo
partire le tenebre della notte, le quali sogliono essere e sono
piene di paura, nel tempo lucido veggono come possano l'arti
del loro ingegno usare a ^vincere, e in che guisa possano i pe-
ricoli e l'esser vinti fuggire. E il tempo della primavera, secondo
i fisici, è conforme alla compression sanguinea, e però in quella
il sangue è più chiaro, più caldo e più ardire amministra al
cuore e forze al corpo ; e quinci per avventura si puote nel-
l'autore accendere ottima speranza di vittoria.
« Ma non si », gli diede speranza l'ora del tempo ecc., « Che
paura non mi desse La vista», cioè la veduta, «che m'ap-
parve», appresso la lonza, «d'un leone. Questi parea che
contr'a me venesse » (e cosi appare questo leone essere il se-
condo ostaculo, il quale il suo cammino di salire al monte im-
pedi) « Colla test'alta », nel qual atto si mostrava audace, « e
con rabbiosa fame » (questo il faceva meritamente da temere,
Ili - COMENTO ALLA « DIVINA COMMEDIA » I35
come di sopra è detto), «Si che parca che l'aer ne temesse»,
in quanto l'aere, impulso dall'impeto del venire del leone, in-
dietro si traeva, il quale è atto di chi fugge. Con questo mo-
strava, impropriamente parlando, di aver paura di lui.
« Ed una lupa » (questo è il terzo ostaculo, il quale il suo
salire impediva) « che di tutte brame Pareva carca nella sua
magrezza». Brama è propriamente il bestiale appetito di ma-
nicare, peroché oltremodo pieno di voler si mostra; lo quale
essere in questa lupa testimonia la magrezza sua, della quale
noi prosumiamo quello animale, in cui la veggiamo, esser male
stato pasciuto, e per conseguente magro e indi bramoso. « Che
molte genti fé' già viver grame », cioè dolorose. « Questa » lupa
«mi porse tanto di gravezza», cioè di noia, «Colla paura
ch'uscia di sua vista », cioè era si orribile nello aspetto, che
ella porgea paura altrui, « Ch'io perdei la speranza dell'altezza »,
cioè di poter pervenire alla sommità del monte, sopra le cui
spalle avea veduti i raggi del sole.
« E quale è que' che volentieri acquista ». Per questa com-
parazione ne dimostra l'autore qual divenisse per lo impedimento
pòrtogli da questa bestia, dicendo: « E quale è que' », o mer-
catante o altro, «che volentieri acquista», cioè guadagna, «E
giugne '1 tempo che perder lo face », qual che sia la cagione,
« Che 'n tutti i suoi pensier», ne' quali si solca guadagnando
rallegrare, perdendo «piange e s'attrista; Tal mi fece la bestia
senza pace », cioè questa lupa, la qual dice esser animale senza
pace, percioché la notte e '1 di sempre sta attenta e sollecita
a poter predare e divorare: « Che venendomi incontro», come
soglion fare le bestie che vogliono altrui assalire, « a poco a
poco », tirandom'io indietro, « Mi ripignea là ove il sol tace »,
cioè nella oscura selva, della quale io era uscito. Ed è questo,
cioè « dove '1 sol tace», improprio parlare, e non l'usa l'autore
pur qui, ma ancora in altre parti in questa opera, si come nel
canto quinto quando dice : « 1* venni in luDgo d'ogni luce muto ».
Assai manifesta cosa è che il sole non parla, né similemente
alcuno luogo, de' quai dice qui che l'un tace, cioè il sole, e il
luogo è muto di luce; e sono questi due accidenti, il tacere e
136 III - COMKNTO ALLA «DIVINA COMMEDIA»
l'esser muto, propriamente dell'uomo (quantunque il Vangelo dica
che uno avea un dimonio addosso, e quello era muto): ma questo
modo di parlare si scusa per una figura, la qual si chiama
«acirologia». Vuole adunque dir qui l'autore, che la paura, ch'egli
avea di questo animale, il ripignea là dove il sol non luce,
cioè in quella oscurità, la quale egli disiderava di fuggire.
« Mentre ch'io rovinava in basso loco ». Qui dissi si comin-
ciava la seconda parte di questo canto, nella quale l'autor dimo-
stra il soccorso venutogli ad aiutarlo uscire di quella valle. E fa in
questa parte sei cose: egli primieramente chiede misericordia a
Virgilio quivi apparitogli, quantunque noi conoscesse ; appresso,
senza nominarsi, per più segni dimostra Virgilio chi egli è; poi
l'autore, estollendo con più titoli Virgilio, s'ingegna di accattare
la benivolenza sua, e mostragli di quello che egli teme; oltre
a ciò, Virgilio gli dichiara la natura di quella lupa, e il disfaci-
mento di lei, consigliandolo della via, la quale dee tenere; ap-
presso, l'autore priega Virgilio che gli mostri quello che detto gli
ha; ultimamente, movendosi Virgilio, l'autore il segue. Esegue
la seconda quivi: « Ed egli a me »; la terza quivi: « Or se' tu
quel Virgilio »; la quarta quivi : « A te conviene »; la quinta quivi :
« Ed io a lui: — Poeta »; la sesta quivi: « AUor si mosse ».
Dice adunque nella prima: «Mentre ch'io rovinava», cioè
tornava, «in basso loco», cioè nella valle della quale era co-
minciato a partire, « Dinanzi agli occhi mi si fu offerto Chi
per lungo silenzio parea fioco». 11 che avviene, o perché da
alcuna secchezza intrinsica è si rasciutta la via del polmone,
dal quale la prelazione si muove, che le parole non ne possono
uscire sonore e chiare, come fanno quando in quella via è al-
quanta d'umidità rivocata; o è talvolta che il lungo silenzio, per
alcun difetto intrinsico dell'uomo, provoca tanta umidità viscosa
in questa via, che similemente rende l'uomo meno espeditamente
parlante, infino a tanto che o rasciutta o sputata non è. [Ma
non credo l'autore questo intenda qui, ma più tosto, per difetto
delli nostri ingegni, i libri di Virgilio essere intralasciati già è
tanto tempo, che la chiara fama di loro è quasi perduta o di-
venuta più oscura che esser non solea.]
Ili - COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA» I37
[«Quando vidi costui», cioè V^irgilio apparitogli dinanzi, «pel
gran diserto », cioè per quella tenebrosa valle, meritamente chia-
mata dall'autore «diserto», sendo si aspra, come di sopra ha
detto, e priva di luce; « — Miserere di me — gridai a lui». Si
come molte volte gl'impauriti e sbigottiti usano, per essere del
loro avvenuto caso soccorsi, gridare; tale l'autore, nella paura
presa della orribile besda, fece alla veduta di Virgilio, umil-
mente verso di lui gridando: — Abbi misericordia di me, —
quasi dicendo: — Aiutami, — come più innanzi si dichiarerà.]
« — Qual che tu sii, od ombra od uomo certo ». — Non co-
nosceva quivi l'autore, per lo impedimento della paura, se costui,
che apparito gli era, era più tosto spirito che uomo o uomo
che spirito; e in questo parlare in forse il chiama «ombra»,
il qual è vocabolo usitatissimo de' poeti; e questo muove da ciò,
che altrimenti prendere non si possono, che l'uomo possa pi-
gliare l'ombra che alcun corpo faccia. E, percioché questa ma-
teria, cioè che cosa sia l'ombra ovvero anima, e come l'ombra
prenda quel corpo, il quale agli occhi nostri appare che ella
abbia, quando talvolta n'appaiono, si tratterà, si come in luogo
ciò richiedente, nel venticinquesimo canto del Purgatorio, non
curo qui di farne più luogo sermone.
« Risposemi : — Non uom ». In questa seconda particella si di-
mostra chi costui fosse che apparito gli era ; e questo si dimostra
per sei cose spettanti al domandato. Dice adunque «non uomo»,
a dimostrare che l'uomo è composto d'anima e di corpo, e però,
separato l'uno dall'altro, non rimane uomo, né il corpo per se
medesimo, né l'anima per sé; e in quanto dice «uomo già
fui», mostra sé essere spirito già stato congiunto con corpo.
« E li parenti miei ». È colui che si manifesta qui, Virgilio ; e
prima si manifesta dalla regione nella quale nacque, in quanto
dice, « furon lombardi ». Dove è da sapere che Virgilio fu
figliuolo di Virgilio lutifigolo, cioè d'uomo il quale faceva quel-
l'arte, cioè di comporre diversi vasi di tferra; e la madre di lui,
secondo che dice Servio Sopra V m, Eneida^, quasi nel principio,
ebbe nome Maia. Dice adunque che costoro furono lombardi,
cosi dinominati da Lombardia, provincia situata tra '1 monte
138 111 - COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA»
Appennino e gli Alpi e '1 mare Adriano ; e avanti che Lombardia
si chiamasse, fu chiamata Gallia, da' galli che quella occuparono
e cacciaronne i toscani ; e prima che Gallia si chiamasse, quella
parte dove è Mantova, fu chiamata Venezia, da quegli èneti
che seguirono Antenore troiano dopo il disfacimento di Troia.
La cagione perché Lombardia si chiama, è che, partitisi certi
popoli dell'isola di Scandinavia, la quale è tra ponente e tra-
montana in Oceano, chiamati dalle barbe grandi e da' capegli,
li quali s' intorcevano davanti al viso, « longobardi », e sotto di-
versi signori, e dopo lunghissimo tempo in varie regioni ve-
nendo, dimorati, si fermarono in Ungheria, e in quella stettero
nel torno di quarantasei anni; poi, a' tempi di Giustiniano im-
peradore, essendo patricio in Italia per lui un suo eunuco, chia-
mato Narsete, e non essendo bene nella grazia di Sofia, moglie
di Giustiniano, ed essendo da lei minacciato che richiamare
il farebbe e metterebbelo a filare colle femmine sue, sdegnato
rispose che, s'ella sapesse filare, al bisogno le sarebbe venuto,
percioché egli ordirebbe tal tela, ch'ella non la fornirebbe di
tessere in vita sua; e carichi molti somieri di diversi frutti, con
una solenne ambasciata gli mandò in Ungheria ad Albuino, il
quale allora era re de' longobardi, mandandolo pregando che
egli co' suoi popoli venissero ad abitare quel paese, ove quegli
frutti nascevano. Albuino, che già in Gallia era stato, ed era
amico di Narsete, lasciata Ungheria a certi popoli vicini, li quali
si chiamavano avari, in Gallia con tutti i suoi maschi e fem-
mine, piccoli e grandi, ne venne, e con la loro forza, e col con-
siglio e aiuto di Narsete, tutto il paese occuparono; e, toltogli
il nome antico, da sé lo dinominarono Lombardia, il qual nome
infino a' nostri di persevera.
« Mantovani, per patria, amendui ». Mantova fu già notabil
città; ma, percioché d'essa si tratterà nel ventesimo canto di
questo pienamente, qui non curo di più scriverne.
« Nacqui sub lulio, ancor che fosse tardi ». Qui dimostra
Virgilio chi egli fosse dal tempo della sua natività. E* pare che
l'autore voglia lui esser nato vicino al fine della dettatura di
Giulio Cesare, la qual cosa non veggo come esser potesse;
Ili - COMENTO ALLA « DIVINA COMMEDIA » I39
percioché se al fine della dettatura di Giulio nato fosse, ed
essendo cinquantadue anni vissuto come fece, sarebbe Cristo
nato avanti la sua morte: dove Eusebio, in libro De te?nporiòuSy
scrive lui essere morto l'anno delio 'mperio d'Ottaviano Ce-
sare...(0, che fu avanti la natività di Cristo da quattordici o quin-
dici anni; e il predetto Eusebio scrive, nel detto libro, della sua
natività cosi: « Virgilins Maro in vico Andes, haud longe a Mantua
natiis. Crasso et Pompeio consulibiis-f>\ il quale anno fu avanti
che Giulio Cesare occupasse la dettatura (la qual tenne quattro
anni e parte del quinto) bene venti anni.
« E vissi a Roma ». Certa cosa è che Vergilio, avendo lo in-
gegno disposto e acuto agli studi, primieramente studiò a Cre-
mona, e di quindi n'andò a Milano, là dov'egli studiò in medi-
cina; e, avendo lo 'ngegno pronto alla poesia, e vedendo i poeti
esser nel cospetto d'Ottaviano accetti, se n'andò a Napoli, e quivi
si crede sotto Cornuto poeta udisse alquanto tempo. E quivi simil-
mente dimorando, si come egli medesimo testimonia nel fine del
libro, avendo prima composto la Buccolica, e racquistato per
opera d'Ottaviano i campi paterni, li quali a Mantova erano stati
conceduti ad un centurione chiamato Arrio, compose la Georgica.
Poi, si come Macrobio in libro Satiirnaliortim scrive, mostra
mentre che scrisse VEneida sì stesse in villa: il dove non dice, ma,
per quello che delle sue ossa fece Ottaviano, si presume che questa
villa fosse propinqua a Napoli, e prossimana al promontorio di
Posillipo, tra Napoli e Pozzuolo. [E portò tanto amore a quella
città che, essendo solennissimo astrolago, vi fece certe cose nota-
bili con l'aiuto della strologia; percioché, essendo Napoli fiera-
mente infestato da continua moltitudme di mosche, di zenzare e di
tafani, egli vi fece una mosca di rame, sotto si fatta costellazione
che, postala sopra il muro della città, verso quella parte onde le
mosche e' tafani da un padule indi vicino, vi venivano, mai, mentre
star fu lasciata, in Napoli non entrò né mosca né tafano. Fecevi
similmente un cavallo di bronzo, il quafe avea a far sano ogni
(i) In bianco nei codd. [Ed.].
I40 III - COMENTO ALLA « DIVINA COMMEDIA »
cavallo che avesse i dolori, o altra naturale infermità, avendo
tre volte menatolo d'intorno a questo. Fece, oltre a questo, due
teste di marmo intagliate, delle quali l'una piagnea e l'altra
ridea, e posele ad una porta, la quale si chiamava porta No-
lana, l'una dall'un lato della porta, e l'altra dall'altro; ed avevan
questa proprietà, che chi veniva per alcuna sua vicenda a Na-
poli, e disavvedutamente entrava per quella porta, se egli pas-
sava dalla parte della porta dove era posta quella che piagnea,
mai non potea recare a fine quello per che egli venuto v'era,
e se pure il recava, penava molto, e con gran noia e fatica il
faceva; se passava dall'altra parte, dove era quella che rideva,
di presente spacciava la bisogna sua.] E però credo che egli
vivesse poco a Roma, ma che egli talvolta vi usasse, questo
è credibile.
« Sotto il buono Augusto », cioè Ottaviano Cesare, il quale,
essendo per nazione della gente Ottavia, anticamente cittadina
di Velletri, d'Ottavio padre e di Giulia, sirocchia di Giulio Cesare,
nacque; il quale poi Giulio Cesare s'adottò in figliuolo e per
testamento gli lasciò questo nome di Cesare. Poi, avendo egli
perseguitati e disfatti tutti coloro li quali avevano congiurato
contro a Giulio Cesare, e finite nella morte d'Antonio e di Cleo-
patra le guerre cittadine, e molte nazioni aggiunte allo 'mperio
di Roma; ed essendo a Roma venuti ambasciadori indiani e di
Scizia, genti ancora appena da' romani conosciute, a domandare
l'amicizia e la compagnia sua e de' romani ; e, oltre a ciò, avendo
i parti renduti i regni romani tolti a Crasso e ad Antonio ; pa-
rendo a' romani questo essere maravigliosa cosa, il vollero,
secondo che alcuni dicono, adorare per iddio: la qual cosa
egli rifiutò del tutto. E nondimeno, avendogli tutto il governo
della republica commesso, e tenendo ragionamento di doverlo
cognominare Romolo, per consiglio di Numacio Fianco senatore
fu cognominato Augusto, cioè accrescitore. Ma, percioché in
molte parti di questo libro si fa di lui menzione, per questa
credo assai sia detto. Chiamalo il « buon Augusto » l'autore,
percioché, quantunque crudel giovane fosse, nella età matura
diventò umano e benigno prencipe e buono per la republica.
HI - COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA» 141
* Nel tempo degl' iddìi falsi e bugiardi ». Sono falsi, non veri
iddii, ^quia dii gentium daemonia i> : «bugiardi» gli chiama,
percioché il demonio, si come e' medesimo in altra parte dice,
è padre di menzogna.
II] « Poeta fui ». Apresi ancora qui Virgilio per questo nome
di «poeta» più all'autore; [intorno al qual nome, chiamato da
molti e conosciuto da pochi, estimo sia alquanto da estendersi.
È dunque da vedere donde avesse la poesia e questo nome
origine, qual sia l'uficio del poeta, e che onore sia retribuito al
buon poeta. Estimaron molti, forse più da invidia che da altro
sentimento ammaestrati, questo nome «poeta» venire da un
verbo detto *s. polo pois^, il quale, secondo che li grammatici
vogliono, vuol tanto dire, quanto ^ fingo fiìigis »: il qual <i. fìngo »
ha più significazioni ; percioché egli sta per « comporre », per
«ornare », per « mentire » e per altri significati. Quegli adunque
che dall 'avvilire altrui credon sé esaltare, dissono e dicono che
dal detto verbo «poto » viene questo nome « poeta »; e percio-
ché quello suona «poh» che «Jì?igo», lasciati stare gli altri
significati di « fingo ^, e preso quel solo nel quale egli signi-
fica « mentire », conchiudendo, vogliono che « poeta » e « men-
titore » sieno una medesima cosa; e per questo sprezzano e
avviliscono e annullano in quanto possono i poeti, ingegnan-
dosi, oltre a questo, di scacciargli e di sterminargli del mondo,
nel cospetto del non intendente vulgo gridando : i poeti per au-
torità di Platone dover esser cacciati delle città. E, oltre a ciò,
prendendo d'una pistola di Geronimo a Damaso papa De /ilio
prodigo questa parola: « Carmiìia poèlarum sunt cibus daemo-
riiofiim*; quasi armati dell'arme d'Achille, con ardita fronte
centra i poeti tumultuosamente insultano ; aggiugnendo a* loro
argomenti le parole della Filosofia a Boezio, dove dice: — « Quìs
— inquit — kas scenicas merelriculos ad hunc acgrum permisit
accedere, qune dolores eius non modo nullis remediis foverent,
vernm dulcibus insuper alerent vene?iisT » — E, se più alcuna
cosa truovano. similmente, come contro a nemici della repu-
blica, contro ad essi l'oppongono.]
[Ma, percioché a questi cotali a tempo sarà risposto, vengo
142 III - COMENTO ALLA « DIVINA COMMEDIA »
alla prima parte, cioè donde avesse origine il nome del « poeta ».
Ad evidenza della qual cosa è da sapere, secondo che il mio
padre e maestro messer Francesco Petrarca scrive a Gherardo
suo fratello, monaco di Certosa, gli antichi greci, poiché per
l'ordinato movimento del cielo e mutamento appo noi de' tempi
dell'anno, e per altri assai evidenti argomenti, ebbero compreso
uno dover essere colui il quale con perpetua ragione dà ordine
a queste cose, e quello essere Iddio, e tra loro gli ebbero edi-
ficati templi, e ordinati sacerdoti e sacrifici; estimando di ne-
cessità essere il dovere nelle oblazioni di questi sacrifici dire
alcune parole, nelle quali le laudi degne a Dio, e ancora i lor
prieghi a Dio si contenessero; e conoscendo non esser degna
cosa a tanta deità dir parole simili a quelle che noi, l'uno amico
con l'altro, familiarmente diciamo o il signore al servo suo: co-
stituirono che i sacerdoti, li quali eletti e sommi uomini erano,
queste parole trovassero. Le quali questi sacerdoti trovarono;
e, per farle ancora più strane dall'usitato parlare degli uomini,
artificiosamente le composero in versi. E perché in quelle si
contenevano gli alti misteri della divinità, accioché per troppa
notizia non venissero in poco pregio appo il popolo, nascosero
quegli sotto fabuloso velame. Il qual modo di parlare appo gli
antichi greci fu appellato « poetes »\ il qual vocabolo suona in
latino, «esquisito parlare»; e da <(. poeles » venne il nome del
« poeta », il qual nulla altra cosa suona che « esquisito parla-
tore ». E quegli, che prima trovarono appo i greci questo, furono
Museo, Lino e Orfeo. E, perché ne' lor versi parlavano delle cose
divine, furono appellati non solamente «poeti», ma «teologi»; e
per le opere di costoro dice Aristotile che i primi che teologiz-
zarono furono i poeti. E, se bene si riguarderà alli loro stili, essi
non sono dal modo del parlare differenti da' profeti, ne' quali leg-
giamo, sotto velamento di parole nella prima apparenza fabulose,
l'opere ammirabili della divina potenza. È vero che coloro, spirati
dallo Spirito santo, quel dissero che si legge, il quale credo tutto
esser vero, si come da verace dettatore stato dettato; quello, che
i poeti finsero, fecero per forza d'ingegno, e in assai cose non
il vero, ma quello che essi secondo i loro errori estimavan vero.
Ili - COMENTO ALLA « DIVINA COMMEDIA » I43
sotto il velame delle favole ascosero. Ma i poeti cristiani, de'
quali sono slati assai, non ascosero sotto il loro fabuloso par-
lare alcuna cosa non vera, e massimamente dove fing^essero cose
spettanti alla divinità e alla fede cristiana: la qual cosa assai bene
si può cognoscere per la Buccolica del mio eccellente maestro
messer Francesco Petrarca, la quale chi prenderà e aprirà,
non con invidia, ma con caritevole discrezione, troverà sotto
alle dure cortecce salutevoli e dolcissimi ammaestramenti; e
similmente nella presente opera, si come io spero che nel pro-
cesso apparirà. E cosi si cognoscerà i poeti non essere men-
titori, come gl'invidiosi e ignoranti li fanno.]
[Appresso l'uficio del poeta è, si come per le cose sopradette
assai chiaro si può comprendere, questo nascondere la verità
sotto favoloso e ornato parlare: il che avere sempre fatto i va-
lorosi poeti si troverà da chi con diligenza ne cercherà. Ma ciò
che io ora ho detto, è da intendere sanamente. Io dico « la ve-
rità », secondo l'oppenione di quegli tali poeti ; percioché il poeta
gentile, al quale ninna notizia fu della cattolica fede, non potè
la verità di quella nascondere nelle sue Azioni, nascosevi quelle
che la sua erronea religione estimava esser vere ; percioché, se
altro che quello, che vero avesse istimato, avesse nascoso, non
sarebbe stato buon poeta.]
[E, percioché i poeti furono estimati non solamente teologi,
ma eziandio esaltatori dell'opere de' valorosi uomini, per li
quali li stati de' regni, delle province e delle città si servano;
e, oltre a ciò, quegli ne' lor versi di fare eterni si sforzarono;
e similemente furono grandissimi commendatori delle virtù e
vituperatori de' vizi: estimarono lor dovere estollere con quel
singulare onore che i principi triunfanti per alcuna vittoria
erano onorati; cioè che dopo la vittoria d'alcuna loro lau-
devole impresa, in comporre alcun singular libro, essi fos-
sero coronati di alloro, a dimostrare che, come l'alloro serva
sempre la sua verdezza, cosi sempre ^ra da conservare la lor
fama. Le fatiche de' quali, se molto laudevoli non fossero, non
è credibile che il senato di Roma, al qual solo apparteneva il
concedere, a cui degno ne reputava, la laurea, avesse quella ad
144 III - COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA»
un poeta conceduta, ch'egli concedette ad Affricano, a Pompeo,
a Ottaviano e agli altri vittoriosi prencipi e solenni uomini: la
qual cosa per avventura non considerano coloro che meno av-
vedutamente gli biasimano. E se per avventura volesson dire:
— Noi gli biasimiamo perché furon gentili, le scritture de' quali
sono da schifare si come erronee: — direi che da tollerar fosse,
se Platone, Aristotile, Ipocrate, Galieno, Euclide, Tolomeo e
altri simili assai, cosi gentili come i poeti furono, fossero simi-
leinente schifati; il che non avvenendo, non si può forse altro
dire se non che singular malivolenzia il faccia fare.]
[Ma da rispondere è alle obbiezioni di questi valenti uomini
fatte contro a' poeti.]
[Dicono adunque, aiutati dall'autorità di Platone, che i poeti
sono da esser cacciati delle città, quasi corrompitori de' buoni
costumi. La qual cosa negare non si può che Plato nel libro
della sua Republica non lo scriva ; ma le sue parole non bene
intese da questi cotali fanno loro queste cose senza sentimento
dire. Fu ne' tempi di Platone, e avanti, e poi perseverò lunga-
mente, ed eziandio in Roma, una spezie di poeti comici, li quali,
per acquistare ricchezze e il favore del popolo, componevan lor
commedie, nelle quali fìngevano certi adultèri e altrje disoneste
cose, state perpetrate dagli uomini, li quali la stoltizia di quella
età aveva mescolati nel numero degl'iddii; e queste cotal com-
medie poi recitavano nella scena, cioè in una piccola casetta,
la quale era constituita nel mezzo del teatro, stando dintorno
alla detta scena tutto il popolo, e gli uomini e le femmine, della
città ad udire. E non gli traeva tanto il diletto e il disiderio
di udire, quanto di vedere i giuochi che dalla recitazione del
commedo procedevano; i quali erano in questa forma: che una
spezie di buffoni, chiamali «mimi», l'uficio de' quali è sapere con-
traffare gli atti degli uomini, uscivano di quella scena, inlormati
dal commedo in quegli abiti ch'erano convenienti a quelle per-
sone, gli atti delle quali dovevano contraffare, e questi cotali
atti, onesti o disonesti che fossero, secondo che il commedo di-
ceva, facevano. E, percioché spesso vi si facevano intorno
agli adultèri, che i commedi recitavano, di disoneste cose, si
Ili - COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA» I45
movevano gli appetiti degli uomini e delle femmine, riguardanti,
a simili cose disiderare e adoperare; di che i buon costumi e
le menti sane si corrompevano, e ad ogni disonestà discorre-
vano. Perciò, accioché questo cessasse, Platone, considerando,
se la republica non fosse onesta, non poter consistere, scrisse,
e meritamente, questi cotali dovere essere cacciati delle città.
Non adunque disse d'ogni poeta. Chi fia di si folle sentimento,
che creda che Platone volesse che Omero fosse cacciato della
città, il quale è dalle leggi chiamato « padre d'ogni virtù »? chi
Solone, che nello estremo de' suoi di, ogni altro studio lasciato,
ferventissimamente studiava in poesia? Le leggi del qual Solone,
non solamente lo scapestrato vivere degli ateniesi regolarono,
ma ancora composero i costumi de' romani, già cominciati a
divenire grandi. Chi crederà ch'egli avesse cacciato Virgilio,
chi Orazio o Giovenale, acerrimi riprenditori de' vizi? chi cre-
derà ch'egli avesse cacciato il venerabile mio maestro messer
Francesco Petrarca, la cui vita e i cui costumi sono manifestis-
simo esemplo d'onestà? chi il nostro autore, la cui dottrina si
può dire evangelica? E se egli questi cosi fatti poeti cacciasse,
cui riceverà egli poi per cittadino? Sardanapalo, Tolomeo Ever-
gete, Lucio Catenina, Neron cesare? Ma in verità questa ob-
biezione potevano essi o potrebbono agevolmente tacere. Non
è egli si gran calca fatta da' poeti onesti d'abitare nelle città:
Omero abitò il più per li luoghi solitari d'Arcadia; Virgilio,
come detto è, in villa; messer Francesco Petrarca a Valchiusa,
luogo separato d'ogni usanza d'uomini; e, se investigando si
verrà, questo medesimo si troverà di molti altri.]
[Dicono oltre a questo, le parole scritte da san Girolamo:
M. Daemonum cibus sunt carmina poètarum» . Le quali parole senza
alcun dubbio son vere. Ma chi avesse in questa medesima pistola
letto, avrebbe potuto vedere di quali versi san Girolamo avesse in-
teso; e massimamente nella figura, la qual pone, d'una femmina
non giudea, ma prigione de' giudei, lagnai dice che, avendo
raso il capo, e posti giù i vestimenti suoi, e toltesi l'unghie e i
peli, potersi ad uno ismaelita per via di matrimonio congiugnere:
forse con minor fervore, avendo la figura intesa, avrebbero quelle
G. Boccaccio, Scritti danteschi - 1. io
146 III - COMENTO ALLA « DIVINA COMMEDIA »
parole contro a' poeti allegate. E, accioché questo più aperta-
mente s'intenda, non vuole altro la figura posta da san Girolamo,
se non, per quegli atti che la scrittura di Dio dice dover fare,
se non, una purgazione del {)aganesimo o d'altra setta fatta, po-
tere qualunque femmina nel matrimonio venir de' giudei: e cosi,
purgate certe inconvenienze del numero de' poeti, restare i versi
de' poeti non come cibo di dimonio, ma come angelico potersi
da' fedeli cristiani usare. E questa purgazione per la grazia di
Dio si può dir fatta, poi che Costantino imperadore, battezzato
da san Silvestro, diede luogo al lume della verità; percioché per
la santità e sollecitudine dei papi e degli altri ecclesiastici pa-
stori, scacciando i sopradetti comici e ogni disonesto libro ar-
dendo, par questa poesia antica purgata, e potersi, ne' libri auto-
revoli e laudevoli rimasi, congiugnere con ogni cristiano.]
[Non dico perciò (che è quello, a che san Girolamo nella
predetta pistola attende molto) che il prete o il monaco, o qual
altro religioso voglian dire, al divino oficio obbligato, debba il
breviario posporre a Virgilio ; ma, avendo con divozione e con
lagrime il divino oficio detto, non è peccare in Spirito santo
il vedere gli onesti versi di qualunque poeta. E, se questi cotali
non fossero più religiosi o più dilicati, che stati sieno i santi
dottori, essi ritroverebbero questo cibo, il quale dicono de' de-
mòni, non solamente non essere stato gittate via o messo nel
fuoco, come alcuni per avventura vorrcbbono, ma essere stato
con diligenzia servato, trattato e gustato da Fulgenzio, dottore
e pontefice cattolico, si come appare in quello libro, il quale
esso appella delle Mitologiae, da lui con elegantissimo stilo
scritto, esponendo le favole de' poeti. E similmente trovereb-
bono sant'Agostino, nobilissimo dottore, non avere avuto in odio
la poesia, né i versi de' poeti, ma con solerte vigilanza quegli
avere studiati e intesi : il che se negare alcun volesse, non puote ;
conciosiacosaché spessissime volte questo santo uomo ne' suoi
volumi induca Virgilio e gli altri poeti; né quasi mai nomina
Virgilio senza alcun titolo di laude.]
[Similmente e Geronimo, dottore esimio e santissimo uomo,
maravigliosamente ammaestrato in tre linguaggi, il quale gli
Ili - COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA» I47
io^noranti si sforzano di tirare in testimonio di ciò che essi non
intendono, con tanta diligenzia i versi de' poeti studiò e servò
nella memoria, che quasi paia nulla nelle sue opere non avere
senza la testimonianza loro fermata. E, se essi non credono que-
sto, vejjgano, tra gli altri suoi libri, il prologo del libro il quale
egli chiama Hebì-aicarum quaestionum, e considerino se quello è
tutto terenziano. Veggano se esso spessissime volte, quasi suoi
assertori, induce Virgilio e Orazio; e non solamente questi, ma
Persio e gli altri minori poeti. Leggano, oltre a questo, quella
facundissima epistola da lui scritta a sant'Agostino, e cerchino
se in essa l'ammaestrato uomo pone i poeti nel numero de'
chiarissimi uomini, li quali essi si sforzano di confondere.]
[Appresso, se essi noi sanno, leggano negli y^tfi degli apostoli
e troveranno se Paolo, vaso d'elezione, studiò i versi poetici,
e quegli conobbe e seppe. Essi troveranno lui non avere avuto
in fastidio, disputando nello areopago contro la ostinazione degli
ateniesi, d'usare la testimonianza de' poeti ; e in altra parte avere
usato il testimonio di Menandro comico poeta, quando disse:
« Corrunipunt mores bonos colloquia mala ». E similmente, se io
bene mi ricordo, egli allega un verso di Epimenide poeta, il
quale attissimamente si potrebbe dire contro a questi sprezzatori
de' poeti, quando dice: « Cretenses seìnper mendaccs, inaine bestiae,
ventres pigri-». E cosi colui, il quale fu rapito insino ai terzo cielo,
non estimò quello, che questi più santi di lui vogliono, cioè esser
peccato o abbominevole cosa aver letti e apparati i versi de'
poeti. Oltre a tutto questo, cerchino quello che scrisse Dionisio
areopagita, discepolo di Paolo e glorioso martire di Gesù Cristo,
nel libro il quale compose Della celeste gerarchia. Esso dice
e proseguita e pruova la divina teologia usare le poetiche fizioni,
dicendo intra l'altre cose cosi: <l Etenim valde artificialiter theo-
logia poelicis sacris foìviationibus, i?i 7w?i figuralis intellectibus
usa est, nostrani, ut dicturn est, animam releva^is, et ipsi propria
et coniecturali reductione providens, et ad ipsum reformans ana-
gogicas satictas Scripturas »; ed altre cose ancora assai, le quali
a questa somma seguitano. E ultimamente, accioché io lasci
star gli altri, li quali io potrei inducere incontro a questi nemici
148 III - comp:nto alla «divina commedia»
del poetico nome, non esso medesimo Gesù Cristo, nostro sal-
vadore e sigfnore, nella evangelica dottrina parlò molte cose
in parabole, le quali son conformi in parte allo stilo comico?
Non esso medesimo incontro a Paolo, abbattuto dalla sua po-
tenza in terra, usò il verso di Terenzio, cioè: « Duinm est tibì
cantra stimulum calcitrai e »f Ma sia di lungi da me che io creda
Cristo queste parole, quantunque molto davanti fosse, da Te-
renzio prendesse. Assai mi basta a confermare la mia intenzione,
il nostro Signore aver voluto alcuna volta usare la parofa e la
sentenzia prolata già per la bocca di Terenzio, accioché egli
appaia che del tutto i versi de' poeti non sono cibo del diavolo.
Che adunque diranno questi li quali cosi presuntuosamente s' in-
gegnano di scalpitare il nome poetico? Certo, al giudicio mio,
e' non gli possono giustamente dannare, se non che co' versi
poetici non si guadagnan danari, che credo sia quello che in
tanta abbominazione gli ha loro messi nel petto, perché a' loro
desidèri non sono conformi.]
[Resta a spezzare l'ultima parte delle loro armi, le quali in
gran parte deono esser rotte, se a quel si riguarda che alla sen-
tenza di Platone fu risposto di sopra. Essi vogliono che la filo-
sofia abbia cacciate le muse poetiche da Boezio, si come fem-
mine meretrici e disoneste, e i conforti delle quali conducono
chi l'ascolta, non a sanità di mente, ma a morte. Ma quel testo,
male inteso, fa errare chi reca quel testo in argomento contro
a' poeti. Egli è senza alcun dubbio vero la filosofia esser vene-
rabile maestra di tutte le scienze e di ciascuna onesta cosa; e
in quello luogo, dove Boezio giaceva della mente infermo, tur-
bato e commosso dello esilio a gran torto ricevuto, egli, si come
impaziente, avendo per quello cacciata da sé ogni conoscenza
del vero, non attendeva colla considerazione a trovare i rimedi
opportuni a dover cacciar via le noie che danno gl'infortuni
della presente vita; anzi cercava di comporre cose, le quali non
liberasson lui, ma il mostrassero afflitto molto, e per conseguente
mettessero compassion di lui in altrui. E questa gli pareva si
soave operazione che (senza guardare che egli in ciò faceva in-
giuria alla filosofica verità, la cui opera è di sanare, non di
Ili - COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA» I49
lusingare il passionato), che esso, con la dolcezza delle lusinghe
del potersi dolere, insino alla sua estrema confusione avrebbe
in tale impresa proceduto; e, peroché questo è esercizio de'
comici di sopra detti (a fine di guadagnare), di lusingare e di
compiacere alle inferme menti, chiama la Filosofia queste muse
«meretriculae scenicaef^, non perché ella creda le muse esser
meretrici, ma per vituperare con questo vocabolo l'ingegno del-
l'artefice che nelle disoneste cose le induce. Assai è manifesto
non esser difetto del martello fabbrile, se il fabbro fa più tosto
con esso un coltello, col quale s'uccidono gli uomini, che un
bómere, col quale si fende la terra, e rendesi abile a ricevere
il seme del frutto, del quale noi poscia ci nutrichiamo. E che
le Muse sieno qui istrumento adoperante secondo il giudicio
dell'artefice, e non secondo il loro, ottimamente il dimostra la
Filosofia, dicendo in quel medesimo luogo che è disopra mo-
strato, quando dice: — Partitevi di qui. Serene dolci infino alla
morte, e lasciate questo infermo curare alle mie muse, cioè
alla onestà e alla integrità del mio stilo, nel quale mediante
le mie muse io gli mostrerò la verità, la quale egli al presente
non conosce, si come uomo passionato e afflitto. — Nelle quali
parole si può comprendere non essere altre muse, quelle della
filosofia, che quelle de' comici disonesti e degli elegiaci passio-
nati, ma essere d'altra qualità l'artefice, il quale questo istru-
mento dee adoperare. Non adunque nel disonesto appetito di
queste muse, le quali chiama la Filosofia « meretricule », sono
vituperate le muse, ma coloro che in disonesto esercizio l'ado-
perano.]
[Restavano sopra la presente materia a dir cose assai, ma
percioché in altra parte più distesamente di questo abbiamo
scritto, basti questo averne detto al presente, e alla nostra im-
presa ne ritorniamo. Fu adunque Virgilio, poeta, e non fu po-
polar poeta, ma solennissimo, e le |ue opere e la sua fama
chiaro il dimostrano agl'intendenti.]
[Lez. IV] «E cantai». Usa Virgilio questo vocabolo in luogo di
«composi [versi»; e la ragione in parte si dimostrò, dove di sopra
si disse perché « cantiche » si chiamano l'opere de* poeti ; alla
I50 III - COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA»
quale si puote aggiugnere una usanza antica de' greci, dalla
qual credo non meno esser mossa la ragione perché « can-
tare » si dicono i versi poetici, che da quella che già è detta.
E l'usanza era questa: eh* e' nobili giovani greci si reputavano
quasi vergogna il non saper cantare e sonare, e questi loro
canti e suoni usavano molto ne' lor conviti. E non erano li
lor canti di cose vane, come il più delle canzoni odierne sono,
anzi erano versi poetici, ne' quali d'altissime materie o di laude-
voli operazioni da valenti uomini adoperate, si come noi possiam
vedere nella fine del primo deWEnetda di Virgilio, dove,
dopo la notabile cena di Didone fatta ad Enea, lopa, sonando
la cetera, canta gli errori del sole e della luna, e la prima
generazione degli uomini e degli altri animali, e donde fosse
l'origine delle piove e del fuoco, e altre simili cose: dal quale
atto potè nascere il dirsi che i poetici versi si cantino. E per con-
seguente Virgilio, dell'opere da sé composte dice « cantai ». Il
qual non solamente compuose VEneida, ma molti altri libri, si
come, secondoché Servio scrive, V Os Urina, VEthna, il Ciilice,
la Priapea, il Cathalecthon, le Z>/r<?, gli Epigramìnati, la Copa,
il Moreto e altri; ma sopra tutti fu V E?ieida, la quale in laude
d'Ottaviano compuose. Poi, partendosi da Napoli, e andandone
ad Atene ad udir filosofia, non avendo corretto il detto Eneida,
quello lasciò a due suoi amici valenti poeti, cioè a Tucca e a
Varrone, con questo patto che, se avvenisse che egli avanti
la tornata sua morisse, che essi il dovessero ardere; perche,
essendo a Brandizio morto, senza potere esser pervenuto ad
Atene, e Tucca e Varrone sappiendo questo libro in laude
di Ottaviano essere stato composto, e che esso il sapeva, temet-
tero d'arderlo senza coscienza d'Ottaviano; e perciò, raccontata
a lui la intenzion di Virgilio, ebbero in comandamento di non
doverlo ardere per alcuna cagione, ma il correggessero, con
questo patto, che essi alcuna cosa non v'aggiugnessero, e, se vi
trovasser cosa da doverne sottrarre, potessero. Il che essi con
fede fecero. Poi Ottaviano, fatte recare le sue ossa da Brandizio
a Napoli, vicino al luogo dove gli era dilettato di vivere, il fece
seppellire, cioè infra 'I secondo miglio da Napoli, lungo la via
Ili - COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA» 151
che si chiamava Puteolana, accioché esso quivi giacesse morto,
dove gli era dilettato di vivere.]
«Di quel giusto Figliuol d'Anchise», cioè d'Enea, del
quale Virgilio nel primo dcìVEneida fa ad Ilioneo dire alla
reina Dido queste parole:
^^^ erai Aeneas nobis, quo iustior alter
nec pietate fuit, nec bello màior et armis,
nelle quali testimonia Enea essere stato giustissimo. Anchise
fu della schiatta de' re di Troia, figliuolo di Capis, figliuolo di
Assaraco, figliuolo di Troio, e fu padre d'Enea, come qui si
dice, «che venne da Troia». Troia è una provincia nella
minore Asia, vicina d'Ellesponto, alla quale è di ver' ponente
il mare Egeo, dal mezzodì Meonia, da levante Frigia maggiore,
da tramontana Bitinia, cosi dinominata da Troio, re di quella,
« Poi che il superbo Ilión fu combusto ». Ilione fu una città
di Troia, cosi nominata da Ilio, re di Troia, e fu la città reale,
e quella, secondo che Pomponio Mela scrive nel primo della
sua Co syno grafia, che fu da' greci assediata, e ultimamente
presa e arsa e disfatta. Chiamalo « superbo » dall'altezza dello
stato del re Priamo e de' suoi predecessori.
E poi che manifestato s'è, egli fa una breve domanda al-
l'autore, dicendo: — «Ma tu perché ritorni a tanta noia?» quanta
è a essere nella selva, della quale partito ti se'; — e quinci segue
e fanne un'altra: — « Perché non sali al dilettoso monte, Ch'è
principio e cagion di tutta gioia?». —
Espedite queste parole di Virgilio, segue la terza parte di
questa seconda, nella qual dissi che con ammirazion l'autore
rispondeva, e, col commendar Virgilio, s'ingegnava d'accattare
la sua benivolenza. E, rispondendo alla dimanda di lui, gh
mostra quello per che al monte non sale, e il suo aiuto addi-
manda, e dice: — «Or se' tu quel Virgilio e quella fonte. Che
spande di parlar si largo fiume? ». —Commendalo qui l'autore
dell'amplitudine della sua facundia, quella facendo simigliante
ad un fiume. «Rispos'io lui con vergognosa fronte». Vergo-
gnossi l'autore d'essere da tanto uomo veduto in si miserabile
152 III - COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA»
luogo, e dice «con vergognosa fronte», percioché in quella
parte del viso prima appariscano i segni del nostro vergognarci ;
comeché qui si può prendere il tutto per la parte, cioè tutto
il viso per la fronte. — « O clegli altri poeti » latini « onore »,
percioché per Virgilio è tutto il nome poetico onorato, « e
lume». Sono state l'opere di Virgilio a' poeti, che appresso
di lui sono stati, un esemplo, il quale ha dirizzate le loro
invenzioni a laudevole fine, come la luce dirizza i passi nostri
in quella parte dove d'andare intendiamo. « Vagliami il lungo
studio e il grande amore». Poi che l'autore ha poste le laude
di Virgilio, accioché per quelle il muova al suo bisogno, ora
il priega per li meriti di se medesimo, per li quali estima Vir-
gilio si come obbligatogli il debba aiutare, e dice: «Vagliami»,
a questo bisogno, «il lungo studio». Vuol mostrare d'avere
l'opera di Virgilio studiata, non discorrendo, ma con diligenza.
« E *1 grande amore». E per questo intende mostrare un atto
caritativo, che fatto gli ha studiare il libro di Virgilio, e non,
come molti fanno, averlo studiato per trovarvi che potere mordere
e biasimare. « Che m'ha fatto cercare il tuo volume », Y Eìieida.
« Tu se' lo mio maestro ». Qui con reverirlo vuol muover
Virgilio chiamandolo «maestro», «e'I mio autore». In altra
parte si legge «signore», e credo che stia altresì bene; percioché
qui, umiliandosi, vuol pretendere il signore dovere ne' bisogni
il suo servidore aiutare. «Tu se' solo colui da cui io tolsi»,
cioè presi, « il bello stilo », del trattato, e massimamente dello
'Nferno, « che m'ha fatto onore », cioè farà. E pon qui il pre-
terito per lo futuro, facendo solecismo.
« Vedi la bestia », e mostragli la lupa, della quale di sopra
è detto, «per cui io mi volsi», dal salire al dilettoso monte.
E qui gli risponde all'interrogazion fatta; appresso il priega
dicendo: «Aiutami da lei, famoso saggio»; nelle quali parole
vuol mostrare colui veramente esser saggio, il quale non so-
lamente è saggio nel suo segreto, ma eziandio nel giudici©
degli altri per lo quale esso diventa famoso. « Ch'ella mi fa
tremar le vene e i polsi ». Triemano le vene e' polsi quando
dal sangue abbandonate sono, il che avviene quando il cuore
Ili - COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA» 153
ha paura; percioclié allora tutto il sangue si ritrae a lui ad
aiutarlo e riscaldarlo, e il rimanente di tutto l'altro corpo ri-
mane vacuo di sangue, e freddo e palido.
— « A te convien tenere altro viaggio ». In questa quarta
particella fa l'autore due cose: prima dichiara ciò che Virgilio
dice della natura di quella lupa, e il suo futuro disfacimento;
appresso gli dimostra Virgilio quel cammino che gli par da
tenere, accioché egli possa di quello luogo pericoloso uscire.
La seconda quivi: «Ond'io per lo tuo me'». Dice dunque:
— « A te convien tenere altro viaggio », che quello il quale di
tenere ti sforzi, — « rispose » Virgilio, « poi che lagrimar mi
vide, — Se vuoi campar », senza morte uscire, « d'esto loco sel-
vaggio », come di sopra è dimostrato. E, seguendo, Virgilio gii
dice la cagione perché a lui convien tenere altro cammino, di-
cendo: « Che quella bestia», cioè quella lupa, « per la qual tu
gride », domandando misericordia, « Non lascia altrui passar per
la sua via », non della lupa, ma di colui che andar vuole; « Ma
tanto lo 'mpedisce », ora in una maniera e ora in un'altra, « che
l'uccide. Ed ha», questa lupa, «natura si malvagia e ria, Che
mai non empie la bramosa voglia » del divorare, « Ma dopo
il pasto ha più fame che pria ». Vuole Virgilio per queste parole
rimuovere un pensier vano, il quale potrebbe cadere nell'au-
tore, dicendo: — Quantunque questa bestia sia bramosa e abbia
la fame grande, egli potrà avvenire che ella prenderà alcuno
animale e pascerassi, e, pasciuta, mi lascerà andare dove io
disidero; — il qual avviso si rimuove per quelle parole: « E dopo
il pasto ha più fame che pria».
«Molti son gli animali a cui s'ammoglia», cioè co' quali
si congiugne. Questo è fuori dell'uso della natura di qualun-
que animale, congiugnersi con molti animali di diverse spezie ;
ma con alcuno assai bestie il fanno, si come il cavallo coll'asino,
la leonessa col leopardo e la lupa cc^ cane. E questo non è
da dubitare che l'autore non sapesse; per che, avendol posto,
assai bene possiam comprendere l'autore volere altro sentire
che quello che semplicemente suona la lettera, e cosi in ciò che
seguita del rimetdmento di questa lupa in inferno : la sposizione
154 III - COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA»
delle quali cose a suo tempo riserberemo. « E più saranno
ancora», che stati non sono, « infin che 'I veltro Verrà». È
il veltro una spezie di cani, maravigliosamente nimica de' lupi,
de' quali veltri dice, come appare, doverne venire uno, « che
la farà morir con doglia ».
« Questi », cioè questo veltro, « non ciberà », cioè man-
gerà, « terra né peltro ». Peltro è una spezie vile di metallo
composta d'altri. «Ma sapienza, amore e virtute». Questi non
sogliono essere cibi de' cani; e perciò assai chiaro appare lui
intendere altro che non par che dica la lettera. « E sua nazion
sarà tra feltro e feltro ». È il feltro vilissima spezie di panno,
come ciascun sa manifestamente.
« Di quella umile ». Usa qui l'autore un tropo, il quale si
chiama « ironia», per vocabolo contrario mostrando quello che
egli intende di dimostrare; cioè per «umile», «superba», si come
noi tutto '1 di usiamo, dicendo d'un pessimo uomo: — Or questi
è il buono uomo; — d'un traditore: — Questi è il leale uo-
mo; — e simili cose. Dice adunque: « Di quella umile », cioè su-
perba, « Italia fia salute ». È Italia una gran provincia, nominata
da Italo, figliuolo di Corito re e fratello di Dardano (del quale
più distesamente diremo appresso nel quarto canto), terminata
dall'Alpi e dal mare Tirreno e dall'Adriano, contenente in sé
molte province; e perciò, a voler dimostrare di qual parte di
questa Italia dice, soggiugne: « Per cui mori», cioè fu uccisa,
« la vergine Camilla ».
Fu questa Camilla, secondo che Virgilio scrive nell'undice-
simo deir^;^^z^<^, figliuola di Metabo, re di Pri verno, e di Ca-
smilla, sua moglie. E, percioché nel partorire questa fanciulla
mori la madre, piacque al padre di levare una lettera sola,
cioè quella « s », che era nel nome di Casniilla, sua moglie,
e nominare la figliuola Camilla. La quale essendo ancora pic-
colissima, avvenne, per certe divisioni de' privernati, Metabo
re a furore fu cacciato di Priverno. Il quale, non avendo spazio
di potere alcun altra cosa prendere, prese questa piccola sua
figliuola e una lancia, e con essa, essendo dai privernati se-
guito, si mise in fuga; e, pervegnendo a un fiume, il quale si
Ili - COMENTO ALLA « DIVINA COMMEDIA » I55
chiamava Amaseno, e trovandol per una grandissima piova
cresciuto molto, e sé veggendo convenirgli lasciar la fanciulla,
se notando il volea trapassare, subitamente prese consiglio
d'involgere questa fanciulla in un suvero e legarla alla sua
lancia, e quella lanciare di là dal fiume e poi esso notando
passarlo. Per che, legatola e dovendola gittare oltre, umilemente
la raccomandò a Diana, a lei botandola, se ella salva gliela
facesse dall'altra parte del fiume ritrovare; e lanciatola e poi
notando seguitola, e dall'altra parte trovata senza alcuna le-
sione la figliuola, andatosene con essa in certe selve vicine,
allevò questa sua figliuola alle poppe d'una cavalla. Alla quale,
come crescendo venne, appiccò una faretra alle spalle, e posele
un arco in mano, e insegnolle non filare, ma saettare e gittar
le pietre con la rombola, e correr dietro agli animali [e i suoi
vestimenti erano di pelli d'animali] salvatichi. Ne' quali esercizi
costei già divenuta grande fu maravigliosa femmina ; e fu in
correre di tanta velocità, che, correndo, ella pareva si lasciasse
dietro i venti; e fu si leggiera, che Virgilio, iperbolicamente
parlando, dice che ella sarebbe corsa sopra l'onde del mare
senza immollarsi le piante de' piedi. Costei da molti nobili
uomini addomandata in matrimonio, mai alcuna cosa non ne
volle udire, ma, virginità servando, si dilettava d'abitar le selve
nelle quali era stata allevata e di cacciare. Poi pare che ri-
chiamata fosse nel regno paterno; e, ritornatavi, e sentendo la
guerra di Turno con Enea, da Turno richiesta, con molti de'
suoi volsci andò in aiuto di lui ; dove un di, fieramente contro
a' troiani combattendo, fu fedita d'una saetta nella poppa da uno
che avea nome Arruns; della qual fedita essa mori incontanente.
« Eurialo, Turno e Niso di ferute ». Eurialo e Niso fu-
rono due giovani troiani, li quali in Italia aveano seguito
Enea. Ed essendo insieme con Ascanio, figliuolo d'Enea, rimasi,
a guardia del campo d'Enea, il quale era andato a cercare
aiuto contro a Turno a certi popoli circunvicini, avvenne che,
premendo Turno molto Ascanio, si dispose Ascanio, per téma
di non poter sofTerire la forza di Turno, di far sentire ad Enea
come da assedio era gravemente stretto, accioché di tornare
156 ni - COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA»
in soccorso di lui il padre s'affrettasse. Alla qual cosa fare
Nisosi profferse, e ingegnavasi di farlo occultamente da Eurialo;
percioché conosceva il pericolo esser grande, ed Eurialo an-
cora un garzone, ed egli noi voleva mettere a quel pericolo.
Ma non seppe si fare che Eurialo noi sentisse; per la qual
cosa convenne che Eurialo andasse con lui. E, usciti una notte
del campo d'Ascanio, convenendo loro passar per lo mezzo
de' nemici, e tacitamente andando e trovandogli tutti dormire,
n'uccison molti. Ed Eurialo, vago come i garzon sono, di
certe armadure belle, tratte a coloro li quali uccisi aveano,
carico, seguitando Niso, avvenne che si scontrarono in una
grande quantità di nemici, li quali come Niso vide, tantosto
si ricolse in un bosco, credendo avere appresso di sé Eurialo;
ma egli era rimaso, e già intorniato da' nimici, quando Niso
lui non esser seco si avvide. Per che voltosi, e vedendol nel
mezzo de' nemici, e loro correntiglì addosso per ucciderlo,
tornando addietro, cominciò a gridare che perdonassero ad
Eurialo, si come a non colpevole, e uccidesson lui, il quale
aveva tutto quello male fatto. Ma poco valse: essi uccisono
Eurialo e poi ucciser lui; e cosi amenduni quivi morti rimasero.
« Turno ». Costui fu figliuolo di Dauno, re d'Ardea, e nepote
carnale d'Amata, moglie di Latino, re de' laurenti, giovane
ardentissimo e di gran cuore; il quale, vedendo Latino re avere
data Lavina sua figliuola per moglie ad Enea, la qual prima
avea- promessa a lui, sdegnato, avea mosso guerra ad Enea,
e per questo molte battaglie aveano fatte; ultimamente, se-
condo che Virgilio scrive nel fine del dodicesimo deìVJSneiday
soprastandogli Enea in una singular battaglia stata fra loro, e
veggendogli cinto il balteo, il quale era stato di Fallante, cui
ucciso avea, lui addomandante perdono, uccise.
E cosi dalle morti di costoro ha l'autore discritta di qual
parte d'Italia intenda, cioè di quella là dove è Roma, con
alcune piccole circustanze: la quale in tanta superbia crebbe,
che le parve poco il voler soprastare a tutto il mondo ; né per
la mina del romano imperio cessò però la romana superbia,
perseverando in essa la sede apostolica. Nella quale, al tempo
Ili - COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA» I57
che l'autore di prima pose mano alla presente opera, sedeva
Bonifazio papa ottavo, il quale, quantunque altiero signor fosse
molto, parve per avventura ancor molto più all'autore, in
quanto piegare non fu potuto a' piaceri né alle domande fatte
da quegli della setta della quale fu l'autore.
« Questi », cioè questo veltro, « la caccerà per ogni villa »,
cioè estermineralla del mondo, «Finché l'avrà rimessa nell'in-
ferno. Là onde invidia prima dipartilla ». In queste parole
chiaramente si può intendere, l'autore dire una cosa e sentire
un'altra; conciosiacosaché manifesto sia in inferno non gene-
rarsi lupi, e perciò di quello non poterne essere stato tratto
alcuno, per doverlo in questa vita menare.
« Ond'io per lo tuo me' ». In questa particella seconda della
quarta, dice l'autore il consiglio preso da Virgilio per sua sa-
lute, e, secondo l'usanza poetica, mostra in poche parole ciò
che dee trattare in tutto questo suo volume; e dice cosi: « On-
d'io», considerata la natura di questa lupa che t'impedisce,
* per lo tuo me', penso e discerno», giudico, «Che tu mi
segua, ed io sarò tua guida, E trarrotti di qui », cioè di questo
luogo pericoloso, « per luogo eterno », cioè per lo 'nferno e
per lo purgatorio, i quali son luoghi eterni; «Dove», cioè in
quel luogo, «udirai le dispietate strida», in quanto paiono
d'uomini crudeli e senza alcuna umanità; « E vederai gli spiriti
dolenti, Che la seconda morte ciascun grida»; cioè la morte
dell'anima, percioché quella del corpo, la quale è la prima,
essi r hanno avuta. Addomandano adunque la seconda, credendo
per quella le pene, che sentono, non dover poscia sentire. [Ma
i nostri teologi tengono che, quantunque essi la spiritual morte
domandino, non perciò, potendola avere, la vorrebbono, percio-
ché per alcuna cagione non vorrebbon perdere l'essere. Deesi
adunque intendere li dannati chiamar la seconda morte, si come
noi mortali spesse volte chiamiamo la prima ; la quale se venir
la vedessimo, senza alcun dubbio a nostif) potere la fuggiremmo.
O puossi sporre cosi: tiensi per li teologi esser più spezie di
morte, delle quali è la prima quella della quale tutti corporal-
mente moiamo; la seconda dicono che è morte di miseria, la
158 III - COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA»
qual veramente io credo essere infissa ne' dannati, in tanta
tribulazione e ano^oscia sono: e questo è quello che ciascun
dannato grida, non dimandandola, ma dolendosi.]
« E vederai color che son contenti Nel fuoco », della peni-
tenza; e dice «contenti», percioché quella penitenza, che non
si facesse con contentamento d'animo di colui che la facesse,
non varrebbe alcuna cosa a salute; « perché speran di venire.
Quando che sia», finito il tempo della penitenzia, «alle beate
genti. Alle quali» beate genti, «se tu vorrai salire», però
che sono in cielo, « Anima fia a ciò di me più degna: [Con lei
ti lascerò nel mio partire ». E questa fia quella di Stazio poeta,
con la quale egli poscia il lasciò in su la sommità del monte
di purgatorio, sopra la riva del fiume di Lete, come nel tren-
tesimo canto del Purgatorio si legge.] « Che quello imperador »,
cioè Iddio, «che lassù», cioè in cielo, «regna, Perch'io fui
ribellante», non seguendola, «alla sua legge», a' suoi coman-
damenti, « Non vuol che in sua città », in paradiso, « per me
si vegna. In tutte parti impera», comandando, «e quivi», nel
cielo empireo, «regge: Qujvi è la sua città», nel cielo, «e
l'alto seggio», reale. «O felice colui, cui quivi elegge!», per
abitatore di quello, come i beati sono. —
« Io cominciai : — Poeta ». In questa quinta particella l'autore,
udito il consiglio di Virgilio, e approvandolo, lo scongiura
che quivi il meni, dicendo: «io ti richieggio. Per quello Iddio »,
cioè Gesù Cristo, «che tu non conoscesti, Accioch'io fugga
questo male», cioè il pericolo nel quale al presente sono, «e
peggio», cioè la morte, «Che tu mi meni là ove or dicesti »,
cioè in inferno e in purgatorio, «Si eh' i' vegga la porta di
san Pietro », cioè la porta del purgatorio, dove sta il vicario
di san Piero: « Con quelli i quai tu fai », cioè di' essere, «co-
tanto mesti », cioè dolorosi, dannati alle pene eterne. —
« Allor si mosse», entrando nel cammino dimostrato; ed è
atto d'uomo disposto a quello di che è richiesto, che senza
eccezione il mette ad esecuzione. Ed è questa l'ultima particella
delle sei, che dissi esser partita la seconda parte principale
del primo canto. « Ed io gli tenni dietro », cioè il seguitai.
Ili - COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA» I59
II
Senso allegorico
[Lez. VI « Nel mezzo del cammin di nostra vita », ecc. Poi che, per
la grazia di Dio, è quello, che secondo il senso litterale
si può, dimostrato, è da tornarsi al principio di questo canto,
e quello che sotto la rozza corteccia delle parole è nascoso,
cioè il senso allegorico, aprire e dichiarare. Intorno alla qual
cosa credo udirete cose per le quali vi si potrebbe forse me-
ritamente dire le parole che l'autore medesimo dice nel secondo
canto del Pai-adiso, cioè: « Que* gloriosi che passàro a Coleo,
Non s'ammiraron, come voi farete, Quando vider Giason fatto
bifolco». Percioché allora per effetto potrete vedere quanto
d'arte e quanto di sentimento sia stato e sia nello stilo poetico,
oltre alla stima che molti fanno. E peroché gustando con lo
'ntelletto il mellifluo e celestial sapore, nascoso sotto il velo
del favoloso discrivere, forse vi dorrete il nostro poeta e gli
altri avere tanta soavità riposta, in guisa che senza difficultà
aver non si puote ; e direte : — Perché non diedono i poeti la
loro dottrina libera e aperta ed espedita, come molti altri fanno la
loro, si che, chi volesse, ne potesse prendere frutto più tosto? —
In risponsione della qual cosa si possono due ragioni dimostrare :
e la prima può esser questa.
Costume generale è, di tutte le cose meritamente da aver
care, il discreto uomo non tenerle in piazza, ma sotto il più
forte serrame e' ha nella sua casa, e con grandissima diligenza
guardarle, e ad alquanti suoi amici, ma a pochi e rade volte,
mostrarle; e questo fa, accioché il troppo farne copia non
faccia quelle divenire più vili. Il che per atto possiam tutto
il di vedere avvenire; e, se in ogni altra cosa nascosa ci fosse
questa verità, guardiamo al sole, del quale alcuna cosa si bella,
l6o III - COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA»
non che più, veggiamo, né alcuna si chiara muoversi, non
tirato né sospinto, se non dal divino ordine impostogli; pieno
di tanta luce, che ogni altro lucido corpo illumina, ogni terrena
cosa vivifica, accresce e nutrica e al suo fine conduce: il quale,
per troppo mostrarsi, è non solamente poco prezzato, ma son
di quegli che di vederlo ischifano. Per la qual cosa, accioché
questo non seguiti, non so qual altra cosa noi possiamo con
più certa ragion dire che sia più cara, più da gradire e me-
glio da riporre e da guardare, che sono gli alti -effetti della
natura e i secreti misteri e i sublimi della divinità. Questi, se
negl'intelletti universalmente del vulgo divenissero, in poco
tempo ne seguirebbe che sarebbon pregiati meno che non è il
sole, o che i ragionamenti meccanici e le favole delle femminelle.
E per questo lo Spirito santo, d'ogni cosa dottissimo, gli alti
segreti della divina mente nascose, come noi possiam vedere,
nelle figure del Vecchio Testamento, nelle Visioni di certi profeti,
e ancora néW Apocalissi di Giovanni evangelista, sotto parole
tanto nella prima faccia differenti dal vero e meno con-
formi nell'apparenza a' sensi nascosi, che per poco più esser
non potrebbono. Le vestigie del quale, con quelle forze che
possono gli umani ingegni seguir la divinità, con ogni arte
s'ingegnarono di seguitare i poeti, quelle cose che essi esti-
mavano più degne sotto favoloso parlare nascondendo, accio-
ché dove carissime sono, non divenissero vili ad ogni uomo,
aperte lasciandole. Il che assai bene pare ne dimostri Macrobio,
nel primo libro De somnio Scipionis, cosi dicendo: < De diis
autem, 2it dixi, caeteris et de anima, ?ion frustra se, nec ut
oblectent, ad fabulosa convertunt, sed quia sciu?it inimicam esse
naturae apertam Jiudamque expositionem sui: quae, siciit vul-
garibus hominum sensibus intellectum sui vario rerum tegmine
operimentoque suhtraxit, ita a prudentibus arcana sua voluit
per fabulosa tractaì'i. Sic ipsa mysteria figurarìim cuniculis
operiuntur, ne vel hoc adeptis ?iudam rerum talium natura se
praebeat, sed summatibus tantum viris, sapientia interprete, veri
arcani consciis. Contenti sin t re liqui ad veneratiojiem, figuris de-
fendentibus a vilitate secretum », ecc.
in-COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA» l6l
La seconda ragione può essere questa. Suole quello, che
con difiicultà s'acquista, piacer più e guardarsi meglio che quello
che senza alcuna fatica o poca si truova; e questo le grandi
eredità rimase a' nostri giovani cittadini hanno mostrato. Non
essendo adunque alcun dubbio esser molta malagevolezza il
trarre la nascosa verità di sotto al fabuloso parlare, dee se-
guire essere incomparabile diletto, a colui che, per suo studio,
vede averla saputa trovare ; laonde non solamente ogni affanno
avutone sene dimentica, ma ne rimane una dolcezza nell'animo,
la quale quasi con legame indissolubile ferma, nella memoria
di colui che ritrovata l'ha, la verità: dove quella che senza
alcuna difficultà s'acquista, come leggiermente venne, cosi leg-
giermente si parte. Di che seguita che dell'avere faticato s'ac-
quista, dove del non avere studiato l'uomo si ritruova di scienza
vóto.
[La terza ragione mi pare dovere esser questa. E' non pare
che alcun dubbio sia li cieli, i pianeti e le stelle esser ministri
della divina potenza, e, secondo la virtù loro attribuita, i corpi
inferiori generare, mediante quelle cagioni che dalla natura sono
ordinate, e quegli nutrire e nel lor fine menargli. E, percioché
essi corpi superiori sono in continuo moto e in diversi modi
si congiungono e si separano l'uno dall'altro, par di necessità
che gli effetti da lor prodotti in diversi tempi e in materie
diverse, debbano esser diversi e a diverse cose disposti; e
quinci par che séguiti la diversità degli aspetti degli uomini,
de* quali non pare che alcuno alcun altro somigli ; e similmente
degli ofici, li quali veggiam manifestamente essere, eziandio
naturalmente, diversi negli uomini. Dalla qual cosa mosso, dice
il nostro autore nel Paradiso:
Un ci nasce Solone, ed altro Serse,
altri Melchisedech, ed altri quello
che, volando per l'aere, il fifiio perse.
E questo si dee cognoscere muovere dal divino intelletto,
il quale cognosce una università, come è quella dell'umana
generazione, non poter consistere in sé, se non avesse diversità
G. Boccaccio, Scritti danteschi - \. ii
l62 IlI-COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA»
d'ufici. E perciò, accioché dell'altre cose lasciamo al presente
stare, alcun ci nasce atto a filosofia, alcuno ad astrologia, al-
cuno a poesia e alcuni altri ad altre scienze. Colui, che na-
sce atto a poesia, seguita, quanto può e sa, d'esercitarsi nel
poetico oficio; e, quantunque da Dio sia alle nostre anime, le
quali esso immediate crea, data la ragione e il libero arbitrio,
per lo quale, non ostante la forza de' cieli, ciascun può far
quello che più gli aggrada, pare che il più se^iitin gli uomini
quello a che essi sono atti nati. Laonde quegli che al poetico
oficio è nato, eziandio volendo, non pare che possa fare altro che
quello che a tale oficio s'appartiene; e, percioché a quello oficio
s'appartiene quello che di sopra è detto, se egli in quello lau-
devolmente s'esercita, non è per avventura da maravigliarsene].
E perciò non si rammarichi alcuno, se dai poeti è sotto favole
nascosa la verità, ma più tosto si dolga della sua negligenza,
per la quale e' perde o ha perduto quello che il farebbe lieto,
faticandosi d'avere ritrovata la cara gemma nella spazzatura na-
scosa. E questo basti avere a questa parte risposto.
Fu adunque il nostro poeta, si come gli altri poeti sono,
nasconditore, come si vede, di cosi cara gioia, come è la cat-
tolica verità, sotto la volgare corteccia del suo poema. [Per la
qual cosa si può meritamente dire questo libro essere poliseno,
cioè di più sensi. De' quali è il primo senso quello il quale
egli ha nelle cose significate per la lettera, si come voi potete
aver di sopra, nella esposizion litterale, udito ; e chiamasi questo
senso « litterale », e cosi è. Il secondo senso è allegorico o vero
morale, il quale, accioché voi comprendiate meglio, esemplifi-
cando vel dichiarerò in questi versi : « In exitu Israel de Aegypto,
domus lacob de populo barbaro: facia est ludea sanctifìcatio eius,
Israel potestas eius ». Da' quali, se noi guarderemo a quello che
la lettera suona solamente, vedremo esserci significato l'usci-
mento de' figliuoli di Israel d'Egitto al tempo di Moisé; e se
noi guarderemo alla alligoria, vedremo esserci mostrata la nostra
redenzione fatta per Cristo ; e se noi guarderemo al senso morale,
vedremo esserci mostrata la conversione dell'anima nostra dal
pianto e dalla miseria del peccato allo stato della grazia ; e se
III-COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA» 163
noi guarderemo al senso anagogico, vedremo esserci dimostrato
l'uscimento dell'anima santa dalla corruzione della presente ser-
vitudine alla libertà della gloria eternale. E cosi come questi
sensi mistici sono generalmente per vari nomi appellati, tutti
nondimeno si possono appellare «allegorici », conciosiacosaché
essi sieno diversi dal senso litterale o vero istoriale: e questo
è, percioché « allegoria » è detta da un vocabolo greco, detto
4( aileon », il quale in latino suona «alieno », ovvero diverso ; e
perciò dissi questo libro esser poliseno, percioché tutti questi
sensi, da chi tritamente volesse guardare, gli si potrebbono in
assai parti dare]. E per questo, agutamente pensando, forse po-
tremmo del presente libro dir quello che san Gregorio dice, nel
proemio de' suoi Morali, della Santa Scrittura, cosi scrivendo:
« Sacra Scriptura locutionis s?iae mofem transcendit, quia Ì7i u?io
eodemque sermone cium narrai texium prodit mysterium, et sic
mysterio sapiente s exercet, sic superficie sifnplices refovet. Habet
in publico unde parvulos nutriat, servat in seci'eto unde mentes
sublimium in admiratione suspendai. Quasi quidem quippe est
fluvius, ut ita dixerim, planus et altus, in quo et ag?ius ambulet,
et elephans nateti, ecc.; percioché, recitando della presente
opera la corteccia litterale, con quella insieme narriamo il mi-
sterio delie cose divine e umane, sotto quella artificiosamente
nascose, e in questa maniera intorno al senso allegorico si
possono i savi esercitare, e intorno alla dolcezza testuale nu-
dare i semplici, cioè quelli li quali ancora tanto non sentono,
che essi possano al senso allegorico trapassare: cosi possiam
vedere questo libro avere in publico donde nutrir possa gì' in-
gegni di quegli che meno sentimento hanno, e donde egli so-
spenda con ammirazione le menti de' più provetti. E ancora,
quantunque alla Sacra Scrittura del tutto agguagliar non si
possa, se non in quanto di quella favelli, come in assai parti
fa, nondimeno, largamente parlando, dir si può di questo,
quello esserne che san Gregorio afferma di quello: cioè questo
libro essere un fiume piano e profondo, nel quale l'agnello
puote andare e il leofante notare, cioè in esso si possono i
rozzi dilettare e i gran valenti uomini esercitare.
l64 III - COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA»
Ma, avendo già l'una delle due parti in questo primo canto
mostrata, cioè come quegli, che di minor sentimento sono, si
possano intorno al senso litterale non solamente dilettare, ma
ancora e nudrire e le lor forze crescere in maggiori ; è da di-
mostrare la seconda, intorno alla quale si possano gl'ingegni
più sublimi esercitare : la qual cosa si farà aprendo quello che
sotto la crosta della lettera sta nascoso. Intorno alla qual cosa
sono da considerare, quanto è alla prima parte del presente canto,
dieci cose : delle quali la prima sera il veder quello che il no-
stro autore voglia sentire per lo sonno, il quale dice che ri-
cordar noi lascia come nella selva oscura s'entrasse; la seconda,
come noi in questo sonno ci leghiamo; la terza, qual fosse la
diritta via la quale per questo sonno dice d'avere smarrita; la
quarta, qual cosa potesse essere quella che il movesse a rav-
vedersi che esso avesse la diritta via smarrita; la quinta, per-
ché più nel mezzo del cammino di nostra vita che in altra età ;
la sesta, quello che egli intenda per quella selva tanto oscura e
malagevole, quanto dimostra esser quella nella quale dice si ri-
trovò; la settima, perché più nel principio del di che ad altra
ora scriva d'essersi ravveduto; la ottava, quello che vuole s'in-
tenda per li raggi del sole apparitigli e per lo monte nella
sommità del quale gli apparvero; la nona, quello che esso senta
per la considerazione avuta, poi che alquanto la paura gli cessò;
la decima, quello che noi dobbiam sentire per le tre bestie le
quali lo impedivano a salire al monte. E, queste vedute, pro-
cederemo alla seconda parte del presente canto.
La prima cosa, la qual dissi si voleva investigare, accioché
il senso allegorico, nascoso sotto la lettera della prima parte di
questo canto, si manifesti, è quello che il nostro autore voglia
sentire per lo sonno, il qual dice che ricordar noi lascia come
egli entrasse nell'oscura selva. Ad evidenzia della quale è da
sapere che '1 sonno, che alla presente materia appartiene, è di
due maniere: l'una è sonno corporale, l'altra è sonno mentale.
Il sonno corporale si può in due maniere distinguere. Delle quali
l'una è naturale, e puossi dire esser quella la quale naturalmente
in noi si richiede in nudrimento e conservazione della nostra
in - COMENTO ALLA « DIVINA COMMEDIA » 165
sanità: il quale, occupandoci, lega e quasi oziose rende tutte
le nostre forze (ovvero potenze) sensitive e le intellettive, per-
cioché, perseverante esso, né sentiamo né intendiamo alcuna
cosa; di che a' morti simili divegnamo. Ma, poi che la natura ha
preso per la sua indigenza quello che l'è opportuno a restaura-
zione delle virtù faticate nella vigilia e in conforto della vegeta-
tiva virtù, eziandio senza essere da alcuno escitati, da questo per
noi medesimi ci sciogliamo. E di questo alcuna cosa più distesa-
mente diremo nel principio del quarto canto del presente libro.
L'altra maniera del corporal sonno è quella, dalla quale vinta
ogni corporal potenza, si separa l'anima dal corpo, e senza
alcuna cosa sentire o potere o sapere, immobili giacciamo, e
giaceremo infino al di novissimo, senza poterci levare. E di
questo intende il salmista, quando dice: « Cum dederit dilectis
suis somìium ».
Il sonno mentale, allegoricamente parlando, è quello quando
l'anima, sottoposta la ragione a' carnali appetiti, vinta dalle con-
cupiscenze temporali, s'addormenta in esse, e oziosa e negligente
diventa, e del tutto dalle nostre colpe legata diviene, quanto è in
potere alcuna cosa a nostra salute operare. E questo è quel sonno,
dal quale ne richiama san Paolo, dicendo: « Hora est iam Jios de
sonino surgere ^. E questo sonno può essere temporale e può esser
perpetuo. Temporale è quando ne* peccati e nelle colpe nostre in-
viluppati dormiamo ; e il salmista dice : « Surgite postquam sede-
ritis, qui ììianducatis panem dolor ìs »; e in altra parte san Paolo,
dicendo : « Surge, qui dormis, et exurge a mortuis, et illuminabit
te Chris t US » . E talvolta avviene per sola benignità di Dio che
noi ci risvegliamo, e, riconosciuti i nostri errori e le nostre colpe,
per la penitenzia levandoci, ci riconciliamo a Dio, il quale non
vuole la morte dei peccatori; e, a lui riconciliati, ripognamo,
mediante la sua grazia, la ragione, si come donna e maestra
della nostra vita, nella suprema sedia dell'anima, ogni scellerata
operazione per lo suo imperio scalpitando e discacciando da noi.
Perpetuo è quel sonno mentale, il quale, mentre che ostinata-
mente ne' nostri peccati perseveriamo, ne sopraggiugne l'ora
ultima della presente vita, e in esso addormentati, nell'altra
l66 III - COMENTO ALLA « DIVINA COMMEDIA »
passiamo, là dove, non meritata la misericordia di Dio, in sem-
piterno coi miseri in tal guisa passati, dimoriamo. Li quali si di-
con «dormire nel sonno della miseria», in quanto hanno perduto
il poter vedere, conoscere e gustare il bene dello 'ntelletto, nei
qual consiste la gloria de* beati. È adunque questo sonno mentale
quello del quale il nostro autor vuole che qui allegoricamente
s'intenda; nel qual, ciascuno che si diletta più di seguir l'ap-
petito che la ragione, è veramente legato, e ismarrisce, anzi
perde la via della verità, alla quale in eterno non può ritornare.
La seconda cosa che era da vedere dissi che era come noi
in questo sonno mentale ci leghiamo. E, percioché i lacciuoli
sono infiniti, li quali la carne, il mondo e '1 dimenio tendono
alla nostra sensualità, pienamente dire non se ne potrebbe per
lingua d'uomo; ma ad un de' modi, il quale è quasi universale,
riducendoci, dico che, dalla nostra puerizia, noi il più dirizziamo
i piedi, cioè le nostre affezioni, in questi lacci, e, quasi non
accorgendocene (percioché più i sensi che la ragione abbiamo
allora per guida), si c'inveschiamo, che poi o non ci sciogliamo
da quegli, o non senza grande difficultà, volendo, ce ne svi-
luppiamo. A questa età i nostri tre predetti nemici con ogni
sollecitudine stendono le reti loro. E la ragione è questa: l'età,
come detto è, è tenera e nuova e vaga, e la sensualità è in
essa fortissima, percioché la ragione non v'è ancora assai
perfetta; e, secondo che pare che la esperienza ne dimostri,
dalla gola, alla quale quella età è inchinevole, par che prenda
inizio la nostra ruina. E la ragione pare assai manifesta: sono
generalmente i fanciulli vaghi del cibo, sospignendogli a ciò la
natura che il suo aumento disidera; e gustando, come spesso
avviene, le saporite e dilicate vivande e i vini esquisiti, a pian
passo procedendo ed ausando il gusto a quello che non gli bi-
sognerebbe, cominciano, quantunque piccoli e fanciulli sieno,
ad aver men cari quegli cibi, che, quantunque rozzi, solcano
satisfare alla fame e alla sete loro, e i più preziosi desiderano
e domandano, e dal disiderio ad ottenergli si sforzano; e con
questo nella età più piena procedendo, quasi come da naturale
ordine tirati, nel vizio della lussuria discorrono. Questa, la quale
III-COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA» 167
non solamente i giovani, ma i vecchi fa se medesimi sovente
dimenticare, loro con tante e tali lusinghe diletica, che, potendo
all'appetito la vigorosa età dell'adolescenza sodisfare, con ogni
pensiero e con ardentissima affezione quello vituperevole diletto
seguendo, tutti si mettono. E quinci, per compiacere, negli orna-
menti del corpo discorrono, non altrimenti assai sovente ornan-
dosi, che se vender si volessono al mercato de' poco savi. Le
quali cose, percioché senza denari esercitar pienamente non si
possono, gli sospingono nel disiderio d'aver denari, e, per quegli
ogni coscienza posposta, senza alcuna difficultà ad ogni diso-
nesto guadagno si dispongono, e quinci giucatori, ladri, barat-
tieri, simoniaci, ruffiani e disleali divengono. E già ad età più
piena d'anni venuti, veggendo gli onori, la pompa, la potenza
e la grandigia de' re, de' signori, de' gran cittadini, di quegli
s'accendono, e quinci invidiosi, superbi, crudeli e ambiziosi di-
vengono. Le quali cose, e altre molte, cosi successivamente, e
talora con altro ordine cresciute, e multiplicate e abituate in noi,
nel sonno della oblivione dei comandamenti di Dio ci legano
e tengon si stretti, che, quasi convertite in natura, per remore
che fatto ci Sia in capo, destare non ci lasciano. Le quali cose
accioché a' lacedemoni avvenir non potessero, per legge co-
mandò Licurgo che i lor figliuoli, ecc. (vedi Giustino, nel terzo
libro, poco dopo il principio). [Né è mia intenzione il modo da
addormentare i miseri nel sonno de' peccati lasciare.] Percioché
molti aguati hanno gli avversari nostri, con li quali, se creduti
sono, ogni matura e robusta età adoppiano: ma perciò mi
piacque far singular menzione di questa, perché, in questo modo
presi, ci abituiamo ne' peccati; e por giù l'abito preso è diffici-
lissimo; e, se pur si rimuove l'uomo talvolta dal peccare, con
molta meno difficultà v'è rivocato colui che abituato vi fu, che
colui che non vi fu abituato, e alcuna volta da essa memoria
delle colpe già commesse v'è ritirato.
La terza cosa, la qual dissi era (fa cercare, è di veder qual
sia la via la quale l'autore dice d'avere per questo sonno
smarrita. Egli è il vero che le vie son molte, ma tra tutte non
è che una che a porto di salute ne meni, e quella è esso Iddio,
l68 III - COMENTO ALLA « DIVINA COMMEDIA »
il quale di sé dice nell'Evangelio : « Ego sum via, veritas et vita »;
e questa via tante volte si smarrisce (dico « smarrisce », perché
poi chi vuole la può ritrovare, mentre nella presente vita stiamo),
quante le nostre iniquità dai piaceri di Dio ne trasviano, mo-
strandoci nelle cose labili e caduche esser somma e vera
beatitudine. E questa via, per la quale i nostri avversari ci ritor-
cono, danna il salmista, dicendo: « Beatus vir qui non abiit m
Consilio impiorum, et in via peccatorum non stetit-», ecc.; ed in
altra parte dice pregando : « Via7n iniquitatis amove a me, et in
lege tua miserere mei ». Chiamasi ancora la vita presente « via »;
e di questa dice il salmista: ^ Beati immaculati in via^\ e in altra
parte : « De torrente in via bibit » .
Ma, come detto è, accioché di molt'altre lasciamo istare
il ragionare, la prima è quella per la quale, se la gloria eterna
vogliamo, ci conviene andare: e da questa si smarrisce ciascuno
il quale nel sonno de' peccati si lega. E, percioché, come di
sopra è mostrato, lusinghevolmente sottentrano i vizi, e co-
minciano in età nella quale pienamente conosciuti non sono,
dice l'autore non ricordarsi come questa via diritta abbando-
nasse. E credibile è. Chi sarà colui che pienamente della ori-
gine delle sue colpe si possa ricordare? Conciosiacosaché esse
vengano con diletto della sensualità, e, quel passato, quasi state
non fossero, leggiermente in dimenticanza si mettono.
La quarta cosa, la qual propuosi da essere da investigare,
fu qual cosa potesse esser quella che l'autor movesse a rav-
vedersi che esso avesse la diritta via smarrita. E questa, senza
alcun dubbio, si dee credere che fosse la grazia di Dio, il quale
ci ama assai più che non ci amiamo noi medesimi, e sempre
è alla nostra salute sollecito ; il che assai bene ne mostra Gio-
venale, dicendo:
Nam prò iocundis aptissima quaeque dabunt dii:
cariar est homo illis, quam. sibi, ecc.
Ma, accioché noi cognosciamo qual fosse la grazia di Dio,
dalla quale l'autore tócco si movesse a destarsi del sonno
mortale, nel quale la mente sua era legata, e a ravvedersi in
Ili - COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA» 1 69
qual pericolo fosse l'anima sua, è da sapere, si come il «maestro
delle sentenze» afferma, esser quattro grazie quelle che la divina
bontà ci presta alla nostra salute : delle quali la prima è chiamata
grazia « operante », della quale dice san Paolo: « Per la grazia
di Dio io sono quello che io sono » ; la seconda grazia si
chiama grazia « cooperante », e di questa dice san Paolo mede-
simo: « La grazia di Dio non fu in me vacua » ; la terza grazia si
chiama « perseverante », della qual dice il salmista: « Et miseri-
cordia eius subsequatur me omnibus diebus vitae meae »; la quarta
grazia si chiama « salvante », della quale si legge nell'Evangelio:
« De plenitudine eius omnes accepifiius gratiam per gratiam ». Fa
adunque la prima grazia, del malvagio uomo, buono, si come
nel Libro della sapiejiza si scrive: « Verte ipsum, et non erit-^\ e
san Paolo dice : « Fuistis aliquando tenebrae, nunc autem lux in
Domino ». La seconda, cioè la cooperante, fa del buono, migliore ;
e di ciò dice il salmo: « Ibunt de virtute in virtutem ». La terza,
cioè la perseverante, ne trasporta della via nella patria, della quale
dice l'Evangelio: « Qui perseveraverit usque in finem, hic salvus
erit»; n^W Apocalissi si legge : « Quicumque vice ri t, dabo ei edere
de Ugno vitae, quod est in paradiso Dei mei»\ e in altra parte
x\i:\V Apocalissi medesimo: « Quicumque vicerit, faciam illum co-
lum7iam in tempio Dei mei». La quarta, cioè la salvante, secondo
i meriti guiderdona i faticanti; di che l'Evangelio dice: « Qind
hic statis quotidie ociosif ite et vos in vineam meam, et quod
iustum fuerit dabo vobis »; e san Paolo : « ut recipiat unusquisque
secundum ea quae fecit». Di queste quattro grazie, delle quali
ho alquanto parlato, percioché più volte nel processo di questo
libro se n'ara a ragionare, più diffusamente se ne vorrebbe
esser detto ; nondimeno questo basti al presente. E dico che
la prima grazia senza alcun merito di colui che la riceve si
dona; di che dice san Paolo: « Non secundum opera quae feci-
mus nos, sed secundum suam misericordiam salvos 7ios fecit».
Le qualità delle quali grazie consider^e, assai manifestamente
appare la prima delle quattro essere stata quella che al nostro
autore (e similemente a ciascun altro che in simile caso si
truova), fu conceduta da Dio, per la quale esso il suo misero
stato conobbe.
I70 III - COMEI^TO ALLA «DIVINA COMMEDIA»
Ma potrebbe alcun domandare: in che maniera tocca Do-
meneddio i peccatori con questa sua grazia? Le maniere son
molte, percioché a tanto artefice, quanto Iddio è, non mancò
mai modo a quello che egli volesse adoperare. Dice il salmista:
€ Dixit et facta sunt: mandavit et creata sunt ^ . Esso primiera-
mente alcuna volta con visioni tocca le menti di coloro che di
questa grazia hanno bisogno, si come noi leggiamo di Costantino
imperadore, il quale, dormendo, vide san Pietro e san Paolo,
e il loro ammaestramento udì, e poi si destò dal corporal sonno
e dal mentale, quello segui, e gli errori del paganesimo tutti
da sé cacciò. Tocca alcuna volta con aperta visione, come fece
san Paolo quando andava a Damasco; e fu di si fatta forza
questo toccamente, che esso divenne subitamente, di lupo,
agnello e vaso di elezione pieno di Spirito santo. Tocca an-
cora co' suoi messaggeri, si come fece David, il quale per
l'omicidio d'Uria e per l'adulterio commesso in Bersabé, es-
sendosi dal suo piacer partito, mandatogli Nathan profeta, il fece
riconoscere ; il quale, piangendo, e in quel salmo allora da lui
composto, cioè «Miserere mei, Deiis^, la sua misericordia addo-
mandando, impetrò del commesso perdonanza; e similemente
Ezechia re, nunziatagli per comandamento di Dio da Isaia
profeta la sua morte, pianse e pregò, e impetrò quindici anni
di vita. Tocca ancora con tribulazioni intorno alle cose mon-
dane; perché gli uomini, sentendosi affliggere nella perdita de'
figliuoli e delle possessioni, delle mercatanzie, degli stati e di
simili cose, quasi desti dal mortai sonno si ritornano verso
Iddio, e ingegnansi d'uscire della via delle tenebre e tornare
alla luce. E quantunque saper non possiamo qual si fosse, di
queste o forse d'alcuna altra, la maniera con la quale la grazia
di Dio toccò l'autore addormentato dal sonno mentale, credesi
nondimeno per molti che da tribulazioni fosse tócco; già av-
veggendosi in questo tempo, nel quale la presente opera inco-
minciò, di quello che poi quasi a mano a mano gli avvenne,
cioè di dover perdere lo stato suo, e di dovere andar in esilio,
e di dovere nelle proprie cose ricever danno. Per la qual
cosa, da questa grazia operante tócco, cominciò a pensare, e
Ili - COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA» 171
pensando a conoscere le cose presenti non avere alcuna stabilità,
esser piene d'invidia e di pericoli, e nulla altra cosa in sé
aver fermezza se non il servire e amare Iddio. Dal quale pen-
siero fu cominciata a rompere la nuvola della ignoranza, la
quale infino a quella ora l'avea occupato, e cominciò a cono-
scere la miseria dello stato de' peccati, e ad avvedersi in quanti
e quali fosse inviluppato, e in quanto pericolo esso fosse lun-
•gamente dimorato d'andare ad eterna perdizione.
La quinta cosa, che dissi era da vedere, è perché più nel
mezzo della nostra vita che in altra età questo avvenisse. In-
torno alla qual cosa è da sapere questo vocabol « mezzo »
potersi prendere in due modi. L'un modo è quello che nella
esposizione litterale dicemmo, cioè puntale ; il quale mezzo è
dirittamente quel punto che igualmente è distante a due estre-
mità. Verbigrazia: egli è una verga lunga due braccia, cioè
dall'una estremità della verga all'altra sono due braccia ; per che
il mezzo puntale di questa verga sarà là dove, dall'una estre-
mità cominciandosi e andando verso l'altra la lunghezza d'un
braccio, là dove egli finirà, sia puntalmente il mezzo di questa
verga. E possiamo ancor dire il mezzo puntale esser quel
punto il quale la sesta fa, quando alcun cerchio discriviamo ;
percioché questo in ogni parte del cerchio è igualmente di-
stante dalla circunferenza. La seconda maniera del mezzo s'in-
tende assai sovente ciò che si contiene intra due estremi, o
infra la circunferenza del cerchio ; si come Niccolaio di Tamech
sopra il Tito Livio dice che Arno è un fiume posto nel mezzo
tra Fiesole e Arezzo; e in alcun luogo dice la Scrittura, leru-
salem essere nel mezzo del mondo: per lo qual mezzo molti
intendono il mezzo puntale, e ciò, come i geometri sanno,
non è vero. E perciò in questa parte è da prendere la parola
dell'autore, quanto alla persona sua, per lo mezzo puntale;
percioché, come di sopra mostrammo, egli era di età di
trentacinque anni, eh' è il mezzo puntale della vita nostra,
quando, tócco dalla grazia di Dio, si ravvide dove l'aveva la
ignoranza menato. Ma, percioché a ciascuno uomo, in che
età egli si sia, può avvenire, anzi avviene tutto il di, che,
17-2 iri-COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA»
abbandonata la via della verità, s'entra ne' vizi, e similemente,
per la grazia di Dio, il ravvedersi; si può per gli altri, i quali
in altra età che l'autore si ravveggono, intender questo mezzo
quello spazio che è posto in fra il di della nostra natività e
il di della morte. E puossi quel mezzo il quale per l'autore
s'intende, che è intorno all'età de' trentacinque anni, moral-
mente prendere, secondo che in quella età ogni corporale virtù
è a sua perfezion venuta; e cosi, in qualunque tempo l'uomo
si ravvede del suo mal vivere e al ben vivere si converte, si
può dire ogni potenzia animale esser venuta in perfetta virtù ;
e cosi nella buona disposizione, aiutato dalla grazia cooperante,
perseverando, va di questa virtù in altra maggiore, e di quel-
l'altra in un'altra, tanto che egli perviene dove ciascun discreto
disidera al suo fine di venire.
La sesta cosa, la qual dissi che era da investigare, era
quello ch'egli intendesse per quella selva oscura e malagevole
nella quale dice si ritrovò. È adunque questa selva, per quello
che io posso comprendere, lo 'nferno, il quale è casa e prigione
del diavolo, nella quale ciascun peccatore cade ed entra, si
tosto come cade in peccato mortale. E che ella sia lo 'nferno,
la discrizion di quella il dimostra assai chiaro, in quanto dice
che ella era « oscura », cioè piena d' ignoranza (il che assai chiaro
ne mostra Isaia quando dice : « Erravimus a via veritatis, et sol
iustitiae non illuxit nobis »), considerata la qualità di coloro che
in essa dimorano: peroché, se in loro fosse alcuna luce di sa-
pienza, non è alcun dubbio che non cercasson tantosto d'uscirne.
E chi è più ignorante che colui il quale, potendo schifare il
fare contro a' comandamenti del suo Creatore (che può ciascun
che vuole), si lascia tirare alle lusinghe della carne e del mondo
e alle fallacie del dimonio? o che pure, veggendosi per la
nostra fragilità tirato, non si sforza, avendo la via, d'uscirne,
ma, aggiugnendo l'una colpa sopra l'altra, più se medesimo
inviluppa, e fa col continuo peccare più tenebroso il suo intel-
letto e più forti le catene del suo avversario? Dice, oltre a
ciò, questa selva essere «selvaggia», si come del tutto strana da
ogni abitazione umana: percioché nella prigion del diavolo,
III-COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA» I73
nella quale noi medesimi peccando ci mettiamo, non è alcuna
umanità, né pietà, né clemenzia, anzi è piena di crudelità,
di bestialità e di iniquità. Né osta il dire: egli v'abitano gli
uomini peccatori; percioché questo non è vero; che, come
l'uomo ha commesso il peccato, egli diventa quella bestia, li cui
costumi son simili a quel peccato. Verbigrazia: colui che nel
vizio della lussuria si lascia cadere, percioché la lussuria per
la sua bruttezza è simigliata al porco, esso diventa porco, quan-
tunque effìgie umana gli rimanga; e il rapace diventa lupo,
perché il lupo è rapacissimo animale: e cosi quello luogo è
salvatico, si come privato d'ogni umana stanza. È, oltre a
questo, «aspra» per le spine, per li triboH e per gli stecchi, cioè
per le punture de' peccati, li quali, continuamente dai morsi
della coscienza infestati, dolorosamente pungono il peccatore.
Ed è < forte », in quanto tenacissimi sono i legami del diavolo,
e massimamente negli ostinati, li quali, poi che nel profondo
delle colpe caduti sono, della divina misericordia disperandosi,
disprezzano Iddio e turano gli orecchi alli ammonimenti de'
giusti uomini e alla evangelica dottrina. E, per queste qualità,
a colui il qual è tócco dalla divina grazia, ella pare (e cosi è),
piena di tanta amaritudine, che poco più è la morte eternale,
nella quale alcuna dolcezza non s'aspetta giammai.
Nondimeno dice l'autore alcun bene aver trovato in essa.
Per lo qual bene niun' altra cosa credo che sia da intendere,
altro che la misericordia di Dio, la quale non ha luogo che
ne' giusti s'adoperi; e cosi ne' peccatori è tanto necessaria,
che, se essa non fosse, alcun nostro merito né lagrima mai
potrebbe sodisfare alla divinità, del peccato commesso. Ella
adunque è quella, che, nella oscurità della nostra ignoranza e
delle nostre colpe, colle braccia aperte si trova presta a non
guardare a' difetti commessi, ma solamente alla buona affezione
di chi a lei rivolger si vuole per doverla ricevere; questa è
quella, la cui benignità riguardata, ti sé dalla disperazion ci
ritira. Della quale, si come di bene trovato là ove ella è op-
portuna, l'autore dice di voler trattare, si come fa nel libro
secondo della presente Commedia, nel quale pienamente si
J74 III - COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA»
posson comprendere e la sua santissima liberalità e i pietosi
effetti verso i peccatori, quantunque essi abbiano incontro ad
essa operato.
La settima cosa dissi era da vedere perché più nel principio
del di scriva l'autore d'essersi ravveduto che ad altra ora.
Puossi intorno a questa parte dire, quanto gli uomini involti
ne' peccati dimorano, tanto dimorare nelle tenebre della notte,
cioè della ignoranzia; la quale, come la notte toglie il poter
conoscere o vedere le cose, quantunque nel cospetto ci sieno,
cosi toglie il cognoscere il vero dal falso e le cose utili
dalle dannose. E perciò, qualora avviene che la grazia di Dio
operante tocca il peccatore ed è da lui ricevuta, cosi comincia
a tornar la luce della conoscenza di Dio e di se medesimo e
del suo stato; e ognora che la luce apparisce, è di necessità
che le tenebre della notte cessino ; ed in quella ora che le te-
nebre cessano, si come manifestamente appare, è principio del
di, e massimamente a colui il quale abbandona la notte della
ignoranza, sollecitato e sospinto dalla divina grazia. E di questo
dice Osea profeta in persona di Cristo: «/« tribulatione sua mane
consurgent ad me ». Ed il peccatore d'altra parte, come agli occhi
dell'intelletto gli apparisce la divina luce, già le sue malvage
operazioni cominciando a cognoscere, può dire quelle parole
del salmista : « Mane adstabo libi et videbo: qìWìiiam non Deus
volens iniquitatem tu es». Dunque congruamente finge l'autore
di mattina essere stato questo ravvedimento, per lo quale si co-
nobbe essere nella oscura selva dei peccati e della ignoranza.
L'ottava cosa dissi era da vedere quello che l'autor vuol
intendere per lo sole che sopra il monte vide e per lo monte.
Per li monti intende la Scrittura di Dio spesse fiate gli apostoli;
e questo, percioché, come i monti son quegli che prima rice-
vono i raggi del sole materiale surgente, cosi gli apostoli fu-
rono i primi che ricevettero i raggi, cioè la dottrina del
vero sole, cioè di Gesù Cristo, il quale è veramente sole di
giustizia e luce, la quale illumina ciascuno che viene in questo
mondo. E che esso sia vero sole, per molte ragioni si dimo-
strerebbe, le quali al presente per brevità ometto. E, secondo
Ili - COMENTO ALLA « DIVINA COMMEDIA » I75
che io estimo, nell'autore, sentita la grazia di Dio, venne quel
desiderio, il quale si dee credere che vegna in ciascuno il quale
quella grazia in sé riceve: cioè di conoscere pienamente le
colpe sue, e qual via dovesse tenere per poter venire a salute;
ed occorsegli nella mente alcuna dottrina non potergli in questo
suo disiderio satisfare, come l'apostolica; rammemorandosi delle
parole del salmista, dove, parlando di loro, dice: ^ Non sunt
loquelae, neque sermones, quorum non audiantur voces eorum.
In omnem terram exivit sonus eorum, et in fines orbis terrae
vcrba eorum ». E però, fuggendo la confusione delle tenebre del
peccato, si può dire dicesse, come talvolta disse il salmista:
« Levavi oculos meos in montes, unde veniel auxilium mihi » ;
volendo in questo dire che egli levasse gli occhi della mente
alle Scritture e alla dottrina apostolica, dalla quale sperava do-
vere avere aiuto al suo bisogno. Ed accioché questa speranza
gli si fermasse nel cuore, dice che vide la sommità di questo
monte coperta de' raggi del pianeta, cioè del sole, a dimostrare
che essa dottrina apostolica sia illuminata del lume dello Spi-
rito santo, il quale veramente mena altrui diritto per ogni calle;
cioè, da che che colpa l'uom si parte, egli è da lui menato in
porto di salute. E che la dottrina degli apostoli sia santa e ve-
ramente piena de' doni dello Spirito santo, appare per le pa-
role d'Isaia, dove dice: ^ Requiesc^t super eum spiritus timor is
Domini, spiritus sapie?itiae et intellectus, spiritus consilii etfo?'-
titudinis, spiritus scientiae et pietatis, et replebit eum spiritus
timoris Dominio. Per che l'autore, e qualunque altro, veggendosi
cosi fatto rifugio apparecchiato davanti, dove prender lo voglia,
puote meritamente sperare, e, sperando, minuire la paura della
morte eterna, nella quale il fanno dimorare le catene del diavolo,
mentre in esse dimora legato. E, oltre a ciò, veggendo sopra
questo monte il sole scacciatore delle tenebre eterne, e il quale
è toglitore de' peccati, si come noi di lui leggiamo : « Ecce agnjis
Dei, ecce qui tollit peccata mundi -t*-, pJliote ancora maggiormente
sperar salute, sospinto dalle parole d'Isaia, il quale dice: « Vobis,
qui timetis Deum, orietur sol iustitiae » . E perciò meritamente
l'autore, conosciuto, là dove era, esser valle di miseria, si si
176 III - COMENTO ALLA « DIVINA COMMEDIA »
sforza di partir di quella e di voler salire al monte, cioè alla
dottrina della verità, e a Colui il quale puote liberare ciascuno,
che con affetto vuole, delle mani dello 'nferno.
[Lez. \ 1] La nona cosa, la qual dissi considerar si volea, era quello
che l'autor sentisse per la considerazione avuta, poi che al-
quanto la paura gli cessò ; e appare per le sue parole essere
stata del pericolo, nel quale si vedeva essere stato la passata
notte: per la quale dobbiamo intendere il primiero atto dell'a-
nimo di colui che la passata miseria della sua vita comincia
a cognoscere. Il quale veramente non è altro che paura, e spe-
zialmente avendo egli spazio e alcuna luce di sentimento, per
la qual possa discernere quante e quali possano essere state
quelle cose che in quelle miserie l'avrebbono, ciascuna per se
medesima, potuto far morire di perpetua morte: e massimamente
cognoscendo la ingratitudine sua verso Iddio, dal quale infiniti
benefici ha ricevuti, cognoscendo la sua giustizia, la quale, pas-
sato il tempo della misericordia, è irrevocabile, né si può, come
quella de' mortali giudici, con prieghi né con lagrime piegare,
né corromper con doni o con eccezioni prolungare. Dalla quale
considerazione si levan presti coloro, li quali invano non rice-
vono la divina grazia, e per la diserta piaggia a salire al monte
muovono i passi loro. E dice «diserta», percioché ancora è ste-
rile e senza alcun virtuoso frutto l'anima di colui che pure ora
ora comincia a partirsi della via del peccato.
La decima cosa, la quale da essere cercata dissi, è quello
che noi dobbiamo sentire per le tre bestie, le quali l'autor
mostra che impedivano il suo cammino. [Ed intorno a questo
è da considerare queste bestie altrimenti doversi intendere
avendo riguardo solamente all'autore, e altrimenti avendo
riguardo generalmente a ciascun peccatore, che vuole alla via
della verità ritornare, percioché non ogni uomo igualmente
è da una medesima passione impedito: e perciò avviso l'autor
ponesse quello che a lui sentiva s'appartenesse e di che più
si conosceva passionato. E però primieramente quello dirò ch'io
sentirò per queste tre bestie appartenere all'autore: poi, se niuna
cosa v'avrò da mutare per riducerle al senso spettante all'uni-
versità dei peccatori, come saprò, il farò e dimostrerò].
Ili - COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA» I77
Dice adunque che, essendo nella predetta meditazione, dili-
berato di lasciare la valle oscura e di salire al monte luminoso
e chiaro, cioè alla dottrina apostolica ed evangelica, essere
state tre bestie quelle che il suo salire impedivano: una leonza,
o lonza che si dica, e un leone e una lupa. Le quali, quantunque
a molti e diversi vizi adattare si potessono, nondimeno qui,
secondo la sentenzia di tutti, par che si debbano intendere per
questi: cioè per la lonza il vizio della lussuria, e per lo leone
il vizio della superbia, e per la lupa il vizio dell'avarizia. E,
percioché io non intendo di partirmi dal parere generale di
tutti gli altri, verrò a dimostrare come questi animali a' detti
vizi si possono appropriare; e poi, se all'autore parrà di do-
vergli attribuire, rimangasi nello arbitrio di ciascuno.
Sono adunque nella lonza, tra l'altre molte, quattro singolari
proprietà: ella primieramente è leggierissima del corpo, tanto,
o più, quanto alcun altro quadrupede sia; appresso, la sua pelle
è leccata, piana e di molte macchie dipinta; oltre a questo, ella
è maravigliosamente vaga del sangue del becco; ultimamente,
ella è di sua natura crudelissimo animale.
Le quali quattro proprietà, secondo il mio giudicio, sono
mirabilmente conformi al vizio della carne: percioché la sua
leggerezza è a dimostrare la levità degli animi di quelle persone
o che con l'appetito o che attualmente con esso vizio s'invi-
scano; imperoché essi alcuna volta ardon tutti, da fervente
disiderio della cosa amata accesi, e alcun'altra son più freddi
che la neve, cessando punto la speranza della cosa amata; e
quasi in un momento ridono e cantano, e lamentansi e pian-
arono, e cosi insuperbiscono subito, e subitamente diventano
umili ; ora turbati garrono e gridano, e di presente mitigati
lusingano. Le quali levità ottimamente discrive Plauto in una
sua commedia chiamata Cislellaria, dove un giovane, più che
uopo non gli era, invescato in questa pania, dice cosi:
Credo ego amorem prìmum apud homines carnificinam commentum,
hanc ego de me conieciuram domi facio, ne foras quaeram.,
qui omnes homines supero, atque antideo cruciabilitatibus animi,
lactor, cruciar, agitor, stimulor, vexor vi anioris totus, miser.
G. Boccaccio, Scritti danteschi - \. 12
lyS III - COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA»
Exanimor, feror, differor,. distrahor, diripior: ita nullam mentem
animi habeo: ubi suni, ibi non sum: ubi fion sum, ibi est animus:
ita niihi omnia ingenia sunt. Quod lubet, non lubet iam id continuo,
ita me amor lassum animi ludificat, fugat, agii, appetii,
raptat, retinet, iactat, largitur: quod dai, non dat: deludit:
modo quod suasit, dissuadet: quod dissuasiti itidem ostentai.
Maritimis moribus mecum expelitur: ita nieum frangit amantem
animum ncque, nisi quia miserne eo pessum, mihi ulta abest perdita
pernities, ecc.
Oltre a ciò, questo disonesto appetito è velocissimo in per-
mutarsi, e salta tosto d'una cosa in un'altra: un muover d'occhi,
un atto vezzoso, un riso, una guatatura soave, una paroletta ac-
cesa, una lusinga, d'uno amore in un altro, come vento foglia,
gli trasporta; e ora avendo a schifo questa che piacque, e ora
desiderando quella che ancora non era piaciuta, dimostrano
il lieve movimento della lor mente. La infelice Didone, secondo
Virgilio, per un forestiero affabile, mai più non veduto, subi-
tamente dimenticò il lungamente e molto amato Sicheo; assai
bene verificando quello che l'autore, nel Purgatorio, delle fem-
mine dice:
Per lei, assai di lieve si comprende
quanto in femmina fuoco d'amor dura,
se l'occhio o '1 tatto spesso noi raccende.
Giasone dell'amor d'Isifile in brieve tempo saltò in quel di
Medea, e, lei abbandonata, poi si rivolse a Creusa. Le quali
inconvenienze e disordinati appetiti, assai bene convenirsi la
leggerezza di questa bestia co' miseri libidinosi dimostrano.
Appresso, la pelle sua leccata e di macchie dipinta, non
meno che la predetta, si confà co' costumi de' lascivi ; percio-
ché quegli, gli quali da tal passione son faticati, quanto pos-
sono, o per pigliare o per tenere, si studiano di piacere; per
la qual cosa s'adornano di vestimenti vari, pettinansi, lavansi e
dipingonsi, specchiansi, tondonsi, vanno e tornano, cantano,
suonano, spendono, gittano, e, dove di parer più begli e più
accettevoli si sforzano, vituperevolmente di disoneste ed enormi
III-COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA» I79
brutture si macchiano. Con queste armi e' prese e fu preso Paris
da Elena; con queste armi mise Dalila nelle mani de* suoi ne-
mici Sansone ; con queste armi prese e irreti Cleopatra Cesare.
E, oltre a questo, questa bestia è maravigliosamente vaga
del sangue del becco. Intorno alla qual cosa si dee intendere
in questo dimostrarsi l'appetito corrotto di coloro li quali in
questa bruttura si mescolano: percioché, si come il becco è
lussuriosissimo animale, cosi, per l'usare questo vizio, più lus-
surioso si diviene. Per la qual cosa alcuni miseramente, creden-
dosi in cotal guisa sviluppare, non accorgendosene, s' invilup-
pano; percioché non questo, come gli altri vizi, per continuo
combattimento si vince, ma per fuggire: il che ottimamente
dimostrarono i poeti nella scrizione della battaglia d'Ercule e
d'Anteo. E, oltre a ciò, il becco è fiatoso animale e olido,
del quale questa bestia si diletta: in che si dimostra la vaghezza
dei libidinosi intorno al fiatoso e abbominevole atto venereo, il
quale è intanto al naso e agli occhi noioso e allo 'ntelletto
umano, che se non fosse che la natura ha in quello posto ma-
raviglioso diletto, accioché l'umana specie per non generare
non venga meno, io sono d'opinione che ciascuno come fasti-
diosissima cosa il fuggirebbe. E la dilettazione, la quale questa
bestia ha del sangue del becco, assai chiaro dimostra l'appetito
che ciascuna delle parti di quegli, che a questa turpitudine si
congiungono, hanno del fine di quello disonesto atto ; nel quale
il sangue de' miseri dannosamente tante volte, quante per altro
che per generare si versa, non meno biasimevolmente, che se
in una fetida sentina si gittasse, si perde. Senza che, per questo
i nervi indeboliscono, il veder ne raccorcia, i membri ne di-
ventan tremuli, e la nodosa podagra, con gravissima noia di
chi l'ha, tiene tutto il corpo quasi immobile e contratto; e
cosi non solamente se n'offende Iddio, ma ancora se ne gua-
stano i miseri la persona. Per questo convenne a Gaio Antonio,
poste giù l'armi, militare con l'animo dietro a Catellina; e, come
che più non me ne ridica or la memoria, non è da dubitare che
i passati secoli non ne sieno stati cosi copiosi come veggiamo
l'odierno.
l8o III-COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA»
Ultimamente dissi questo animale essere crudele, per la qual
crudeltà è da intendere la crudeltà di questo peccato, il quale
quegli, che più con lui si dimesticano e congiungono, le più
delle volte conduce a crudelissime spezie di morte. Quanti ro-
busti giovani, quante vaghe donne, mentre senz'alcun freno
questo disonesto diletto hanno seguito, hanno già la lor morte,
dopo faticosa infermità, avacciata? Quanti ancora, non potendo
sofferire né por modo al loro fervente disiderio di pervenire a
quello, hanno se medesimi disonestamente disfatti? Il non potere
aspettare Demofonte, suo amico, condusse Fillide ad impiccarsi.
La miseria di questo vizio diede ad Artabano medo vittoria sopra
Sardanapalo. E qual porco crederem noi che uccidesse Adone
altro che il soperchio coito con Venere, reina di Cipri, sua
moglie ?
Bene adunque si può questa bestia dire essere la concupi-
scenza carnale, la quale, lusinghevole insino alla morte, con
tutte quelle mortali dolcezze ch'ella porge, facendosi incontro
alla sensualità umana, qualora l'animo, riconosciuta la tristizia
di quella, da essa partir si vuole e alle divine cose tornarsi,
con non piccola forza s'ingegna di ritenerlo, non partendogiisi
dinanzi dal volto; quasi voglia dire: rammemorando tutte
quelle persone che già sono state amate, tutti quegli atti, tutte
le parole che già sono state piaciute; le lagrime, la promessa
fede, i rotti sacramenti con pietoso aspetto ricordandogli ; con
false dimostrazioni suadendogli che questa castità, questo pro-
ponimento riserbi agli anni vecchi, e non voglia ora perdere
quello che mai non dee potere recuperare. Con li quali conforti,
e altri molti a questi simiglianti, nel quarto deW Eneida mostra
Virgilio essersi Didone ingegnata di ritenere Enea e dalla glo-
riosa impresa rivolgerlo, come già assai dal buon principio
hanno rivolti al doloroso fine d'eterna perdizione.
Questa adunque si parò davanti al nostro autore, per do-
verlo fare nelle abbandonate tenebre ritornare; il quale dall'ora
del tempo e dalla dolce stagione prese speranza di vincere
questo vizio oppostosi alla sua salute. Per la quale ora del
principio del di credo sia da prendere l'ora o '1 tempo nel
III-COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA» iSl
quale Cristo prese carne umana; il quale prender di carne, fu
senza alcun dubbio il principio della nostra salute il principio
della riconciliazione del nostro signore Iddio con la nostra uma-
nità, il principio del tempo accettevole, il quale per tante migliaia
d'anni fu aspettato. E questo, percioché in quel proprio- di fu,
cioè di venticinque di marzo, nel quale, si come apparirà ap-
presso, il nostro autore dice sé essere risentito dal sonno mor-
tale. E cosi vuole adunque l'autore darne a vedere che, di ciò
ricordandosi, prendesse buona speranza della misericordia di
Colui, senza la quale non si puote avere d'alcun vizio vittoria.
La stagione del tempo similmente gli die' buona speranza, co-
noscendo che in quella stagione era cominciato il tempo della
grazia, e aperta la via alla nostra salute, lungamente stata ser-
rata, ed il nemico della umana generazione abbattuto: perche
sperar si dovea di poter similmente abbattere i suoi ministri.
La seconda bestia, la qual si fece incontro al nostro autore,
tu un leone, il quale dissi essere inteso per la superbia, alla
quale, come egli si confaccia, ne mostreranno alcune delle sue
proprietà, a quelle del vizio poi equiparate. È il lione non so-
lamente audace ma temerario; e appresso è rapace e sopra-
stante ; ed è ancora aUisono nel ruggir suo, intanto che egli
spaventa le bestie circunvicine che l'odono: e, come che assai
più ce n'abbia, queste tre bastino a mostrare per lui ottima-
mente potersi intendere il vizio della superbia.
Dissi adunque il lione essere non solamente audace ma te-
merario; percioché, senza misurare le forze sue, non è alcuno
animale si forte (che ne sono assai più forti di lui), il quale egli
non presuma d'assalire ; di che egli talvolta con gran suo danno
è ributtato indietro. Ed Aristotile nel terzo deW E/ica, là dove
parla della fortezza, dice che l'esser temerario è vizio, in quanto
il temerario presume, oltre alle sue forze, quello che a lui non
s'appartiene. E questo vizio è il presumere alcuno di combat-
tere con due o con tre o con più; conciosiacosaché cia-
scuno debba credere uno poter quanto un altro, e con quell'uno
mettersi a combattere è ardire e segno di fortezza; dove l'andar
contro a più, potendogli schifare, è temerità. In questo l'uomo
l82 III - COMENTO ALLA « DIVINA COMMEDIA »
superbo è simigliante al leone, percioché il disiderio del su-
perbo è tanto di parer quello che egli non è, che cosa non è
alcuna si grave, che egli non presuma di fare, quantunque a
lui non si convenga, sol che egli creda per quello essere re-
putato magnanimo. E questa cechità ha già messo in distruzione
molti regni, molte province e molte genti; questa fu cagione
al primo agnolo d'esser cacciato di paradiso con tutti i suoi
seguaci; questa fu cagione a Capaneo d'esser fulminato e git-
tate dalle mura di Tebe in terra; questa fu cagione a Golia
d'essere ucciso da Davit, come la Scrittura ne dice.
Dissi ancora che il lione era rapace e soprastante: la qual
cosa è quanto più può propria del superbo, al quale, quantunque
ricco sia, non sofferà l'animo d'esser contento al suo, ma con-
tinuamente prieme e oppressa i minori, ruba l'avere, occupa !e
possessioni, batte e ferisce i resistenti, e in ciascun suo atto
è violento e pieno d'ogni nequizia, e in ogni cosa vuol sopra-
stare agli altri, estimando per questo lo stato suo divenir mag-
giore, esser più temuto e di più eccellente animo reputato.
La qual cosa condusse Giugurta, re di Numidia, ad essere del
sasso Tarpeio gittato nel Tevero; e lezzabel ad essere della
torre sospinta, e da' cavalli e da' carri e dagli uomini scalpi-
tata, e divenir loto e sterco della vigna di Nabaoth : e Antioco
re d'Asia e di Siria essere oltre al monte Tauro da' romani
rilegato.
Similemente dissi che il leone era altisono nel ruggir suo e
ch'egli spaventa le bestie circunstanti; il che Amos profeta dice:
« Leo rugiel, quis ?io?i timebit? -f^ . Al qual romore il vizio della
superbia è evidentissimamente simigliante, in quanto l'uomo
superbo sempre usa parole altiere, spaventevoli e oltraggiose
in ogni suo fatto; sempre parla di sé e de' suoi gran fatti, e
dilettasi e vuole che altri ne parli; quello estimando d'essere
che i paurosi ragionano per piacergli. Per la qual bestialità,
Nabucdonosor, di se medesimo per divina operazione ingannato,
lasciato il solio reale, n'andò a pascer l'erbe ne* boschi; Simon
mago cadde d'aria e fiaccossi la coscia; Roboam, re de' giudei,
de' dodici tribi d' Israel ne perde nove.
Ili - COMKNTIJ Al.LA «DIVINA COMMEDIA» 183
Le quali cose sanamente considerate, assai aperto dimostrano
noi dover potere per lo leone, al nostro autore apparito, inten-
dere il vizio della superbia, la quale all'uomo, che da lei e
dall'altre nequizie si vuol partire e tornare nel cammino delle
virtù, si para dinanzi agli occhi della mente, non lusingandolo,
ma spaventandolo, col mostrargli che, dove egli la sua maggio-
ranza, il suo altiero stato abbandoni, egli diverrà un menomo
plebeio; né sarà mai ad alcuna gran cosa chiamato, e intra'
suoi di ninna reputazione avuto, sarà dispettato, e da coloro, li
quali esso ha già premuti, offeso e scalpitato, ru'oato e spogliato;
e, se egli ancora del suo stato scende, non vi potrà, quando
vorrà, risalire. [Para ancora la gloria della preminenza, la po-
tenza del levare in alto e d'abbassare secondo il suo volere,
la pompa degli onori, e simili cose assai.] Le quali cose senza
alcun dubbio hanno molto a muovere le tenere menti e a ren-
derle timide di cadere, e per conseguente a farle ritirare indietro
dalla laudevole impresa. Ma a queste due, dice l'autore essere
ancora ad impedire il suo cammino sopravvenuta una lupa,, e
quella, più che l'altre due, averlo spaventato e ripintolo indietro.
La terza bestia, che davanti all'autore si parò, fu una lupa,
fiero animale e orribile, il quale, come davanti dissi, è inteso
per l'avarizia, con la quale come costei si convenga, come
nell'altre due abbiam fatto, alcune delle sue proprietà prese,
e con quelle del vizio conformatole, il mostreranno. Manifesta
cosa è la lupa essere animale famelico e bramoso sempre; ap-
prèsso, quando quel tempo viene, nel quale ella è atta a dovere
concépere, avendo molti lupi dietro continuamente, a quello il
quale più misero di tutti le pare, gli altri schifati, si concede;
e, oltre a ciò. il lupo è animale sospettissimo, continuo si guarda
d'intorno, e quasi in parte alcuna non si rende sicuro, credo
dalla coscienza sua medesima accusato.
Dico adunque la lupa essere famelico e bramoso animale,
e quel medesimo essere l'uomo avaft); percioché, quantunque
l'uomo avaro abbia quello che gli bisogna, onestamente e in qua-
lunque guisa ragunato, forse con molta sollecitudine e gran suo
pericolo, non sta a quel contento; ma, da maggior cupidità
l84 IH - COMKNTO ALLA « DIVINA COMMEDIA »
acceso e da nuova sete stimolato, in ciascun suo esercizio più
che mai si mostra affamato; e, per sodisfare a questa insaziabile
fame, niun pericolo è, niuna disonestà, niuna falsità o altra ne-
quizia, nella qual'e' non si mettesse. Per la qual cosa Virgilio,
nel terzo de\VE//eùfa, fieramente la sgrida, dicendo:
... Quid non nior/a/ia pectora cogis,
auri sacra famesf
Secondariamente il vizio dell'avarizia si mette in uomini
cattivi e pusillanimi; il che appare, in quanto in alcun valente
uomo o magnanimo non si vede giammai ; e che essi sieno cosi,
le loro operazioni il dimostrano. Metterassi l'avaro in una pic-
cola casetta, e in quella, in continua dieta per non spendere,
dimorando senza muoversi, dieci e venti anni presterà ad
usura, vestirà male e calzerà peggio, rifiuterà gli onori per non
onorare, e, dove egli dovrebbe de' suoi acquisti esser signore,
esso diventa de' suoi tesori vilissimo servo; e, quanto maggiore
strettezza fa del suo, tanto tien gli occhi più diritti all'altrui.
Sempre è pieno di rammarichii, sempre dice sé esser povero,
e mostrasi ; e, brievemente, facendosi dei beni della fortuna tri-
stissima parte, quanto l'animo suo sia piccolo e misero mani-
festamente dimostra. Nelle quali cose si può comprendere l'a-
varizia accompagnarsi con la più misera condizione d'uomini
che si trovi, come la lupa col più tristo de' lupi si congiugne.
Appresso questo, dissi il lupo essere sospettoso animale : la
qual cosa esser l'avaro, i suoi costumi il dimostrano. Esso con
alcun suo amico non comunica la quantità de' suoi beni, so-
spicando non la gran quantità palesata gli generi agguati o
invidia. E, oltre a ciò, niuna fede presta all'altrui parole; sempre
suspica che viziatamente gli sia parlato per sottrargli alcuna
cosa; in niuna parte estima essere assai sicuro, e di ciascuno,
che guarda la porta della sua casa, teme non per doverlo ru-
bare la riguardi. Alcun sonno non puote avere intero, né ripo-
sata alcuna notte ; ogni piccol movimento di qualunque menomo
animale suspica non andamento sia di ladroni ; e, non fidandosi
Ili - COMENTO ALLA « DIVINA COMMEDIA » 185
«Ielle casse ferrate, i suoi danari fida alle cave e fosse sot-
terranee. Chi potrebbe assai pienamente narrare i sospetti de'
miseri avari, li quali tutti in sé convertono i lacciuoli, li quali
:<ià hanno tesi ad altrui?
E perciò, dovendo bastare quello che detto n'è, credo assai
convenientemente l'avarizia o l'avaro convenirsi alla lupa, la
quale piena di spavento si para davanti a colui, il quale i di-
sonesti guadagni e l'altre men che buone opere vuole lasciare,
per dovere in miglior via ritornare. E nel cuore gli mette cotali
pensieri: — Che fai tu, misero? ove vuo' tu andare? da qual
parte comincerai tu a rendere i furti, le ruberie e le baratterie
e i denari in mille modi male acquistati? vuo' tu lasciare quello
che tu hai, per quello che tu non sai se tu l'avrai? vuo' tu
avere tanta fatica, tanto tempo perduto, quanto tu hai messo
in ragunare? vuo' tu venire alla mercé degli uomini? come fa-
ranno i figliuoli tuoi? vuogli tu vedere morir di fame? come
farà la tua bella donna, e tu, misero, come farai? Tu diventerai
favola del vulgo, tu sarai schernito, e non sarà chi ti voglia
vedere né udire. Tu puoi ancora indugiare ; ogni volta, eziandio
morendo, può' tu lasciare il tuo a coloro da' quali tu l'hai
avuto. Egli sarà il meglio che tu attenda a guadagnare. —
E con questa e con simili dimostrazioni, che il misero fa
per sudducimento e opera del dimenio, il quale alla nostra salute
sempre s'oppone quanto può, spesse volte siamo frastornati ;
e, avuta poco a prezzo la grazia di Dio, nella nostra miseria
ricaggiamo, e per conseguente in eterna perdizione miniamo.
Né a guardarcene mai c'induce l'età piena d'anni; percioché,
quantunque gli altri vizi invecchino con gli uomini, solo l'ava-
rizia inringiovenisce. E di ciò furono verissimi testimoni Tantalo,
Mida e Crasso, li quali, morendo, prima lei abbandonarono
che essa da loro, vivendo, fosse abbandonata.
[Poterono adunque questi vizi essere all'autore in singularità
cagione di resistenza e di paura. Ma Ae direm noi, in gene-
ralità, che questi tre animali significhino in altri assai, che, dal
vizio partendosi, vogliono alla virtù ritornare? Nulla altra cosa
m'occorre, alla quale queste tre bestie si possano meglio adattare.
l86 IlI-COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA»
che sia quello il che è a tutti comune, che alli tre nostri prin-
cipali nemici, cioè la carne, il mondo, il diavolo; e per la carne
intender la lonza, per lo mondo il leone, e '1 diavolo per la
lupa. Questi tre continuamente vegghiano e stanno intenti alla
nostra dannazione. La carne ne lusinga con la dolcezza de' di-
letti temporali, sotto a' quali è nascoso il veleno infernale, il
qual noi, come il pesce con l'esca piglia l'amo, cosi quasi
sempre co' diletti prendiamo, e, di ciò velenati, miseramente
moiamo. Per la qual cosa il nostro Salvador n'ammaestra e
sollecita di stare attenti a non lasciarci ingannare, quando dice:
« Vigilate, et orate: spiri tus quidem promptus, caro autem in-
firma». E san Paolo similem^nte ne rende avveduti e cauti,
quando dice : « Spiritus concupiscit adversus carnevi, et caro
adversus spiritum>\ vogliendone per questo ammaestrare che
noi siamo e avveduti e forti a resistere alle tentazioni carnali. Il
simigliarne fa il mondo: questi ne para dinanzi gli splendor suoi,
gl'imperi, i regni, le province, gli stati e la pompa secolare, gii
onori e la peritura gloria ; nascondendo sotto la sua falsa luce
i tradimenti, le violenze, gl'inganni, le guerre, l'uccisioni, l'in-
vidie e i furori e i cadimenti e altre cose assai, senza le quali
né pigliare né tenere si possono queste preeminenze, questi
fulgori, queste grandezze temporali: le quali tutte, e ciascuna,
n'ha a privare di pace e di riposo e della eterna beatitudine.
Susseguentemente il dimonio, rapacissimo ed insaziabile divo-
ratore, pieno d'ingegno e d'avvedimento nel male adoperare,
ne minaccia e spaventa di ruine, di tempeste, di tribulazioni,
se della sua via usciremo ; attorniandoci sempre con agguati,
non forse da quelle volessimo deviare. E in tanta ansietà con
le sue dimostrazioni assai volte ci reca, che, toltoci lo sperare
della divina misericordia, a volontaria morte c'induce: e cosi
impedisce tanto chi vuole alla via della verità ritornare, che
egli nelle tenebre eterne il conduce. E queste sono le paure,
questi sono gl'impedimenti e le noie che preparate e date da'
nostri nemici ne sono, e il nostro ben volere adoperare impe-
dito e frastornato, come nella corteccia della lettera l'autore ne
dimostra.]
III-COMENTO ALLA « OIVINA COMMEDIA» 187
«Mentre ch'io ruinava in basso loco». Nella precedente
parte di questo canto è stato dimostrato, per opera delia di-
vina grazia il peccatore aver conosciuto il suo stato, e disi-
derar d'uscir di quello, e tornare alla via della verità, da lui
per lo mentale sonno smarrita; e, oltre a ciò, quali sieno le cose
le quali il suo tornare alla diritta via impediscono: in questa
parte dimostra il divino aiuto al suo scampo mandatogli, accio-
ché, schifato lo 'mpedimento delli detti vizi, esso possa quel
cammin prendere e seguire che opportuno è alla sua salute.
R come questo mandato gli fosse, più distintamente si mostrerà
nel canto seguente. E, percioché, come noi per esperienza
veggiamo, coloro i quali delle infermità si lievano, esser deboli
e male atanti della persona; cosi creder dobbiamo esser l'anima,
la quale dalla infermità del peccato levandosi, s'ingegna di tor-
nare alla sua sanità. E, come il nostro corpo infermo, senza
l'aiuto d'alcun bastone sostener non si puote, né muoversi ad
alcuno atto utile; cosi l'anima nostra, dal peccato vinta e stanca,
senza alcuno aiuto della divina clemenza non può cosa alcuna
aoperare in sua salute. E perciò intende qui l'autore di mo-
strarci come Iddio, il quale ha sempre gli occhi della sua pietà
diritti a' nostri bisogni, ne mandi la sua seconda grazia, cioè
la cooperante, con l'aiuto e colla dimostrazione della quale noi
prendiam forza e noi medesimi ordiniamo; e, riconosciute con
più avvedimento le nostre colpe, nel timor di Dio torniamo, e
della terza grazia, perseverando, ci facciam degni, e quindi
della quarta.
Le quali cose in questa parte l'autore sotto il velame de'
suoi versi intende, sentendo per Virgilio questa seconda grazia
cooperante; e lui prende come sofficiente, si per discrezione,
e si per iscienza, e si ancora per laudevoli costumi atto a
tanto uficio; e, oltre a ciò, percioché Virgilio, quantunque con
altro senso, in parte trattò quella medesima materia, la quale
egli intende di trattare ; e ancora, i^^rcioché il trattato dee
essere poetico, era più conveniente un poeta che alcuno altro
sublime uomo; e però prese lui, più tosto che alcun altro,
percioché egli tra' latini ottiene il principato.
l88 III-COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA»
E costui, dice, gli apparve « nel gran diserto », cioè in quella
parte dove l'anima sua, timida di non essere dalle lusinghe e
dagli spaventamenti de' suoi viziosi pensieri ritirata nel profondo
delle miserie, del quale del tutto era disposto d'uscire, si ri-
trovava senza consiglio alcuno e senza conforto.
Ed è in questa parte da intendere in questa forma: che
Virgilio, là dove bisogno sera, nella presente opera s'intenda
per la ragione a noi conceduta da Dio, e per la quale noi
siamo chiamati «animali razionali»; percioché la ragione è
quella parte dell'uomo, nella quale si dee credere questa se-
conda grazia ricevere e abitare, conciosiacosaché essa ne sia
da Dio data non solamente a cooperare con l'altre nostre potenze
animali e intellettive, ma a dirizzare e a guidare ogni nostra
operazione in bene. La qual cosa ella fa, mossa e ammaestrata
dalla divina grazia, quante volte è da noi lasciata esser donna
e imperadrice de' nostri sensi; ma, quando la sensualità, per le
nostre colpe, la caccia del luogo suo e signoreggia ella, la
ragion tace e diventa mutola, non comanda, non dispon più
secondo il suo consiglio le nostre operazioni. E, percioché sotto
i piedi della sensualità era nell'autore lungo tempo giaciuta, si
può dire che nel primo muover delle sue parole paresse « fioca ».
Questa adunque, come il disiderio della virtù torna, abbattuta
la sensualità, risurge e torna nella sua sedia e manifestasi alla
destituta anima, constituta «nel diserto», cioè nel luogo d'ogni
virtù, d'ogni buona operazione, vacuo, pronta e apparecchiata
ad ogni sua opportunità: [e, avanti ad ogni altra cosa, fa in se
medesima maravigliar l'anima riconosciuta ; per che, lasciando di
salire a Cristo, il quale è principio e cagione d'intera beatitudine,
si lascia dallo spaventamento dei vizi sospignere allo 'nferno.
Della qual cosa segue che la ragione, mostrandole apertamente
che cosa sia l'avarizia, e qual sia il fine suo, cioè che dalla libe-
ralità, la quale è morale e laudevole virtù, ella fia scacciata, supe-
rata e vinta, e in inferno rimessa là onde il diavolo, per invidia
della gloriosa vita promessa all'umana generazione, la trasse
e menolla nel mondo, accioché per la sua opera, l'anime, create
ad essere beate, fossero laggiù traboccate, onde ella era stata
Ili - COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA» 1 89
menata]. E di questo seguita che, poiché, per lo impedimento
dei vizi, quella via più propinqua di salire a Dio gii era tolta,
che a lui conveniva, e a ciascun convenirsi che vuole uscir della
via del peccato e a Dio ritornarsi, seguire la ragione, dimostra-
trice della verità, a vedere que' luoghi che nel testo si leggono.
Intorno alla qual cosa è da sapere non essere senza misterio,
volendo uscire dello stato della miseria e ritornar nella grazia,
tenere il cammino che la ragion dimostra all'autore convenirsi
tenere. E la ragione può esser questa: opportuno è a ciascuno,
il quale vuol fare quello che detto è, primieramente conoscere
le colpe sue; alle quali, conosciute, e veduto come dalla giu-
stizia di Dio siano quelle colpe punite, non è dubbio seguire
nell'anima ben disposta il timor di Dio, il quale è principio
della sapienza, come il salmista ne dice. Questo timore di Dio
incontanente fa seguire nelle nostre menti contrizione e pen-
timento delle cose non ben fatte ; dalla quale, secondo che la
censura ecclesiastica ne dimostra, si viene [alla confessione,
e da quella] alla satisfazione, dopo la quale si sale alla gloria,
come possiamo ordinatamente comprendere, nel cammino che
il nostro autore tiene, seguire. E tutte queste cose, insino al
salire alla gloria, ne può la nostra ragion dimostrare; percioché
tutti sono atti civili e morali e reduttibili agli spirituali.
[Nasce adunque da questo il consiglio, il quale la ragione,
che tien qui luogo della grazia cooperante, gli dà, cioè che egli
per lo 'nferno, cioè per gli atti degli uomini terreni (li quali, a
rispetto de' corpi celestiali, ci possiam reputare di essere in
inferno); e, tra quegli, considerati quegli che la nostra ragione,
le leggi positive e la divina dannino: conoscerà quello da che
astener si dee ciascuno che secondo virtù vuol vivere, e quello
che, seguendol, merita pena, e qual pena secondo le leggi tem-
porali e secondo l'eterne; conoscerà la giustizia di Dio, e merita-
mente avrà timore dell'ira sua. E da questo luogo, già delle
cose men che ben fatte pentendosi, '\^nga a vedere coloro che
son contenti nel fuoco, cioè nell'afflizione della penitenzia;
accioché quindi, dietro alla guida della teologia, le cui ragioni
e dimostrazioni la nostra ragion non può comprendere, saiga
I90 III-COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA»
purgato delle offese all'eterna beatitudine.] Ed in questo mi pare
consista la sentenza dell'allegoria di questo primo canto.
Restaci nondimeno a vedere una parte, alla quale pare che
dirizzi l'animo ciascuno che il presente libro legge, e quella
disidera di sapere; cioè quello che l'autore abbia voluto sentire
per quello veltro, la cui nazione dice dovere esser « tra feltro e
feltro ». E, per quello che io abbia potuto comprendere, si per
le parole dell'autore, si per li ragionamenti intorno a questo di
ciascuno il quale ha alcun sentimento, l'autore intende qui do-
vere essere alcuna costellazion celeste, la quale dee negli uomini
generalmente impriemere la vertù della liberalità, come già è
lungo tempo, e ancora persevera quella del vizio dell'avarizia.
Il che l'autore assai chiaro dimostra nel Purgatorio, dove dice;
O ciel, nel cui girar par che si creda
le condizion di quaggiù trasmutarsi,
quando verrà, per cui questa disceda?
cioè questa lupa, per la quale, come detto è, s'intende il vizio
dell'avarizia. [Or non so io, se questo dovere avvenire, l'autore
ne' moti futuri de' superiori corpi si vide, o se per alcuna altra
coniettura ciò dovere avvenire s'è avvisato: è nondimeno assai
chiaro i costumi degli uomini mutarsi e d'una parte in altra
trasportarsi. Percioché, si come ne mostrano le istorie de' gentili
e ancora dell'altre, lo 'mperio delle cpse temporali cominciando
sotto Nino re, fu molte centinaia d'anni sotto gli assiri, sotto
i medi e sotto i persi; e lungamente avanti v'era stata la re-
ligione e la scienza, le quali, come prima là erano state, cosi
primieramente se ne partirono, e vennerne in Egitto, e d'Egitto
in Grecia; e poi da Alessandro re di Macedonia fu d'Asia lo
'mperio trasportato in Grecia, donde la scienza, la religione e
l'armi poi partendosi ne vennero appo i latini, e qui per lungo
spazio furono; poi di qui paiono andate inver' ponente, essendo
appo i tedeschi e appo i galli, e par già che il cielo ne minacci di
portarle in Inghilterra: il che per avventura potrà, se piacer fia
di Dio, di questa costellazione che l'autor dice, avvenire, ecc.]
E, percioché queste impressioni del cielo conviene che quaggiù
Ili - COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA» I9I
s'inizino, e comincino ad apparerà i loro effetti o per alcuno
uomo, o per più; par l'autore qui sentire che per uno si debbano
ofli alti effetti di questa impression dimostrare : il quale meta/orice
chiama « veltro », percioché i suoi effetti saranno del tutto cosi
contrari all'avarizia, come il veltro di sua natura è contrario
al lupo.
E costui mostra dovere essere virtuosissimo uomo, e che la
nazion sua debba essere tra feltro e feltro. E questa è quella
parte dalla quale muove tutto il dubbio che nella presente
discrizion si contiene. La qual parte io manifestamente confesso
ch'io non intendo: e perciò in questa sarò più recitatore de'
sentimenti altrui che esponitore de' miei.
Vogliono adunque alcuni intendere questo veltro doversi
intendere Cristo, e la sua venuta dovere esser nell'estremo giu-
dicio, ed egli dovere allora esser salute di quella umile Italia,
della quale nella esposizion litterale dicemmo, e questo vizio
rimettere in inferno. Ma questa opinione a niun partito mi piace;
percioché Cristo, il quale è signore e creatore de' cieli e d'ogni
altra cosa, non prende i suoi movimenti dalle loro operazioni,
anzi essi, si come ogni altra creatura, seguitano il suo piacere
e fanno i suoi comandamenti; e, quando quel tempo verrà, sarà
il cielo nuovo e la terra nuova, e non saranno più uomini,
ne' quali questo vizio o alcun altro abbia ad aver luogo; e la
venuta di Cristo non sarà allora salute né d'Italia né d'altra
parte, percioché solo la giustizia avrà luogo, e alla misericordia
sarà posto silenzio, e il diavolo co' suoi seguaci tutti saranno
in perpetuo rilegati in inferno. E, oltre a ciò. Cristo non dee
mai più nascere, dove l'autor dice che questo veltro dee na-
.scere. Né si può dire l'autore aver qui usato il futuro per lo
preterito, quasi e' nacque tra feltro e feltro, cioè della Vergine
Maria, che era povera donna, e nacque in povero luogo: ma
questa ragione non procederebbe, percioché sono MCCCLXXIII
anni che egli nacque, e, nei tempi che'tiacque, era la potenza
di questo vizio nelle menti umane grandissima; né poi si vede,
non che essere scacciata, ma né mancata. Né si può dire che
nascesse tra feltro e feltro, cioè di vile nazione: egli fu figliuolo
192 III-COMRNTO ALLA «DIVINA COMMEDIA»
del Re del cielo e della terra, e della Vergine, che era di reale
progenie. E se dire volessono : ella era povera ; la povertà non
è vizio, e perciò non ha a imporre viltà nel suggetto; percio-
ché noi leggiamo di molti essere stati delle sustanze temporali
poverissimi, e ricchissimi di virtù e di santità. Perché dich'io
tante parole? Questa ragione non procede in alcuno atto.
Altri dicono, e al parer mio con più sentimento, dover
potere avvenire, secondo la potenza conceduta alle stelle, che
alcuno, poveramente e di parenti di bassa e d'infima condi-
zione nato (il che paiono voler quelle parole «tra feltro e feltro»,
in quanto questa spezie di panno è, oltre ad ogni altra, vilis-
sima), potrebbe per virtù e laudevoli operazioni in tanta pree-
minenza venire e in tanta eccellenza di principato, che, diriz-
zandosi tutte le sue operazioni a magnificenza, senza avere in
alcuno atto animo o appetito ad alcuno acquisto di reame o
di tesoro, ed avendo in singulare abbominazione il vizio del-
l'avarizia, e dando di sé ottimo esemplo a tutti nelle cose ap-
partenenti alla Tmagnificenzia, e la costellazione del cielo essen-
dogli a ciò favorevole; che egli potrebbe, o potrà, muovere
gli animi de' sudditi a seguire, facendo il simigliante, le sue
vestigie, e per conseguente cacciar questo vizio universalmente
del mondo. Ed, essendo salute di quella umile Italia, la qual
già fu capo del mondo, e dove questo vizio, più che in alcuna
altra parte, pare aver potenza, sarebbe salute di tutto il rima-
nente del mondo ; e cosi, d'ogni parte discacciatala, la rimette-
rebbe in inferno, cioè in dimenticanza e in abusione, o vogliam
dire in quella parte dove gli altri vizi son tutti, e donde ella
primieramente surse intra* mortali. E, a roborare questa loro
oppenione, inducono questi cotali i tempi già stati, cioè quegli
ne' quali regnò Saturno, li quali per li poeti si truovano essere
stati d'oro, cioè pieni di buona e di pura semplicità, e ne' quali
questi beni temporali dicon che eran tutti comuni; e per con-
seguente, se questo fu, anche dover essere che questi sotto il
governo d'alcuno altro uomo sarebbono.
Alcuni altri, accostandosi in ogni cosa alla predetta oppenione,
danno del « tra feltro e feltro » una esposizione assai pellegrina,
Ili - COMENTO ALLA « DIVINA COMMEDIA » I93
dicendo sé estimare la dimostrazione di questa mutazione, cioè
del permutarsi i costumi degli uomini, e gli appetiti da ava-
rizia in liberalità, doversi cominciare in Tartaria, ovvero nello
'mperio di mezzo, là dove estimano essere adunate le maggiori
[ricchezze e] moltitudini di tesori, che oggi in alcuna altra parte
sopra la terra si sappiano. E la ragione, con la quale la loro
oppenione fortificano, è che dicono essere antico costume degli
imperadori dei tartari (le magnificenze de' quali e le ricchezze
appo noi sono incredibili), morendo, essere da alcuno de' loro
servidori portata sopra un'asta, per la contrada dov'è' muore,
una pezza di feltro, e colui che la porta andar gridando: — Ecco
ciò che il cotale imperadore, che morto è, ne porta di tutti i
suoi tesori ; — e, poi che questa grida è andata, in questo feltro
inviluppano il morto corpo di quello imperadore; e cosi senza
alcun altro ornamento il sepelliscono. E per questo dicon cosi:
questo veltro, cioè colui che prima dee dimostrare gli effetti di
questa costellazione, nascerà in Tartaria, tra feltro e feltro, cioè
regnante alcuno di questi imperadori, il quale regna tra '1 feltro
adoperato nella morte del suo predecessore e quello che si dee
in lui nella sua morte adoperare. Questa oppinione sarebbero di
quegli che direbbono avere alcuna similitudine di vero; la quale
non è mia intenzione di volere fuori che in uno atto riprovare,
e questo è, in quanto dicono quegli imperadori aver grandissimi
tesori, e però quivi mostran che istimino, dall'abbondanza dei
tesori riservati, essendo sparti, doversi la gola dell'avarizia riem-
piere e gli effetti magnifichi cominciare. Il che mi pare più tosto
da ridere che da credere : percioché quanto tesoro fu mai sotto
la luna, o sarà, non avrebbe forza di saziare la fame di un solo
avaro, non che d'infiniti, che sempre sopra la terra ne sono. Che
dunque più? Tenga di questo ciascuno quello che più credibile gli
pare, che io per me credo, quando piacer di Dio sarà, o con opera
del cielo o senza, si trasmuteranno in meglio i nostri costumi.
E questo, quanto sopra il primo canto, btsti d'avere scritto [sem-
pre a correzione di coloro che più sentono che io non faccio].
Possono per avventura essere alcuni, li quali forse stimano,
non solamente in questo libro, ma eziandio in ogni altro [e ne'
G. Boccaccio, Scrini danteschi ■ i. 13
194 III - COMKNTO ALLA «DIVINA COMMEDIA»
divini], ne' quali figuratamente si parli, ogni parola aver sotto
sé alcun sentimento diverso da quello che la lettera suona; e
però, non essendo nel precedente canto ad ogni parola altro sen-
timento dato che il litterale, diranno, nell'aprire l'allegoria, essere
difettuosamente da me proceduto. Ma in questa parte, salva
sempre la reverenzia di chi '1 dicesse, questi cotali sono della
loro oppenione ingannati ; percioché in ciascuna figurata scrittura
si pongono parole che hanno a nascondere la cosa figurata, e
alcune che alcuna cosa figurata non ascondono, ma però vi si
pongono, perché quelle che figurano possan consistere: si come
per esemplo si può dimostrare in assai parti nella presente opera.
Che ha a fare al senso allegorico: « La sesta compagnia in duo si
scema »? che n'ha a fare: « Cosi discesi del cerchio primaio »?
che molte altre a queste simili? E, se queste se ne tolgono, come
potrà seguire l'ordine della dimostrazione che l'autore intende
di fare? come acconciarsi quelle che per significare altro si
scrìvono? Se ogni parola avesse alcun altro senso che il litterale
a nascondere, di soperchio avrebbe san Girolamo detto nel
proemio à^W Apocalissi, e non in altra parte della Scrittura,
tanti essere i misteri quante son le parole ; conciosiacosaché
neW Apocalissi per eccellenzia quello si creda avvenire, che
in alcun altro libro della Sacra Scrittura non avviene. Tuttavia,
accioché più pienamente si creda non ogni parola avere alle-
gorico senso, leggasi quello che ne scrive santo Agostino nel
libro Dell' eteì'ìia lerusalem, dicendo: «Non omnia, quae gesta
narranfur, aliqiiid eliani significare putanda su?il; sed propter
illa, quae aliquid significant, attexuntur; solo enim vomere terra
proscinditur; sed, ut hoc fieri possit, etiam caetera aratri membra
sunt necessaria. Et soli fiervi in citharis atque huiusmodi vasis
viusicis aptantur ad canlum; sed, ut apiari possint, insuntet caetera
in compagìbus organorum, qìiae non percutiuntur a canentibus, sed
ea, quae percussa resonant, his connectuntur», ecc. E perciò estimo
che molto più onesto sia a credere ad Agostino che stoltamente
opinare quello che manifestamente si può riprovare ; e quinci
prendere certezza, se alcuna cosa allegorizzando è omessa, quella
non per negligenza, ma per non conoscere che opportuna vi sia
l'allegoria, essere stata intralasciata.
CANTO SECONDO
I
Senso leiterale
[Lez. VII] «Lo giorno se n'andava, e l'aer bruno», ecc. Comincia
qui la parte seconda di questa prima cantica chiamata Inferno,
nella qual dissi l'autore cominciare il suo trattato. E, come
che questa si potesse in diverse maniere dividere, questa sola
intendo che basti per universale, cioè dividersi in tante parti,
quanti canti seguitano ; percioché pare che ciascun canto tratti
di materia differente dagli altri. E questo canto dividerò in sei
parti: nella prima si continua l'autore al precedente; nella se-
conda, secondo il costume poetico, fa la sua invocazione; nella
terza muove l'autore a Virgilio un dubbio; nella quarta Vir-
gilio solve il dubbio mossogli; nella quinta l'autore, rassicurato,
dice di volere seguir Virgilio; nella sesta ed ultima l'autor
mostra come appresso a Virgilio entrò in cammino. La seconda
comincia quivi: « O muse, o alto ingegno»; la terza quivi:
«Io cominciai: — Poeta»; la quarta quivi: «Se io ho ben la
tua parola»; la quinta quivi: «Quale i fioretti»; la sesta
quivi: « E poi che mosso fue ».
Dico adunque che l'autore si continua alle cose precedenti;
percioché, avendo detto nella fine del precedente canto sé es-
ser mosso dietro a Virgilio, nel principio di questo discrive l'ora
nella quale si mossero, dicendo: «Lo giorno se n'andava».
196 IlI-COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA»
e questo per lo chinare del sole all'occidente; « e l'aer bruno»,
cioè la notte sopravvegnente, la qual sempre all'occultar del
sole seguita. [Di che appare null'altra cosa essere il di, se
non la stanza del sole sopra la terra; e questo è quello
che è cosi chiamato, cioè « di » dalla luce. (E percioché, al le-
varsi di quello, sempre la notte fugge, Pronapide, greco poeta
e maestro di Omero, racconta una cotale favola.) E vogliono
gli astrologi questo chiamarsi « di artificiale », cioè quello spazio
il quale si contiene tra il levare del sole e l'occultare; e la
ragione è, perché essi, usandolo nelle loro elevazioni, d'ogni
tempo il dividono in dodici parti equali, e cosi fanno la notte.
Il di naturale è di ventiquattro ore equali, e in questo è notte
congiunta col di; ma dinominasi tutto di dalla parte più degna,
cioè dalla parte splendida. E chiamasi di da « Dios » graece,
il quale in latino viene a dire « Iddio » ; percioché, come Iddio
sempre in ogni cosa buona ne giova e aiuta, cosi nelle nostre
operazioni ne aiuta il di con la sua luce. E potrebbesi dire
che egli n'aiuta nelle buone, percioché chi fa male ha in odio
la luce.] E mostra, per questa discrizione del farsi notte, che
l'autore fosse stato, dal farsi di infino al farsi notte di quel d\,
in quella valle, occupato da quelle tre bestie ed a ragionar
con Virgilio.
< Toglieva gli animai che sono in terra, Dalle fatiche loro ».
Dimostrane qui l'autore una delle operazioni della notte, la
quale l'ordine della natura attribuisce al riposo e alla quiete
degli animali, degli affanni avuti il di passato; percioché, se
alcun tempo al riposo non si prestasse, non sarebbe alcuno
animale che nelle sue operazioni potesse perseverare ; e però dice
l'autore che l'aer bruno « toglieva », cioè levava, « Dalle fatiche
loro ». E seguita: « ed io sol uno ». Par che qui sia un vizio,
il qual si chiama « inculcatio » , cioè porre parole sopra parole
che una medesima cosa significhino, come qui sono; percio-
ché « solo » non può essere se non uno, e « uno » non può
essere se non solo; ma questo si scusa per lo lungo e con-
tinuo uso del parlare, il quale pare aver prescritto questo modo
di parlare, contro al vizio della inculcazione. O potrebbesi dire
Ili - COMENTO ALLA « DIVINA COMMEDIA » I97
questo nome « solo » fosse nome adiettivo, e « uno » fosse
nome proprio di quel numero, e cosi cesserebbe il vizio.
« M'apparecchiava a sostener la guerra », cioè la fatica, nemica
e infesta al mio riposo, « si del cammino », che far dovea (in
che mostra dovere il corpo esser gravato), « e si della pietate »,
cioè della compassione, la quale aspetta d'avere vedendo l'af-
flizione e le pene de' dannati e di quegli che nel fuoco si
purgano. Ed in questo dimostra l'anima dovere esser faticata,
percioché essa è dalle passioni, che dalle cose esteriori ven-
gono, gravata e noiata essa, e non il corpo; quantunque ella
sia ancor gravata dalle passioni corporali. « Che tratterà», cioè
racconterà, « la mente », cioè la potenza memorativa, « che non
erra »; e questo dice, percioché si conosceva aver tenace me-
moria, per la qual cosa non temeva dovere errare né nella
quantità né nella qualità.
« O muse, o alto ingegno ». In questa seconda parte l'autore
fa la sua invocazione, secondo il costume poetico. Usano i poeti
in pochi versi dire la intenzion sommaria di ciò che poi in-
tendono di trattare in tutto il processo del libro, e, questo detto,
fare la loro invocazione. E cosi fa Virgilio nel principio del
suo Eneida\
. . . at nunc horrentia Martis
arma, virumque cano, Troiae qui pHnius ab oris^ ecc.;
e, questi pochi versi detti, incontanente invoca, dicendo:
Musa, mihi causas tnemora: quo numine laeso, ecc.
E Ovidio, nel principio del suo maggior volume, dice:
In nova fert animus mutatas dicere formas
corpora ;
ed incontanente invoca, dicendo:
. . . dii coeptis, nam vos mutastis et illas,
aspirate meis, ecc.
E talvolta i poeti, insieme con la invocazione, mescolano la
sommaria intenzion loro; e cosi, nel principio della sua Odissea^
198 III - COMENTO ALLA « DIVINA COMMEDIA »
fece Omero, li versi del quale ottimamente traslatò in latino
Orazio, dicendo:
Die niihi, musa, virum, captae post tempora Troiae,
qui mores hominum multoruni vidit, et urbes.
Cosi similmente il venerabile mio precettore messer Francesco
Petrarca fece nel principio della sua Af^-ica, dicendo:
Et mi hi conspicuum ineritis, belloqiie tremendum,
musa, virum referas.
Ma il nostro autore s'accostò più allo stilo di Virgilio, come
in ciascuna cosa fa, che a quello d'alcun altro; percioché,
avendo sotto brevità nel precedente canto mostrato quello che
intende in tutto il libro suo di dire, là dove dice: « E trar-
rotti di qui per luogo eterno », ecc. ; qui fa la sua invocazione,
dicendo: «O muse, o alto ingegno, or m'aiutate, O mente,
che scrivesti », ecc. [Invoca adunque in questo suo principio,
si come appare, le muse, come di sopra è mostrato far gli
altri poeti: per che pare di dover dichiarare che cosa sieno
queste muse e quante, e qual sia il loro uficio ; e questo,
si per più pienamente dar lo 'ntelletto del presente testo, e
si ancora perché in più parti del presente libro se ne farà
menzione.]
[È adunque da sapere, secondo che i poeti fingono, che le
muse son nove, e furono figliuole di Giove e della Memoria:
e la ragione perché questo sia da' poeti, fingendo, detto, è
questa. Piace ad Isodoro, cristiano e santissimo uomo e pon-
tefice, nel libro Delle etimologie, che, percioché il suono delle
predette muse è cosa sensibile, e che nel preterito passa, e im-
priemesi nella memoria, però essere da' poeti dette figliuole
di Giove e della Memoria. Ma io, a maggior dichiarazione di
questo sentimento, estimo che sia cosi da dire: che, concio-
siacosaché da Dio sia ogni scienzia, come nel principio del
libro Della sapienza si legge, e non basti a ricever quella so-
lamente l'avere inteso, ma che, a farla in noi essere scienza, sia
di necessità le cose intese commendare alla memoria, e cosi
r
III-COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA» I99
divenire in noi scienza (il che l'autore appresso assai bene ne
dimostra, là dove dice :
Apri la mente a quel ch'io ti paleso,
e fermai dentro, che non fa scienza,
senza lo ritenere, avere inteso) ;
dobbiamo, e possiam dire, queste muse, cioè scienza, in noi
già abituata per lo intelletto e per la memoria, potersi dire
figliuole di Giove, cioè di Dio Padre e della Memoria. E dico
Giove doversi intendere qui Iddio Padre, percioché alcuno
altro nome non so più conveniente a Dio Padre che questo.
E la ragione è che Giove si chiama in latino lupiter, il qual
noi intendiamo « mvans pater»-, il qual nome, se ben vorremo
riguardare, ad alcun altro che a Dio Padre dirittamente non
s'appartiene, percioché esso solo dirittamente si può dir pa-
dre ; percioché, essendo senza avere avuto padre, è delie cose
eterne, ed eziando dell'altre, unico e vero creatore e padre; e,
oltre a ciò, ad ogni onesta operazione è veramente aiutatore,
né si può senza il suo aiuto alcuna cosa perfettamente ad ef-
fetto recare: e cosi, quante volte in alcuno onesto atto Giove
si nomina, possiamo e dobbiamo di Dio onnipotente intendere.
Cosi adunque, ritornando al proposito, meritamente di Giove
e della Memoria possiam dire le muse essere state figliuole, in
quanto egli è vero dimostratore della ragione di qualunque
cosa; le quali sue dimostrazioni, servate nella memoria, fanno
scienza ne' mortali, per la quale qui, largamente prendendo,
s'intendono le muse: e cosi sarà la memoria, ricevitrice e rite-
nitrice di questo santo seme, e poi riducitrice, quasi partoritrice,
madre delle muse. Le quali dice il predetto Isidoro, nel libro pre-
allegato, esser nominate « a quaerendo », cioè da « cercare »; per-
cioché per esse, si come gli antichi vogliono, si cerca la ragione
de' versi e la modulazione della voce; e per questo, per de-
rivazione, viene dal nome loro questa nome di « musica », la
quale è scienza di sapere moderare le voci. E da questa ragione
si può prendere la cagione perché più se l'hanno i poeti ap-
propriate e fatte familiari che alcun 'altra maniera di scientifici. 1
200 in-COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA»
[Son queste muse in numero nove. E perché elle sieno nove,
si sforza di mostrare Macrobio nel secondo libro Super somnio
Scipionis, equiparando quelle a' canti delle otto spere del cielo,
vogliendo poi la nona essere il concento che nasce della mo-
dulazione di tutti e otto i cieli; aggiugnendo poi le muse es-
sere il canto del mondo, e questo, non che dall'altre genti,
ma eziandio dagli uomini di villa sapersi, percioché da loro sono
le muse chiamate « camene », quasi « canene », dal « cantare »
cosi nominate.]
[E, accioché voi intendiate che vuol dire questo canto del
mondo, dovete sapere che fu oppìnione di Pitagora e di altri
filosofi, che ciascun cielo, di questi otto, cioè l'ottava spera e
i sette de' sette pianeti, volgendosi in su li loro cardini, faces-
sero alcuno ruggire, qual più aguto e qual più grave, si, per
divino artificio, di debiti tempi misurati, che, insieme concor-
dando, facevano una soavissima melodia, la quale qui intende
Macrobio per lo concento; della qual noi, per l'udirla continuo,
non ci curiamo, né vi riguardiamo. Ma questa oppinione di
Pitagora con manifeste ragioni è riprovata da Aristotile.]
[Ma di questo rende Fulgenzio nel libro delle sue Mitologie
altra ragione, dicendo per queste nove muse doversi intendere
la formazione perfetta della nostra voce : la qual voce, dice, si
forma da quattro denti, li quali la lingua percuote quando l'uomo
parla; de' quali, se alcun mancasse, parrebbe che più tosto si
mandasse fuori un sufolo che voce. Appresso questo, dice
formarsi la voce dalle due nostre labbra, le quali non altri-
menti sono che due cembali modulanti la comodità delle nostre
parole; e cosi la lingua, col suo piegamento e circunflessione,
essere a modo che un plettro, il quale formi lo spirito vocale;
e quindi essere opportuno il palato, per la concavità del quale
si profìfera il suono. E ultimamente, accioché nove cose sieno,
s'aggiugne la canna della gola, la qual presta il corso spiri-
tuale per la sua ritonda via. Ed oltre a questo, percioché da
molti si dice Apollo cantare con queste nove muse, non altri-
menti che servatore del concento al canto delle predette cose,
è dal detto Fulgenzio aggiunto il polmone, il quale, a guisa
I
IlI-COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA» 20I
d'un mantaco, le cose concette manda fuori e rivoca dentro.
E, non volendo che in cosi riposto segreto della natura a lui
solamente paia di dovere esser prestata fede di cosi esquisita
ragione, induce per testimoni Anassimandro lampsaceno e Ze-
nofane eracleopolita, li quali conferma queste cose avere scritte
ne' libri loro; aggiugnendo ancora queste medesime cose da
molti chiarissimi filosofi essere affermate,, si come da Pisandro
fisico, e da Eussimene in quel libro il quale egli chiama The-
lìigumenon .\
[Appresso, il detto Fulgenzio ad altro intelletto e più divul-
gato disegna gli effetti di queste muse, i loro nomi ponendo e
quello per ciascuno in particularità si debba intendere. E cosi
la prima nomina Clio, e per questa vuole s'intenda il primo
pensiero d'apparare; percioché « Clios -^ in greco viene a dire
« fama » in latino ; e nullo è che cerchi scienza se non quella
nella quale crede potere prolungare la dignità della fama sua: e
per questa cagione è chiamata la prima Clio, cioè « pensiero
di cercare scienza ». La seconda è in greco chiamata Euterpe,
la quale in latino vuol dire « bene dilettante », accioché pri-
mieramente sia il cercare scienza, e appresso sia il dilettarsi
in quello che tu cerchi. La terza è appellata Melpomene
quasi « VLelempio comene » cioè « facente stare la medita-
zione »; accioché primieramente sia il volere, e appresso che
quello ti diletti che tu vuogli, e, oltre a ciò, perseverare, me-
ditando quello che tu disideri. La quarta ha nome Talia,
cioè capacità, quasi come l'uom dicesse « Tithonlia », cioè « po-
gnente cosa che germini ». La quinta si chiama Polimnia,
quasi « poliumneemen », cioè « cosa che faccia molta me-
moria »; percioché noi diciamo che, dopo la capacità, è neces-
saria la memoria. La sesta è chiamata Erato cioè « eurim co-
menon », il qual noi in latino diciamo « trovatore del simile»;
percioché, dopo la scienza e dopo la memoria, è giusta cosa
che l'uomo di suo trovi alcuna co?a simile. La settima si
chiama Tersicore, cioè « dilettante ammaestramento »: adunque,
appresso la invenzione, bisogna che l'uomo discerna e giudi-
chi quello che esso truovi. L'ottava si chiama Urania, cioè
202 III - COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA»
«celestiale»; percioché, dopo l'aver giudicato, ele.s^g'e l'uomo
quello che egli debba dire e quello che egli debba rifiutare;
percioché lo eleggere quello che sia utile e rifiutare quello che
sia caduco e disutile, è atto di celestiale ingegno. La nona è
chiamata Calliope, cioè « ottima voce ». Sarà dunque l'ordine
questo: primieramente volere la dottrina; appresso dilettarsi in
quello che l'uom vuole; poi perseverare in quello che diletta;
e, oltre a ciò, prendere quello in che si dee perseverare ; e quinci
ricordarsi di quello che l'uom prende; appresso trovare del suo
cosa simigliante a quello di che l'uom si ricorda; dopo questo,
giudicar di quello di che l'uom si ricorda; e cosi eleggere quello
di che si giudichi; e ultimamente profferere bene quello che
l'uomo avrà eletto.]
[Dalle quali dimostrazioni, e spezialmente per le prime, si
può comprendere che cagione muova i poeti ad invocare il
loro aiuto. Nondimeno pare ad alcuno che le muse si debbano
dinominare da « moys », che in latino viene a dire « acqua »,
E questo vogliono, percioché il comporre, e ancora il medi-
tare alcuna invenzione e la composta esaminare, si sogliano
con meno difficultà fare su per la riva di un bel fiume o d'alcun
chiaro fonte che in altra parte, quasi il riguardar dell'acqua
abbia alle predette cose e muovere e incitar gl'ingegni. E questo
par che vogliano prendere da ciò che Cadmo re di Tebe, se-
dendo sopra il fonte chiamato Ippocrene, trovò le figure delle
lettere greche, le quali essi ancora usano ; come che da Pala-
mede poi, e ancora da Pittagora, ve ne fossero alcune aggiunte;
e quivi similemente meditò la loro composizione insieme, accio-
ché, secondo quello che era opportuno al greco idioma, per
quelle si profTeresse; affermando ancora molti fonti, secondo
l'antico errore, essere stati alle muse consecrati, si come il fonte
Castalio, il fonte Aganippe ed altri, questo rispetto avendo, che
sopra quegli fossero gì' ingegni umani più pronti alle medita-
zioni che in alcun'altra parte.]
« O alto ingegno. » È l'ingegno dell'uomo una forza intrin-
seca dell'animo, per la quale noi spesse volte troviamo di nuovo
quello che mai da alcuno non abbiamo apparato. Il che avere
Ili - COMENTO ALLA « DIVINA COMMEDIA » 205
sovente fatto l'autore in questo libro si trova, percioché, quan-
tunque Omero e, appresso lui, Virgilio dello scendere in in-
ferno scrivessero, ancora che in alcuna parte gli abbia l'autore
imitati nello 'Nferno, nelle più delle cose tiene da loro cammino
molto diverso: del quale peroché alcuno altro scrittore non
si truova che in quella forma trattato n'abbia, assai mani-
festamente possiam vedere della forza del suo ingegno questa
invenzione e il modo del procedere essere premuto.
« Or m'aiutate »: percioché mi bisogna a questo punto la
'nventiva, e '1 modo del procedere, e la sonorità dello stilo.
« O mente ». Non bastando solo lo 'ngegno, per la cui forza
le pellegrine inventive si truovano, invoca ancora la mente sua,
accioché, per l'opera di lei, quello possa servare e poi rac-
contare, che avrà trovato, [Ed è questa mente, secondo che
Papia scrive, la più nobile parte della nostra anima, dalla quale
procede l'intelligenzia, e per la quale l'uomo è detto fatto alla
immagine di Dio; o è l'anima stessa, la quale per li molti
suoi effetti ha diversi nomi meritati. Ella è allora chiamata
« anima », quando ella vivifica il corpo; ella è chiamata «ani-
mo », quando ella alcuna cosa vuole ; ella è chiamata « ragione »,
quando ella alcuna cosa dirittamente giudica; ella è chiamata
« spirito », quando ella spira; ella è chiamata « senso », quando
ella alcuna cosa sente; ella è chiamata « mente », quando ella
sa ed intende.] Questa sta nella più eccelsa parte dell'anima,
e perciò è chiamata mente, perché ella si ricorda. Per lo quale
effetto qui il suo aiuto invoca l'autore; percioché, se in questo
la mente non l'aiutasse, invano sarebbe disceso o discende-
rebbe a vedere tante cose e cosi diverse, quanto per opera
della mente ne scrive.
« Che scrivesti », cioè in te raccogliesti, « ciò ch'i' vidi »,
nel cammino da me fatte, « Qui », cioè nella presente opera,
«si parrà la tua nobilitate», cioè la tua sufficienza in conser-
vare; percioché la nobilitate della cos#consiste molto nello eser-
citar bene e compiutamente quello che al suo uficio appartiene.
« Io cominciai: — Poeta ». In questa terza parte del presente
canto dissi che l'autore moveva un dubbio a Virgilio: il quale.
204 III-COMENTO ALLA « DIVLNA COMMEDIA»
mosso da pusillanimità mostra di temere di mettersi nel cam-
mino, il quale Virgilio nella fine del primo canto disse di do-
vergli mostrare; e dice: « Io cominciai », a dire: — «Poeta»,
Virgilio, « che mi guidi, Guarda », cioè esamina, « la mia virtù »,
cioè la mia forza, « s'ella è possente », a sostener tanto affanno,
quanto nel lungo cammino e malagevole, per lo quale tu di'
di volermi menare, fia di necessità di sofferire; e fa' questo,
« Prima che all'alto passo », cioè d'entrare in inferno, « tu
mi fidi », tu mi commetta. Quasi voglia dire: — Io vorrei per
avventura ad ora tornare indietro ch'io non potrei. —
« Tu dici ». Qui vuole l'autore levar via una risposta, la
qual Virgilio, si come egli avvisava, gli avrebbe potuta fare,
cioè di dire: — Non può' tu venire, o non credi poter, là dove
andò Enea e ancora là dove andò san Paolo? — E comincia:
« Tu dici », nel sesto libro del tuo Eneida, « che di Silvio lo
parente », cioè padre.
Ebbe Enea due figliuoli, de' quali fu l'uno chiamato lulio
Ascanio, e questo ebbe di Creusa, figliuola di Priamo re di Troia;
e l'altro ebbe nome lulio Silvio Postumo, il quale Lavinia,
figliuola del re Latino, essendo rimasa gravida d' Enea, partorì
dopo la morte d'Enea in una selva. Per la qual cosa ella il
cognominò Silvio; e Postumo fu chiamato, percioché dopo la
umazione del padre, cioè poi che '1 padre fu messo sotterra,
era nato : e cosi si chiamano tutti quelli che dopo la morte de'
padri loro nascono.
«Corruttibile ancora», cioè ancora vivo (percioché chiunque
nella presente vita vive è corruttibile, cioè atto a corruzione),
« ad immortale », cioè eterno, « secolo », cioè mondo.
« Secolo », secondo il suo proprio significato, è uno spazio
di tempo di cento anni, secondo il romano uso : ma in questa
parte non lo 'ntende l'autore per ispazio di tempo, ma, seguendo
l'uso del parlare fiorentino, nel quale, volendo dire «in questo
mondo », spesso si dice « in questo secolo », rivolgendo il nome
del tempo in nome del luogo dove il tempo s'usa, cioè nel
mondo, chiama « secolo » l'altro mondo, cioè Io 'nferno, il quale
noi similmente assai spesso chiamiamo « l'altro mondo », il che
III-COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA» 205
la sacra Scrittura similemente fa alcuna volta. [Il quale del pre-
sente mondo dicendo, dice san Paolo: « Pie et iuste vivenies in
hoc saeciilo »; e dell'altra vita parlando: « Nescimus in quos fines
saeculi deveneriint ì^ .]
« Andò, e fu sensibilmente »: volendo per questo s'intenda
Enea, non per visione o per contemplazione essere andato in
inferno, ma col vero corpo sensibilmente. E questo prende
l'autore da ciò che Virgilio scrive nel sesto deW E?ieida, nel
qual dice che, essendo Enea, poi che di Cicilia si parti, per-
venuto nel seno di Baia, e quivi in assai tranquillo mare, dando
per avventura riposo a' suoi compagni, e disideroso di sapere
quello che di questa sua peregrinazione gli dovesse avvenire ;
essendo andato al lago d'Averno, dove avea udito essere l' ora-
culo della sibilla cumana ed essa altresì, la pregò che in
inferno il menasse al padre; e, dietro alla sua guida, vivo e
con l'arme discese: e, per quello passando, pervenne ne' campi
Elisi, là dove quegli, che in istato di beatitudine, erano se-
condo l'antico errore. E perciò dice l'autore che egli andò
« sensibilmente ».
« Perché, se l'avversario d'ogni male », cioè Iddio, « Cor-
tese fu », di lasciarlo andare senza alcuna offensione, non è
maraviglia, « pensando l'alto effetto Che uscir dovea di lui »,
cioè d'Enea, « e '1 chi, e '1 quale », [cioè Cesare dettatore, o
Ottaviano imperadore. De' quali ciascun fu da molto, e cia-
scun si potrebbe dire essere stato fondatore della imperiai di-
gnità; percioché, quantunque Cesare non fosse imperadore,
egli fu dettatore perpetuo, e fu il primo, dopo i re cacciati di
Roma, il quale recò nelle sue mani violentemente tutto il go-
verno della republica. Del quale occupamento segui il trium-
virato di Ottaviano e de' compagni; e da quello, essendo da
Ottaviano, per loro bestialità, posti giù dell' uficio del triumvi-
rato Marco Antonio e Marco Lepido, e rimaso egli solo triumviro,
ne segui, o per tacita forza, o pure per ispontaneo piacere del
senato e del popolo di Roma, l'essergli il governo della re-
publica commesso, quando cognominato fu Augusto; dopo il
quale sempre fu servato poi, uno dopo l'altro, essere in
2o6 III - COMENTO ALLA « DIVINA COMMEDIA »
quella dignità sustituiti e chiamati imperadori. E risponde qui
l'autore ad una tacita quistione. Potrebbe alcun dire: — Come
dèi tu, che se* cristiano, credere che Iddio fosse più liberale
ad un pagano di lasciarlo andare vivo in inferno, che a te? —
A che egli e nelle parole predette risponde e in quelle che
seguono, dicendo:]
« Non pare indegno » l'avere Iddio sostenuto l'andata
d'Enea «ad uomo d'intelletto», il cui giudicio è ragionevole
e giusto, e massimamente avendo riguardo « Ch' ei », Enea,
« fu dell'alma », cioè eccelsa, « Roma », la quale tutto il mondo
si sottomise, « e dello 'mpero », cioè della signoria di Roma,
o vogliam dire della dignità spettante a quelli che noi chia-
miamo imperadori, de' quali fu il primo Ottaviano, disceso per
molti mezzi della schiatta d'Enea, «Nell'empireo ciel », cioè
nel cielo della luce dove si crede essere il solio della divina
maestà; [e chiamasi «empireo», cioè igneo, percioché « pir •»
in greco, viene a dire « fuoco » in latino: e vogliono i nostri
santi quello dirsi «empireo», percioché egli arde tutto di per-
fetta carità;] «per padre eletto». Vuol per questo sentir l'au-
tore per divina disposizione essere d'Enea seguito quello che
leggiamo essere stato operato per li suoi successori.
E dice qui Enea esser padre di Roma e dello 'mperio,
percioché quegli che di lui nacquero per sedici re, infino a
Numitore, che fu l'ultimo della schiatta d'Enea, regnarono in
Alba per ispazio di quattrocento ventiquattro anni. Poi, es-
sendo di Numitore re nata llia, e Amulio, fratello di Numitore,
più giovane d'età, tolto a Numitore il regno, fece uccidere
un figliuolo di Numitore chiamato Lauso; e per torre ad llia
speranza di figliuoli, la fece vergine vestale, alle quali era
pena d'essere sotterrate vive, se in adulterio fossero state tro-
vate. Nondimeno questa llia, come che ella si facesse, [o con
cui ella si giacesse,] ella ingravidò, e partorì due figliuoli ad
un parto, dei quali l'uno fu chiamato Romolo e l'altro Remulo:
li quali, essendo già, per comandamento di Amulio, llia stata
sotterrata viva, furono gittati, da persone mandate dal re a ciò,
non nel corso del Tevero, al quale, perché cresciuto era, non
Ili - COMENTO ALLA « DIVINA COMMEDIA » 207
si poteva andare, ma alla riva: e '1 fiume scemato, ed essi tro-
vati vivi da una chiamata Acca Laurenzia, moglie d'un pastore
del re, chiamato Faustulo, furono raccolti e nutricati, niente
sappiendone il re, e cosi nominati da P^austolo. Li quali cre-
sciuti, ed avendo reale animo, ed essendo pastori e capitani
e maggiori di ladroni e d'uomini violenti, ed avendo da Fau-
stulo sentito cui figliuoli erano ; composto il modo tra loro,
fu l'un di loro preso e menato davanti dal re e accusato; e
l'altro, attendendo il re ad udire la querela, feritolo di dietro,
l'uccise, e a Numitore loro avolo, che in villa si stava, resti-
tuirono il reame; ed essi, tornatisene là dove allevati erano
stati, fecero quella città, la qual, da Romolo dinominata Roma,
divenne donna del mondo. Per la qual cosa appare Enea es-
sere stato padre di Roma.
Appresso, partitosi lulio Proculo, il quale fu bisnipote di
lulio Silvio e di Romulo, re d'Alba, e discendente, come detto
è, d'Enea, e venutosene con Romolo ad abitare a Roma; quivi
fondò la famiglia de' Giuli secondo che Eusebio, Ì7i libro Tem-
porum, dice: li quali poi in Roma, per continue successioni
perseverando, ìnfino a Gaio luiio Cesare pervennero. Il quale,
non avendo alcun figliuolo, s'adottò in figliuolo Ottaviano Ot-
tavio [li cui antichi, secondo che dice Svetonio, De XII Cae
saribus, furono di Velletri], figliuolo d'una sua sirocchia carnale,
chiamata lulia: ed in cpstui poi fu di pari consentimento del
senato e del popolo di Roma, come davanti è detto, commesso
il governo della republica, e fu cognominato Augusto; e fu il
primo imperadore, e de' discendenti di Enea. E cosi Enea fu
similmente padre dello 'mperio, cioè della dignità imperiale.
« La quale », cioè Roma, « e '1 quale », imperio, « a voler
dir lo vero, Fùr stabiliti », ordinati per evidenzia da Dio, « per
lo loco santo », cioè per la sedia apostolica, « U' siede il suc-
cessor », cioè il papa, « del maggior Piero », cioè di san Piero
apostolo, il quale chiama « maggiore^ per la dignità papale e a
dilTerenza di più altri santi uomini nominati Piero. E che questo
fosse preveduto e ordinato da Dio, appare nelle cose seguite
poi, tra le quali sappiamo Costantino imperadore, mondato
208 III - COMENTO ALLA « DIVINA COMMEDIA »
della lebbra da san Silvestro papa, lasciò Roma e la imperiai
sedia al papa, e andossene in Costantinopoli; e oltre a questo,
ordinò e fé' i suoi successori sempre con la loro potenza esser
presti contro a ciascheduno il quale infestasse o turbasse la
quiete della Chiesa di Dio e dei pastori di quella : per che merita-
mente dice l'autore essere stabiliti e Roma e lo 'mperio per lo
santo luogo dell'apostolica sede. E però conoscendo Iddio, al
quale nulla cosa è nascosa, questo, non è da maravigliare se esso
fu cortese ad Enea di lasciarlo andare in inferno ; e massimamente
sappiendo che esso dovea laggiù udir cose, le quali l'animereb-
bero a dover dare opera a quello di che dovea questo seguire.
E poi soggiugne l'autore: «Per questa andata», di Enea
in inferno, « onde », cioè della quale, « tu mi dai vanto », cioè
promessione, dicendo di menarmi laggiù (benché in alcuni libri
si legge: « Per questa andata, onde tu gli dai vanto », ad Enea,
commendandolo ed estollendolo per quella, là ove tu di' nel
sesto de\VE?ieida:
Noctes atque dies patet atri ianua Ditis:
sed revocare gradum siiperasque evadere ad auras,
hoc opuSf hic labor est. Fauci, quos aequus amavit
luppiter, aut ardens evexit ad aethera virtus,
Dis geniti potuere :
per le quali parole estimo migliore questa seconda lettera che la
prima), « Intese cose », Enea, «che furon cagione Di sua vit-
toria », in quanto, riempiendolo di buona speranza, il fecero ani-
moso all'impresa contro a Turno re de' rutuli, del quale avuto
vittoria, e già in Italia divenuto potente, ne segui l'effetto che
poco avanti si legge, cioè « del papale ammanto ». Vuol qui
l'autore per parte s'intenda il tutto, cioè per lo papale ammanto
tutta l'autorità papale. Ed è da intender qui che egli in quelle
cose che da Anchise intese, come Virgilio nel sesto à&]X' Eneida
mostra, cominciando quivi :
Nunc age, Dardaniam prolem qiiae deinde sequatur
gloria y ecc.,
III-COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA» UO^
non udi cosa alcuna del papale ammanto, ma udì cose le
quali poi in processo di tempo, come detto è, furon caj^ione
che Roma divenisse sedia del papa, come lungamente già fu.
« Andovvi poi », cioè lungo tempo dopo Enea, « il vaso
d'elezione », cioè san Paolo, il quale non andò in inferno come
Enea, ma fu rapito in paradiso, là dove tu di' che io andrò
se io vorrò. La qual cosa è vera, si come egli medesimo te-
stimonia, affermando sé aver vedute cose delle quali non è
lecito agli uomini di favellare: e percioché Iddio l'aveva eletto
per vaso dello Spirito santo, conoscendo il frutto che delle
sue predicazioni doveva uscire, non è mirabile se Iddio di cosi
fatta andata gli fu cortese, e massimamente considerando che
egli v'andò, « Per recarne », quaggiù tra noi, « conforto a quella
fede», cristiana, «Ch'è principio alla via di salvazione». E
questo è certissimo, peroché, non possendosi gli alti segr«eti
della divinità per alcuna nostra ragione conoscere, è di neces-
sità, innanzi ad ogni altra cosa, che per fede si credano. Si che
ben dice l'autore la fede cattolica esser principio alla via di
salvazione; alla quale, ancora debole e fredda nelle menti di
molti già cristiani divenuti, san Paolo, con la dottrina appresa nel
celeste regno, recò molto conforto, riscaldando colle sue predi-
cazioni e con l'epistole le menti fredde e quasi ancora dubitanti.
« Ma io perché venirvi? » ne' luoghi ne' quali tu mi pro-
metti di menarmi, quasi dica: — per qual mio merito? — « o chi
'1 concede?», cioè che io in questi luoghi debba venire; vo-
lendo per questo intendere, come appresso dimostra, esser
temeraria cosa l'andare in alcun segreto luogo, senza alcun
merito o senza licenza.
« Io non Enea », al quale Iddio fu cortese per le ragioni
già mostrale. Chi Enea fosse, ancora che a molti sia noto,
nondimeno più distesamente si dirà appresso nel quarto canto
di questo libro, e però, quanto è al presente, basti quello che
detto n'è.
« Io non Paolo sono ». San Paolo fu del tribo di Boniamin,
e fu per patria di Tarso città di Cilicia : [e avanti che dive-
nisse cristiano, fu nelle scienze mondane assai ammaestrato, e
G. Boccaccio, Scrini danteschi - 1. 14
2TO III-COMENTO ALLA «DIVINA COMMKDLA»
fu ferventissimo persegfuitore de' cristiani. Poi, chiamato da
Dio al suo servigio, fu mirabilissimo dottore, e con le sue pre-
dicazioni molte nazioni converti al cristianesimo, molti pencoli
e molte avversità di mare e di terra e d'uomini sostenne per
lo nome di Cristo, e ultimamente, imperante Nerone Cesare,
per lo nome di Cristo ricevette il martirio: e, percioché era
cittadino di Roma, gli fu tagliata la testa, e non fu, come san
Piero, crocefisso. Di costui predisse lacob, molte centinaia
d'anni avanti, in persona di Beniamin suo figliuolo, e del quale
egli doveva discendere : « Beniamin, lupus rapax, mane devorat
praedam et vespere dividit spolia». Il quale vaticinio apparte-
nere a san Paolo assai chiaramente si vede, percioché esso fu
lupo rapace: e la mattina, cioè nella sua giovanezza, divorò la
preda, cioè uccise i cristiani; e al vespro, cioè nella sua età
più matura, divenuto servidore a Cristo, divise le spoglie.] Il
quale da Dio fu eletto per conforto della nostra fede.
« Me degno a ciò ». Quasi voglia dire: perché io non sia
Enea né san Paolo, io potrei per alcun altro gran merito cre-
dere d'esser degno di venirvi, ma io non so; e, per questo,
d'esser di venir degno « né io né altri il crede ».
Appresso questo, conchiude al dubbio suo, dicendo: « Per
che », cioè per non esserne degno, « se del venire », là dove
tu mi vuoi menare, « io m'abbandono », cioè mi metto in av-
ventura, « Temo che la venuta », mia, « non sia folle », cioè
stolta, in quanto male e vergogna me ne potrebbe seguire. E
quinci rende Virgilio, al quale egli parla, attento a dover guar-
dare al dubbio il quale egli muove, in quanto dice: « Se' sa-
vio, e», per questo, «intendi me' ch'i' non ragiono», cioè
che io non ti so dire. — E, appresso questo, per una compara-
zione liberamente apre l'animo suo dicendo: « E quale è quei
che disvuol », cioè non vuole, « ciò eh 'e' volle », poco avanti,
« E per nuovi pehsier », sopravvenuti, « cangia proposta »,
quello che prima avea proposto di fare, « Si che dal cominciar
tutto si toUe; Tal mi fec'io in quella oscura costa»; percio-
ché mostra non fossero ancor tanto andati, che usciti fossero
del luogo oscuro, nel quale destandosi s'era trovato. « Per che.
III-COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA» 211
pensando »; mostra !a cagione perché divenuto era tale, quale
è colui il quale disvuole ciò ch'e' volle, e dice che, pensando
non fosse il suo andare pericoloso, « consumai », cioè finii,
« l'impresa », che fatta avea di seguir Virgilio, « Che fu, nel
cominciar, cotanto tosta », cioè sùbita, in quanto senza troppo
pensare aveva risposto a Virgilio, come nel canto precedente
appare, pregandolo che il menasse.
[Lez. vili] — « Se io ho ben la tua parola intesa ». — In questa quarta
parte del presente canto, dimostra l'autore qual fosse la risposta
fattagli da Virgilio : nella qual discrive come e da cui e perché
e donde Virgilio fosse mosso a dover venire allo scampo suo.
Dice adunque: « Rispuose», a me, «del magnanimo quell'om-
bra », cioè quell'anima di Virgilio, il quale cognomina « magna-
nimo », e meritamente, percioché, si come Aristotile nel quarto
della sua Elica dimostra, colui è da dire « magnanimo », il quale
si fa degno d'imprendere e d'adoperare le gran cose. La qual
cosa maravigliosamente bene fece Virgilio in quello esercizio,
il quale alla sua facultà s'apparteneva: percioché primieramente,
con lungo studio e con vigilanza, si fece degno di dover potere
sicuramente ogni alta materia imprendere, per dovere d'essa
in sublime stilo trattare; e, fattosene col bene adoperare degno,
non dubitò d'imprenderla e dì proseguirla e recarla a perfezione.
E ciò si fu di cantare d'Enea e delle sue magnifiche opere, in
onore d'Ottaviano Cesare: le quali in si fatto e si eccelso stilo
ne discrisse, che né prima era stato, né fu poi alcun latino poeta
che v'aggiugnesse, — « Se io ho ben la tua parola intesa », cioè
il tuo ragionare, il quale veramente aveva bene inteso, « L'anima
tua è da viltate offesa», cioè occupata da tiepidezza e da pu-
sillanimità, la quale non che le maggiori cose, ma eziando quelle
che a colui, nel quale ella si pon, si convengono, non ardisce
d'imprendere. «La qual», viltà, «molte fiate l'uomo ingombra»,
cioè impedisce, «Si che d'onrata inyresa » [poi fatta] « l'ari-
volve», [daljla sua misera e tiepida oppinione, «Come», in-
gombra, « falso veder », parendo una cosa per un'altra vedere
(il che addiviene per ricevere troppo tosto nella virtù fantastica
j alcuna forma, nella immaginativa subitamente venuta), «bestia
212 III - COMENTO ALLA « DIVINA COMMEDIA »
quand'ombra», cioè adombra, e temendo non vuole più avanti
andare. E vuoisi questa lettera cosi ordinare: « la quale molte
fiate ingombra l'uomo, come falso vedere fa bestia, quand'ombra,
e d'onorata impresa i'arivolve».
Poi seguita: « Da questa téma », la quale tu hai di venire
là dove detto t'ho, « accioché tu ti solve », cioè sciolghi, si
che ella non ti tenga più impedito, «Dirotti perdi' i' venni, e»,
dirotti, «quel ch'io intesi, Nel primo punto che di te mi dolve»,
cioè che io ebbi compassion di te.
« Io era tra color che son sospesi », in quanto non sono de-
mersi nella profondità dello 'nferno, né nella profonda miseria de*
supplici più gravi, come sono molti altri dannati; né sono non
che in gloria, ma in alcuna speranza di minor pena, che quella
la qual sostengono. Poi segue Virgilio: ed essendo quivi, «E
donna mi chiamò beata e bella ». Dove, per mostrare più degna
colei che il chiamò, le pone tre epiteti : prima dice che era
«donna», il qual titolo, come che molte, anzi quasi tutte, oggi
usino le femmine, a molte poche si confà degnamente; e di-
mostrasi per questo la condizione di costei non esser servile.
Dice, oltre a questo, che ella era « bella »; e l'esser bella è sin-
gular dono della natura, il quale, quantunque nelle mondane
donne sia fragile e poco durabile, nondimeno da tutte è ma-
ravigliosamente disiderato; senza che egli è pure alcun segno
di benivole stelle operatesi nella concezione di quella cotale,
che questo dono riceve; e quasi non mai sogliono i superiori
corpi questo concedere, ch'egli non sia d'alcuna altra grazia
accompagnato: per la qual cosa paiono più venerabili quelle
persone, che hanno bello aspetto, che gli altri. Appresso dice
che era « beata », nella qual cosa racchiude tutte quelle cose,
le quali debbano potere muovere a' suoi comandamenti qua-
lunque persona richiesta; peroché chi è beato non è verisimile
dovere d'alcuna cosa, se non onestissima, richiedere alcuno;
e può chi è beato remunerare; e dé'si credere lui esser grato
verso chi a' suoi piacer si dispone. Le quali cose Virgilio, si
come avvedutissimo uomo, conoscendo, dice: ella era «Tal che
di comandare i' la richiesi »; cioè offersimi, come ella mi chiamò,
III-COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA» 213
presto ad ogni suo comandamento. E ben doveva questa donna
esser degna di reverenza, quando tanto uomo, quanto Virgilio
fu, si proffera a lei.
Poi segue continuando il suo dire, e ancora più degna la
dimostra, dicendo: « Lucevan gli occhi suoi più che la stella».
Dé'si qui intendere l'autore volere preporre la luce degli occhi
di questa donna alla luce di quella stella eh 'è più lucente.
«E cominciommi a dir», questa donna, «soave e piana»:
nel qual modo di parlare si comprende la qualità dell'animo
di colui che favella dovere essere riposata, non mossa da al-
cuna passione, e, oltre a ciò, in questo disegna l'atto dell'onesto,
il quale in ogni suo movimento dee esser soave e riposato.
« Con angelica voce » aggiugne un'altra cosa, mirabilmente op-
portuna nelle donne, d'aver la voce piacevole, né più sonora né
meno che alla gravità donnesca si richiede; e queste cosi fatte
voci fra noi sono chiamate « angeliche ». E, oltre a questo, l'at-
tribuisce Virgilio questa voce in testimonio della beatitudine
di lei, perciooiié estimar dobbiamo alcuna cosa deforme non
potere essere in alcun beato. « In sua favella», cioè in fioren-
tino volgare, non ostante che Virgilio fosse mantovano. Ed in
ciò n'ammaestra alcuno non dovere la sua originai favella la-
sciare per alcun'altra, dove necessità a ciò noi costrignesse.
La qual cosa fu tanto all'animo de* romani, che essi, dove
che s'andassero, o ambasciadori o in altri ufici, mai in altro
idioma che romano non parlavano; e già ordinarono che al-
cuno, di che che nazion si fosse, in senato non parlasse altra
lingua che la romana. Per la qual cosa assai nazioni mandaron
già de' loro giovani ad imprendere quello linguaggio, accioché
intendesser quello e in quello sapessero e proporre e ri-
spondere.
Ma potrebbesi qui muovere un dubbio, e dire: — Come sai
tu che questa donna parlasse fiorentino.^ — A che si può rispon-
dere apparire in più luoghi, in quieto volume. Beatrice essere
stata una gentildonna fiorentina, la quale l'autore onestamente
amò molto tempo; e per questo comprendere e dire lei in fio-
rentin volgare aver parlato.
J .4 HI - COMENTO ALLA « DIVINA COMMEDIA »
E percioché questa è la primiera volta che di questa donna
nel presente libro si fa menzione, non pare indegna cosa al-
quanto manifestare di cui l'autore, in alcune parti della presente
opera, intenda nominando lei, conciosiacosaché non sempre di
lei allegoricamente favelli. Fu adunque questa donna (secondo
la relazione di fededegna persona, la quale la conobbe, e fu per
consanguinità strettissima a lei) figliuola d'un valente uomo chia-
mato Folco Portinari, antico cittadino di Firenze: e, come che
l'autore sempre la nomini Beatrice dal suo primitivo, ella fu
chiamata Bice; ed egli acconciamente il testimonia nel Paradiso,
là dove dice: «Ma quella reverenza, che s'indonna Di tutto
me, pur per B e per ice ». E fu di costumi e d'onestà lau-
devole quanto donna esser debba e possa, e di bellezza e di
leggiadria assai ornata; e fu moglie d'un cavaliere de' Bardi,
chiamato messer Simone; nel ventiquattresimo anno della sua
età passò di questa vita, negli anni di Cristo milleduecentono-
vanta. Fu questa donna maravigliosamente amata dall'autore.
Né cominciò questo amore nella loro provetta età, ma nella
loro fanciullezza; peroché, essendo ella d'età d'otto anni e
l'autore di nove, si come egli medesimo testimonia nel principio
della sua Vita nuova, prima piacque agli occhi suoi. Ed in questo
amore con maravigliosa onestà perseverò mentre ella visse. E
molte cose in rima, per amore ed in onor di lei già compose;
e, secondo che egli nella fine della sua Vita Nuova scrive, esso
in onor di lei a comporre la presente opera si dispose ; e come
appare e qui e in altre parti, assai maravigliosamente l'onora.
— « O anima ». Qui cominciano le parole, le quali Virgilio
dice essergli state dette da questa donna, nelle quali la donna,
con tre commendazioni di Virgilio, si sforza di farlosi benivolo
ed ubbidiente, dicendo primieramente: «cortese», il che in
qualunque, quantunque eccellente uomo e onorevole, titolo è
da disiderare, percioché in ciascuno nostro atto è lai^devole
cosa l'esser cortese; quantunque molti vogliano che ad altro
non si riferisca l'esser cortese, se non nel donare il suo ad
altrui; «mantovana», il che la donna dice per mostrare che
ella il conosca, e a lui voglia dire e dica, e non ad un altro;
Ili - COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA» 215
« La cui fama nel mondo ancora dura », cioè persevera. E
questa è la seconda cosa per la quale la donna si vuol fare
benivolo Virgilio, mostrandogli lui essere famoso.
[È la Fama un romore generale d'alcuna cosa, la qual sia
stata operata, o si creda essere stata, da alcuno, si come noi
sentiamo e ragioniamo delle magnifiche opere di Scipione Afri-
cano, della laudevole povertà di Fabrizio e della fornicazione
di Didone e di simigliami: la qual fìnge Virgilio, nel quarto
del suo Eneida, essere stata figliuola della Terra e sorella di
Geo e d'Anchelado, e lei la Terra, commossa dall'ira degl' iddii
aver partorita. Della qual si racconta una cotal favola, che
conciofossecosaché, per desiderio d'ottenere il regno Olimpo
fosse nata guerra tra i Titani, uomini giganti, figliuoli della Terra
e Giove; si divenne in questo, che tutti i figliuoli della Terra
li quali inimicavan Giove, furon dal detto Giove e dagli altri
iddii occisi: per lo qual dolore la Terra commossa e diside-
rosa di vendetta, conciofossecosaché a lei non fossero arme
contro a cosi possenti nemici, accioché con quelle forze, le
quali essa potesse, alcun male contro agl'iddìi facesse, costretto
il ventre suo, ne mandò fuori la Fama, raccontatrice delle scel-
lerate operazioni degl'iddìi. La forma della quale Virgilio nel
preallegato libro discrive, e dice:
Fama, maluni quo noti aliud velocms ullum, ecc.,
seguendo che ella vive per movimento, e andando acquista
forze, e nella prima téma è piccola, ma poi se medesima lieva
in alto, e quindi va su per lo suolo della terra e il suo capo
nasconde tra' nuvoli; e ch'ella è in su i pie velocissima, e ha
alie molto ratte, ed è un mostro orribile e grande; e quante
penne ha nel corpo suo, tanti occhi n'ha sotto che sempre veg-
ghiano, e tante lingue e tante bocche le quali continuamente par-
lano, e tanti orecchi li quali sempre tiene levati; e vola la notte
per lo mezzo del cielo e per l'ombra della terra, stridendo, senza
dormir mai; e '1 di siede ragguardatrice sopra la sommità delle
case, e spaventa le città grandi: tenace cosi de' composti mali,
come rapportatrice del vero.]
2l6 III-COMENTO ALLA « DIVLNA COMMEDIA»
[Ma, se io, avendo la sua origine e la forma e gli effetti se-
condo le fizion poetiche discritte, non aprissi quello che essi
sotto questa crosta sentano, potrei forse meritamente essere ri-
preso. Dico adunque che gl'iddii, per l'ira de' quali la Terra
si commosse e turbò, è da intendere intorno ad alcuna cosa
l'operazion delle stelle, le quali gli antichi, erronei, chiamavano
« iddii», avendo riguardo alla loro eternità e alla loro integrità,
che alcuna corruzione non ricevea. Le quali stelle e corpi su-
periori, senza alcun dubbio per la potenza loro attribuita dal
creatore di quelle, adoperano in noi secondo le disposizioni
delle cose riceventi le loro impressioni; e da questo avviene
che il fanciullo, o vogliam dire il giovane, per loro opera è
aumentato, conciosiacosaché colui che invecchia sia diminuito,
e conciosiacosaché mai si scostino dalla ragione dell'ottimo
e perfetto governatore. Alcuna volta fanno cose, le quali dal
repentino e falso giudici© de' mortali pare che abbino, si come
adirati, fatte, come quando per loro opera muore un giusto re,
un felice imperadore, un caro e opportuno uomo al ben comune,
un savissimo uomo, o un nobile ed egregio cavaliere: e per
questo, cioè per lo fare venir meno i solenni uomini, pare che
come adirati contro a loro faccino.]
[Dissono li poeti gl'iddìi essere adirati, avendo uccisi coloro
li quali si doveano perpetuare ; ma che di questo seguita che
la Terra se ne commuove, cioè l'animoso uomo (percioché
tutti siamo di terra, e in terra torniamo), e sforzasi d'adoperar
quello di che nasca nome e "fama di lui, la quale sia vendi-
catrice della sua futura morte; accioché, quando quello avverrà
che i corpi superiori facciano venire al suo fine il suo mortai
corpo, viva di lui, per li suoi meriti (eziandio non volendo i
corpi superiori), il nome suo e la fama delle sue operazioni,
non altrimenti che esso vivo fosse. E in quanto dice questa
nella prima téma esser piccola, non ce ne inganniamo, percio-
ché, quantunque grandi sien l'opere delle quali ella nasce, non-
dimeno paiono da un temore degli uditori cominciare a spandersi.
Poi, in quanto dice Virgilio essa elevarsi ne' venti, niun'altra
cosa vuol dire se non essa divenire in più ampio favellio delle
III-COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA» 217
genti; o vogliam, per quel, sentire essa mescolarsi ne' ragio-
namenti delle genti mezzane. E, in quanto poi discende nel
suolo della terra, intende il poeta lei mescolarsi nel vulgo; e
cosi, quando mette il capo ne' nuvoli, dobbiamo intendere lei
dovere mescolarsi ne' ragionamenti de' prencipi e degli uomini
sublimi. E l'avere l'alie e i pie veloci assai manifestamente di-
mostra il suo presto trascorso d'una parte in un'altra; e per
gli occhi, li quali le discrive molti, sente agli occhi della Fama
ogni cosa pervenire, e cosi agli orecchi. E lei non tacer mai,
dove che ella si favelli, o in pubblico o in occulto, o in un
luogo o in un altro; lei non dormir mai, e volar la notte per
lo mezzo del cielo o per l'ombra della terra: non credo altro
intendere si debbia se non il suo continuo andamento di questo
in quello e, per li suoi rapportamenti vari e molti, metter tre-
more ne' popoli, e per conseguente fare guardar le terre e
alle porti e sopra le torri fare stare le guardie e gli speculatori.
E, percioché essa non cura di distinguere il vero dal falso, è
contenta di rapportare ciò che ella ode. Ma, in quanto dicono
costei dalla Terra essere generata per dovere i peccati e le
disoneste cose degl'iddìi raccontare, per alcun* altra cosa non
credo esser stato fìtto se non per dimostrare le vendette degli
uomini men possenti, li quali, non potendo altro fare a' grandi
uomini, s'ingegnano, parlando mal di loro, di farli venire in
infamia, e per conseguente in disgrazia delle genti. Figliuola
della Terra è detta, percioché dell'opere sole, che sopra la
terra si fanno, si genera la fama. E che essa non abbia padre
credo avvenire da questo: per lo non sapersi donde il più delle
volte nasca il principio del ragionare di quello che poi fama
diventa; il che se si sapesse, direbbe l'uomo quel cotale essere
il padre della fama.]
La qual cosa, quantunque ad ogni uomo, il quale ha senti-
mento, molto piaccia, sopra a tutti gli altri piacque a' gentili,
li quali non avendo alcuna notizia d<^a beatitudine celestiale,
la quale Iddio concede a coloro li quali adoperan bene, quegli
cotali, li quali virtuosamente adoperavano, a fi;. e d'acquistar
fama il facevano, e quella vedersi avere acquistata con somma
letizia ascoltavano.
2l8 HI - COMENTn ALLA «DIVINA COMMEDIA»
Dunque mostra in questo la donna di conoscere da quali
cose si doveva far benivolo Virgilio. E poi soggiugne la terza,
dicendo: « E durerà », questa tua fama, « mentre il mondo
lontana », ponendo qui il presente tempo per lo futuro, in quanto
dice « lontana » per « lontanerà », cioè si prolungherà. E questo
per la consonanza della rima si concede. Ed è questa terza cosa
quella che più piace a coloro li quali fama acquistano, che essa
dopo la lor morte duri lunghissimo tempo, estimando che quanto
più dura, più certo testimonio renda della virtù di colui che
guadagnata l'ha. Ed in questo la donna gli compiace, in quanto
gli dice quello che gli è grato ad udire; e, oltre a ciò, dicendo
quella dovere essere perpetua, mostra di credere lui essere stato
per sua grandissima virtù degno d'eterna fama.
[Ma, percioché qui di questa fama si fa menzione, e ancora
in più parti nel processo se ne farà, e di sopra abbiamo scritta
la sua origine, estimo sia commendabile il mostrare, anzi
che più procediamo, che differenza sia tra onore e laude e
fama e gloria, accioché, dove nelle cose seguenti menzione se
ne farà, s'intenda in che differenti sieno; e questo dico, percio-
ché già alcuni indifferentemente posero Tun nome per l'altro,
de' quali forse furono di quegli che non sapevano la differenza.
Dico adunque che « onore » è quello il quale ad alcuno in
presenza si fa, o meritato o non meritato che l'abbia; come
che il meritato sia vero onore e l'altro non cosi: si come a
Scipione Africano, il quale avendo magnificamente per la re-
publica contro a Cartagine adoperato, tornando a Roma, gli
fu preparato il carro triunfale e fattigli tutti quegli onori che
al triunfo aspettavano, che eran molti. E questo era vero e
debito onore, che per virtù di colui che il riceveva s'acqui-
stava. A dimostrazione della qual cosa è da sapere che Marco
Marcello, nel quinto suo consolato, secondo che dice Valerio,
avendo vinto primieramente Clastidio, e poi Seragusa in Sicilia,
e botato in questa guerra un tempio alla Virtù e all'Onore, fu
per Io collegio dei pontefici giudicato a due deità non potersi
un tempio solo farsi ; percioché, se alcuna cosa miracolosa
in quello avvenisse, non si saprebbe a quale delle due deità
III-COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA» 2ig
ordinare i sacrifici debiti e le supplicazioni. E perciò fu ordinato
che a ciascuna delle due deità si -facesse un tempio; li quali
furono fatti congiunti insieme in questa guisa: che nel tempio
fatto in reverenza dell'Onore non si poteva entrare, se per lo
tempio della Virtù non f andasse. E questo fu fatto a dare ad
intendere che onore n^i si poteva acquistare se non per ope-
razion di virtù. È, oltre a questo, fatto onore ad alcuni, li quali
per loro meriti noi ricevono, ma per alcuna dignità loro con-
ceduta, o per la memoria de' lor passati, o forse per la loro
età: questi sono, andando, messi innanzi, posti nelle prime
sedie, e in simili maniere onorati. Le « laude », come l'onore
si fa in presenza a colui che meritato l'ha, cosi si dicono lui
essendo assente; percioché, se lui presente si dicessero, non
laude ma lusinghe parrebbono. La « gloria » è quella che delie
ben fatte cose da' grandi e valenti uomini, essendo lor vivi, si
cantano e si dicono, e l'essere con ammirazione della moltitu-
dine riguardati e mostrati e reveriti, come fu già Giunio Bruto,
avendo cacciato Tarquinio re e liberata Roma dalla sua su-
perbia, e Gaio Mario, avendo vinto Giugurta e sconfitti i
cimbri e i tèutoni. « Fama » è quello ragionare che lontano
si fa delle magnifiche opere d'alcun valente uomo, e che dopo
la sua vita persevera nelle scritture di coloro lì quali in nota
messe l'hanno, spandendosi per lo mondo e molti secoli con-
tinuando ; come ancora e udiamo e leggiamo tutto il di di
Pompeo magno, di Giulio Cesare dettatore, d'Alessandro re di
Macedonia e di simiglianti.]
[Ma da tornare è alla intralasciata materia. E dico che,] avendo
questa donna captata la benivolenzia di Vergilio, gli comincia
a dichiarare il suo disiderio dicendo: «L'amico mio», cioè
Dante, il quale lei, mentre ella visse, come detto è, assai tempo
e onestamente avea amata; e però, si come l'autore nel Pinga-
torio dice:
•
amore
acceso da virtù, sempre altro accese,
sol che la fiamma sua paresse fuore.
220 IlI-COMENTO ALLA «DIVINA COMMPIDIA »
mostra dovere e2:li essere stato onestamente amato da lei ; dal
quale onesto amore è di necessità essere stata generata onesta
e laudevole amistà, la quale esser vera non può, né è durabile,
se da virtù causata non è: e cosi mostra che fosse questa, in
quanto la donna, di lui parlando, il chiama « suo amico ». E qui
non senza cagione, lasciato stare il p^^prio nome, il chiama
la donna « amico »: la quale è per dimostrare, per la virtù di cosi
fatto nome, l'autore le sia molto all'animo- e per mostrare in
ciò che ella non venga a porgere i preghi suoi per uomo strano
o poco conosciuto da lei. E aggiugne « e non della ventura »,
cioè della fortuna, percioché infortunato uomo fu l'autore; e
questo aggiugne ella per mettere compassion di lui in Virgilio,
il quale intende di richiedere che l'aiuti, percioché degl'in-
felici si vuole aver compassione. « Nella diserta piaggia », della
qual di sopra è più volte fatta menzione, « è impedito », dalle
tre bestie, delle quali di sopra dicemmo, « Si », cioè tanto,
« nel cammin, che vòlto è », a ritornarsi nella oscurità della
valle, « per paura », di quelle bestie.
« E temo che non sia già si smarrito, Ch'io mi sia tardi
al soccorso », di lui, « levata. Per quel ch'io ho di lui nel
cielo udito », da Lucia. E pone la donna queste parole per
avagciare l'andata di Virgilio; e appresso ancora il sollecita
dicendo: « Or muovi, e con la tua parola ornata » (com-
mendalo qui d'eloquenza, la quale ha grandissime forze nel
persuadere quello che il parlatore crede opportuno), « E con
ciò che è mestiere al suo campare, L'aiuta », da quelle bestie
che l'impediscono, «si», cioè in tal maniera, «ch'io ne sia
consolata ».
E, dette queste parole, manifesta il nome suo, dicendo: « Io
son Beatrice che ti faccio andare ». E, detto il suo nome, gli
dice onde ella viene, per mandarlo in questo servigio, accio-
ché Virgilio conosca molto calernele; percioché senza gran
cagione non è il partirsi alcuno de' luoghi graziosi e dilettevoli,
e andare in quelli ne' quali non è altra cosa che dolore e mi-
seria. E dice: « Vegno del luogo », cioè di paradiso, « ove
tornar disio ». E quinci gli apre la cagione che di paradiso l'ha
IlI-COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA» 221
fatta discendere in inferno, dicendo: «Amor» [grandi sono le
forze dell'amore: « Aqiiae multae non potuerunt extin^uere cha-
ritatem »] « mi mosse», là onde io era, ed egli è quegli « che
mi fa parlare» e pregarti.
Appresso a questo, accioché Virgilio non sia tardo all'an-
dare, come persona che guiderdone non aspetta della fatica,
si dimostra verso lui dovere essere grata, dicendo: « Quando
sarò dinanzi al Signor mio », cioè a Dio, « Di te mi loderò
sovente a Lui »: — e cosLnon una volta, ma molte, nella multi-
plicazion delle quali si mostrerà esserle stato gratissimo il ser-
vigio da lui ricevuto. E quantunque questo guiderdone, il quale
ella promette, alcuna cosa non monti alla salute di Virgilio,
pur si dee credere piacergli; e questo è, percioché s'egli gli
è a grado che la fama di lui tra gli uomini favelli, quanto mag-
giormente si dee credere essergli caro che una cosi fatta donna
nel cospetto di Dio il commendi e lodisi di lui?
« Tacquesi allora », detto questo, « è poi comincia' io »,
a dire, e (siipple) dissi: — « O donna di virtù, sola per cui »,
cioè per cui sola, « L'umana spezie »: è l'umana generazione
spezie di questo genere che noi diciamo « animali »; « eccede»,
cioè trapassa di virtù, ed, oltre a ciò, in tanto, che essi divengono
atti a cognoscere e cognoscono Iddio, il quale alcun altro ani-
male non cognosce; «ogni contento*, cioè ogni cosa contenuta,
« Dal cielo, e' ha minor li cerchi sui », il quale è quel della
luna, che, percioché più che alcun altro è vicino alla terra,
è di necessità minore che alcuno degli altri, e perciò ha i suoi
cerchi, cioè le sue circonvoluzioni, minori, infra' quali gli ele-
menti ed ogni cosa dementata si contiene, e ancora i demòni
e l'anime de' dannati. Le quali cose tutte, per l'anima razio-
nale e libera, trapassa l'uomo d'eccellenza.
« Tanto m'aggrada '1 tuo comandamento ». Qui si dimostra
Virgilio assai graziosamente disposto al comandamento della
donna, mostrando che egli non solamente disidcra d'ubbidirla
prestamente, ma dice: « Che l'ubbidir», al comandamento, « se
già fosse», in atto, « m'è tardi ». E però segue: «Più non t'è
uopo aprirmi il tuo talento»; quasi dica: ass^i hai detto, ed
io son presto.
222 III-COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA»
Ma nondimeno le muove un dubbio, dicendo: « Ma dimmi
la cagion, che non ti guardi Dallo scender quaggiù in questo
centro », pieno di scurità e di pene eterne. E chiamasi « centro »
quel punto il quale fa quella parte del sesto, il quale noi fer-
miamo quando alcun cerchio facciamo: e però chiama « centro »
il corpo della terra, percioché, avendo riguardo alla grandis-
sima larghezza della circunferenza del cielo e alla piccola
quantità del corpo della terra posta nel mezzo de' cieli, qui si
può dire centro del cielo. «Dall'ampio loco», cioè dal cielo,
« ove tornar tu ardi », cioè ardentemente disideri.
Al quale Beatrice dice cosi : — « Da poi che vuoi saper cotanto
addentro », cioè si profonda ed occulta cosa, « Dirotti breve-
mente — mi rispose — Perch'i* non temo di venir qua entro »,
in questo carcere cieco. « Temer si dee sol di quelle cose,
C hanno potenza di fare altrui male ». Si come Aristotile nel
terzo dell' Elica vuole, il non temer le cose che posson nuo-
cere, come sono i tuoni, gl'incendi e' diluvi dell'acque, le ru-
vine degli edifici e simili a queste, è atto di bestiale e di
temerario uomo; e cosi temere quelle che nuocere non pos-
sono, come sarebbe che l'uomo temesse una lepre o il volato
d'una quaglia o le corna d'una lumaca, è atto di vilissimo
uomo, timido e rimesso. Le quali due estremità questa donna
tocca discretamente, dicendo esser da temere le cose che pos-
sono nuocere. « Dell'altre no », cioè quelle « che non son po-
derose » a nuocere, e che non debbon metter paura nelT uomo,
il qual debitamente si può dir forte.
E quinci dimostra sé essere di quei cotali forti, dicendo:
« Io son da Dio, sua mercé »: quasi dica: non per mio me-
rito; fatta « tale», cioè beata, alla quale cosa alcuna noiosa,
quantunque sia grande, non puote offendere; « Che la vostra
miseria », cioè di voi dannati, « non mi tange », cioè non mi
tocca, quantunque io venga qua entro; «Né fiamma d'esto in-
cendio », il quale è qui. E per questa parola nota quegli del
hmbo essere in foco, quantunque nel quarto canto l'autore
dica quelli, che nel limbo sono, non avere altra pena che di
sospiri. « Non m'assale », cioè non mi si appressa.
III-COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA» 223
« Donna è nel cielo ». Vuole qui mostrare Beatrice non di
suo proprio movimento mandare Virgilio al soccorso dell'autore,
ma con divina disposizione, percioché in cielo alcuna cosa
non si fa che dall'ordine della divina mente non muova; e
perciò vuol mostrare che « Donna è lassù nel Ciel> che si com-
piange », cioè si rammarica. Né è questo da credere che in
cielo sia, o possa essere alcuno rammarichio, ma conviene a
noi da' nostri atti prendere il modo del parlare dimostrativo,
a fare intendere gli effetti spirituali ; e percioché l'effetto il
quale segui del venire Beatrice a Virgilio, venne da una cle-
menzia divina quasi mossa, come le nostre si muovono, per
alcuno rammarichio ; e però dice Beatrice, quella donna com-
piangersi, cioè mostrare una affezione dell'impedimento del-
l'autore, come qui tra noi mostra chi ha compassion d'alcuno.
« Di questo impedimento, ov'io ti mando », cioè alla salute
dell'autore; « Si che duro », cioè stabile e fermo, « giudicio »,
cioè disposizione di Dio, « lassù », cioè in cielb, « frange »,
cioè s'apre; e dimostra come le marine onde, cacciate talvolta
dall'impeto d'alcun vento, che vengono insino alla terra chiuse,
e quivi frangendo s'aprono: e cosi sta chiusa ed occulta la
divina disposizione, infìno a tanto che di manifestarla bisogni.
« Lucia chiese costei », cioè questa donna chiese Lucia,
« in suo dimando », cioè nel suo priego. Il senso di questa
lettera, quantunque alquanto di sopra aperto n'abbia, non si
può qui mostrare essere litterale, e però è da riserbare quando
si tratterà l'allegorico. « E disse », questa donna: — « Ora ha
bisogno il tuo fedele. Di te » ; percioché è in grandissima tri-
bulazione, per la paura la quale ha delle tre bestie, che il suo
cammino impediscono; « ed io a te lo raccomando »; — volendo
dire, poiché suo fedele era, che ella nel suo scampo s'ado-
perasse. « Lucia, nemica di ciascun crudele. Si mosse », udito
questo, « e venne al loco dov'io era, Ch'i' mi sedea con l'antica
Rachele ». Rachele fu figliuola di Laoan, fratello di Rebecca mo-
glie d'Isach. e fu moglie di Giacob: la quale storia alquanto più
distesamente si racconterà appresso nel quarto canto di questo li-
bro. « Disse: — Beatrice, loda », cioè laudatrice, « di Dio vera »;
224 III-COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA»
quasi voglia per questo intendere essere vere, e non lusinghe-
voli né fittizie, le parole con le quali Beatrice loda Iddio. « Che
non soccorri quei che t'amò tanto », avanti che impedito fosse in
quella valle tenebrosa, « Cli* usci per te della volgare schiera? »,
cioè, che per piacerti, lasciati i riti del vulgo, si diede a co-
stumi e a operazioni laudevoli. « Non odi tu la pietà », cioè
l'afflizione, « del suo pianto », il quale egli fa nella diserta
piaggia? « Non vedi tu la morte, che '1 combatte », cioè la
crudeltà di quelle bestie, le quali con la paura di sé il com-
battono e conduconlo alla morte, « Su la fiumana »: qui chia-
ma «fiumana» quello orribile luogo nel quale l'autore era da
quelle bestie combattuto, quasi quegli medesimi pericoli e quelle
paure induca la fiumana, cioè l'impeto del fiume crescente, il
quale è di tanta forza, che dir si può « ove », sopra la quale,
« '1 mar non ha vanto? » — cioè non si può il mare vantare
d'essere più impetuoso o più pericoloso di quella.
« Al mondo non fùr mai persone ratte », cioè fùr sollecite,
« A far lor prò », loro utilità, « ed a fuggir lor danno, Com'io»,
sollecitamente, « dopo cotai parole fatte. Venni quaggiù », in
inferno, «del mio beato scanno», cioè del luogo mio, là dove
io in paradiso sedea, « Fidandomi del tuo parlare onesto »; qui
ancora Beatrice onora Virgilio, dicendo il suo parlare essere
onesto, il che di certi altri poeti non si può dire; « Che onora
te », Virgilio; e non solamente te, ma ancora « e quei che udito
l'hanno», — e servato nella mente; percioché l'avere udito
senza averlo servato, e poi ad esecuzione in alcuno laudevole
atto non messo, non può avere onorato l'uditore. E mostra ancora
in queste poche parole precedenti l'ardente sua affezione verso
l'autore, acciò per quello faccia ancora più pronto Virgilio al
soccorso dell'autore.
« Poscia che m'ebbe », cioè Beatrice, « ragionato questo »,
che detto t'ho, « Gli occhi lucenti lagrimosi vols3 », per avven-
tura verso il cielo, dove è qui da intendere che, detta la sua
intenzione a Virgilio, si ritornò. E in questo lagrimare ancora più
d'affezion si dimostra, dimostrandosi ancora un atto d'amante,
e massimamente di donna, le quali, come hanno pregato
Ili - COMENTO ALLA « DIVINA COMMEDIA » 225
d'alcuna cosa la quale disiderino, incontanente Ingrimano, mo-
strando in quello il disiderio suo essere ardeniissimo. Per la
qual cosa dice Virgilio: « Per che mi fece del venir più presto:
E venni a te », nella piaggia diserta, dove tu rovinavi la dove
il sol tace, « cosi come ella volse »; quasi voglia dire che al-
trimenti non sarei venuto. « Dinanzi a quella fiera », cioè a
quella lupa ferocissima, « ti levai, Che del bel monte », sovra
'1 qual tu vedesti i raggi del sole, « il corto andar ti tolse »;
percioché, se davanti parata non ti si fosse, in bricve spazio
saresti potuto sopra il monte essere andato; dove per lo suo
impedimento, a volervi sii pervenire, ti convien fare molto più
lungo cammino.
«Dunque, che è?» cioè quale cagion'è, «perché, perché
ristai?» di seguirmi; e reitera la interrogativa, per pungere più
l'animo dell'uditore; «Perché», cioè per qual cagione, «tanta
viltà », quanta tu medesimo nelle tue parole dimostri, « nel
cuor t'allelte? », cioè chiami colla falsa estimazione, la qual fai
delle cose esteriori; « Perché ardire e franchezza non hai?».
E massimamente: « Poi che tali tre donne benedette », quali
di sopra detto t'ho, cioè quella donna gentile, e Lucia e Bea-
trice, « Curan di te », cioè hanno sollecitudine di te e pro-
curan la tua salute, « nella corte del cielo », nella quale sus-
sidio non è mai negato ad alcuno che umilemente l'addomandi;
e, oltre a ciò, « E '1 mio parlar», al quale tu dovresti dare
piena fede, se tanto amore hai portato e porti alle mie opere
(come davanti dicesti: « Vagliami '1 lungo studio e '1 grande
amore », ecc.), « tanto ben ti promette? » — cioè di conducerti
salvamente in parte, della qual tu potrai, se tu vorrai, salire
alla gloria eterna.
« Quale i fioretti ». Qui dissi cominciava la quinta parte di
questo canto, nella quale l'autore, per una comparazione, di-
mostra il perduto ardire essergli ritornato e il primo proponi-
mento. Dice adunque cosi: « Quale i tìorctii », li quali nascono
per li prati, «dal notturno gelo, Chinati, e chiusi »; percioché,
partendosi il sole, ogni pianta naturalmente ristrigne il vigor
suo; ma parsi questo più in una che in un'altra, e massimamente
G. Boccaccio, Scritti danteschi - 1. 15
226 Ill-COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA»
nei fiori, li quali per téma del freddo, tutti, come il sole comincia
a declinare, si richiudono: «poi che '1 sol gì' imbianca», con
la luce sua, venendo sopra la terra. E dice « imbianca », per
questo vocabolo volendo essi diventar parventi, coma paiono le
cose bianche e chiare, dove l'oscurità della notte gli teneva,
quasi neri fossero, occulti. « Si drizzan tutti »; percioché, avendo
il gambo loro sottile e debole, gli fa il freddo notturno chinare,
ma, come il sole punto gli riscalda, tutti si drizzano, « aperti in
loro stelo», cioè sopra il gambo loro. «Tal mi fec'io», quale i
fioretti, « di mia virtute stanca », per la viltà che m'era nel cuor
venuta ; « E tanto buono ardire al cuor mi corse », per li conforti
di Virgilio, « Ch'io cominciai », a dire, « come persona franca»,
forte e disposta ad ogni affanno: — «O pietosa colei », cioè Bea-
trice, «che mi soccorse», col sollecitarti, e mandarti a me;
« E tu », fosti, «cortese, che ubbidisti tosto Alle vere parole, che
ti porse!»; percioché, dove venuto non fossi, io era veramente
per perire. «Tu m'hai con disiderio il cuor diposto Si al venir
con le parole tue », cioè con i tuoi utili conforti e vere dimo-
strazioni, «Ch'io son tornato nel primo proposto», cioè di
seguirti. «Or va'^ ch'un sol volere è d'amendue». Non si po-
trebbe in altra guisa bene andare, se non fosser la guida e '1
guidato in un volere. « Tu duca », quanto è nell'andare, « tu
signore », quanto è alla preeminenza e al comandare, « e tu
maestro», — quanto è al dimostrare; percioché uficio del mae-
stro è il dimostrare la dottrina e il solvere de' dubbi.
«Cosi gli dissi: e, poi che mosso fue ». Qui comincia la
sesta ed ultima parte di questo canto, nella quale l'autore mostra
come da capo riprese il cammino con Virgilio. « Entrai », con
Virgilio, « per lo cammino alto », cioè profondo, « e Silvestro »,
percioché in quello luogo né albergo né abitazione alcuna si
trovava.
III-COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA» 227
II
Senso allegorico
« Lo p:iorno se n*andava e l'aer bruno », ecc. È stato di-
mostrato dalla ragione, nella fine del precedente canto, qual.
via al peccatore tener gli convegna. per dover salire alla beata
vita e partirsi della miseria della tenebrosa valle. Per la qual
dimostrazione, essendosi esso messo dietro alla ragione in cam-
mino, per continuarsi alle predette cose, discrive l'autore, nel
principio di questo secondo canto, l'ora nella quale in questo
cammino entrarono, la qual dice essere stata nel principio della
noue. Sono adunque, intorno alla allegoria del presente canto,
principalmente da considerare tre cose: delle quali è la pri-
miera qual ragione possa essere per la quale esso di notte
cominci il suo cammino; appresso è da vedere donde potesse
nascere la viltà, la qual dimostra nel dubbio il quale muove
a Virgilio; ultimamente è da vedere qual cagione movesse
Virgilio, e perché del limbo, a venire nel suo aiuto. Percio-
ché, veduto questo, assai chiaramente si vedrd-pcr qual cagione
da lui si rimovessc la viltà sua.
È adunque intenzione dell'autore di dimostrare nella prima
parte, che dissi essere da considerare, che, quantunque l'uomo
peccatore, tócco dalla grazia operante di Dio, abbia tanto di
conoscimento ricevuto, ch'egli s'avvegga essere stato nelle te-
nebre della ignoranza, e per quello in pericolo di pervenire
in morte eterna, e disideri di ritornare alla via della verità e
d'acquistare .salute, e per questo messo si sia dietro alla guida
della ragione, in lui da lungo sonno stata desta; non esser
perciò incontanente tornato nello stato della grazia, [se altro
non s'adopera. E perciò, accioché in quella tornar si possa,
si vuole insiememente pregare Iddio col salmista, dicendo:
« Domine, deduc me in insiitia tua: propter iniinicos meos di-
rige iti ccspectu tuo viam vieam»\ e, oltre a questo, fare alcune
22S III - COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA»
altre cose, secondo la dimostrazione della rag:ione. E queste
sono, come altra volta ho detto, il conoscere pienamente i di-
fetti della vita passata, e di quegli pcntersi e dolersi, e ap-
presso nelle braccia rimettersene della Chiesa, e al vicario di
Dio confessarsene, disposto a satisfare. E, questo fatto, potrà
veramente credere sé essere nello stato della grazia di Dio tor-
nato, e le sue buone opere essere accetievoli e piacevoli nel
cospetto suo e valevoli alla sua salute. Ma, infino a tanto che
in questa grazia non è il peccatore ritornalo, non può andare
per la via della luce, ma va per le tenebre notturno. E perciò,
per dovere tosto a quella grazia pervenire, dee il peccatore in-
gegnarsi di fare ogni atto meritorio: far limosine, l'opere della
.misericordia, usare alla chiesa, digiunare, orare, e simili cose
adoperare; percioché, quantunque senza lo stato della grazia
a salute non vagliano, sono nondimeno preparatorie a doversi
più prontamente e più prestamente menare a meritare e ad
avere la divina grazia.] E perciò, quantunque ad averla l'autore
si disponga, percioché ancora non l'ha, ne dimostra il prin-
cipio del suo cammino cominciarsi di notte.
Seguita di vedere, essendo l'autore già entrato dietro alla
ragione in cammino, donde potesse nascere in esso la viltà
d'animo, la qu.il dimostra nel dubbio, il quale seco medesimo
muove alla ragione: nel quale assai manifestamente mostra lui
ancora nello stato della grazia non esser tornato, e per questo
aver avuto in lui forza il sospettare de' consigli della ragione.
Per la qual cosa in molti avviene che, in se medesimi raccolti,
contro alle dimostrazioni della ragione disputano; e di questo,
considerata la nostra fragilità, non ci dobbiamo noi per av-
ventura molto maravigliare. E la ragione può esser questa.
Assai manifesta cosa è, eziandio in ciascun costante uomo, nel
mutamento d'uno stato ad un altro alquanto gli uomini va-
cillare e stare in pendente, s'è il migliore o non è, dello stato
nel quale si trova, trapassare ad un altro, o pure in quel
dimorarsi. E non è alcun dubbio che, stando l'uomo in
pendente, che ogni piccola sospinta il può muovere e farlo più
nell'una parte che nell'altra pendere. Avviene adunque che
Ili - COMENTO ALLA « DIVINA COMMEDIA » 229
queo:Ii, i quali, come detto è, seco talvolta raccolti sono, quan-
tunque vere conoscano le dimostrazioni della ragione e santi
i suoi consigli, nondimeno d'altra parte, ascoltando le lusinghe
della blanda carne, i conforti del mondo, le persuasioni del
diavolo, a poco a poco cacciando della mente loro il fervor
preso del bene adoperare, non fermato ancora da alcun forte
proponimento, intiepidiscono e divengon vili e timidi; avvi-
sando, per li conforti de' suoi nemici, sé non dovere poter ba-
stare a quello che il bene adoperare e lo stato della penitenza
richiede. Per la qual viltà, se da solenne aiuto cacciata non è,
assai leggiermente miseri volgiamo i passi e nella nostra morte
ci ritorniamo. La qual cosa all'autore avvenia, se le pronte e
vere dimostrazioni della ragione non l'avesser ritenuto e con-
fortato a seguitar l'impresa.
Ultimamente dissi che era da vedere qual cagione movesse
Virgilio, e perché del limbo, a venire in aiuto dell'autore: alla
qual dimostrazione tiene questo ordine l'autore. E' pare essere
assai manifesto che ciascheduno, il quale, dalla grazia operante
di Dio tócco, si desta e vede la miseria nella quale le sue colpe
l'hanno condotto, e, cacciate le tenebre della ignoranza, conosce
in quanto mortai pericolo posto sia; che egli, dopo alcuna
paura, disideri fuggire il pericolo e ricorrere alla sua salute: il
che, non che l'uomo, ma eziandio ogni altro animale natural-
mente procura. E questo assai bene apparisce l'autore aver co-
minciato a fare nel principio della presente opera, in quanto,
desto e conosciuto il suo malvagio stato, ha cominciato a fug-
gire il pericolo, e mostra di disiderare di pervenire alla salute:
e ora in questa parte ne mostra quale dee essere quello che
ciascuno, il quale questo disidera, dee, si come più presto e
più al suo bisogno opportuno, fare. E ciò mostra dovere es-
sere l'orazione; percioché non si può cosi prestamente ricor-
rere all'altre cose necessarie alla salute come a quella; e, come
che ancora questo si potesse, non r^re ben si proceda, se
questa non va avanti. Alla quale eziandio la natura c'induce,
si come noi per esperienza veggiamo, percioché, incontanente
che alcuna cosa sinistra veggiamo contro a noi muoversi,
230 III - co. M FINTO ALLA « DIVINA COMMEDIA»
subitamente preghiamo per lo divino aiuto. La qual cosa per av-
ventura vuol mostrar d'aver fatta l'autore in quelle parole del
primo canto, dove dice: « Guardai in alto e vidi le sue spalle»;
percioché atto è di coloro, li quali adorano, levare il viso al
cielo, accioché in quell'atto parte dtUa loro adezione dimo-
strino. E a questo, che noi oriamo e preghiamo ne' nostri bi-
sogni, ne sollecita Gesù Cristo nell' Evangelio, dove dice: <(. Pul-
sa/e et aperietur vobis, petite et dabitur vcbis ». È il vero che
l'orazione almeno queste due cose vuole avere annesse, [q^.q
e umiltà; percioché chi non ha fede in colui il quale egli
priega, cioè ch'egli possa fare quello che gli è domandato, non
pare orare, anzi tentare e schernire. La qual fede quanto fer-
vente e ferma fosse, apparve nella femmina cananea, la quale,
ancora che non fosse del popolo di Dio, nondimeno tanta fede
ebbe in Gesù Cristo, che istantissimamente il pregò che libe-
rasse la figliuola dal dimonio che la 'nfestava; e, non essendole
da Cristo alcuna cosa risposto, la intera fede la fece ferma e
costante di perseverare nel priego incominciato. Alla quale
avendo Cristo risposto che non si volea prendere il pane dei
figliuoli e darlo a' cani, non lasciando per questa repulsa, e
sospignendola la sua fede, continuò nel pregare. E, avendo af-
fermato quello, che Cristo avea detto, esser vero, disse: — Signor
mio, e i cani, che si allevano nella casa, mangiano delle miche che
caggiono della mensa del signor loro. — Volendo per questo dire :
— Io cognosco che io non sono del popol tuo, il quale tu tieni
per figliuolo, e perciò non debbo il pane de' tuoi figliuoli avere;
maio sono uno de' cani allevato in casa tua; non mi negare
quello che a' cani si concede, cioè delle miche che cag-
giono dalla mensa tua. — La cui ferma {qùq conoscendo Cristo,
non le volle, quantunque de' suoi figliuoli non fosse, ne-
gare la grazia addomandata ; ma, rivolto a lei, disse: — Fem-
mina, grande è la fede tua: va', e cosi sia fatto come tu hai
creduto. — E quella ora fu dal dimenio liberata la figliuola di lei.
Vuole adunque l'orazione farsi con fede, e ancora, si come
voi vedete, con istanzia; percioché Cristo vuole alcuna volta
essere sforzato, non perché la liberalità sua sia minore, o men
Ili - COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA» 23 r
volentieri faccia l'addomandate grazie, ma per fare la nostra
perseveranza magq:iore e accioché più caramente riceviamo
quello che con istanzia impetriamo. Vuole ancora l'orazione
esser umile, percioché alcuna nobiltà di san^^ue, né abbondanza
di sustanze temporali, né magnificenza d'imperiale o di reale
eccellenza la potrebbe di terra levare un attimo. L'umiltà sola
è quella che l'impenna, e falla infine scpra le stelle volare e
quella condurre agli orecchi del Signor del cielo e della terra.
Gran forze son quelle dell'unìiltà nel cospetto di Dio: e come
che assai in ciascuna cosa che l'uom vorrà riguardare a[)paia,
nondimeno mirabilmente il dimostrò nella sua incarnazione;
percioché non real sangue, non età, non bellezza, non sim-
plicità, ma sola umiltà riguardò in quella Vergine, nella quale
Egli, di cielo in terra discendendo, incarnò e prese la nostra
umanità; si come essa medesima Vergine testimonia nel suo
cantico, quando dice: « Rcspexit hitmiUtateni ancillae suae^',
per che da questa parola degnamente essa medesima segue:
« Deposuit potentes de sede et ex aliavi t hiimiles ».
Fece adunque il nostro autore fedele ed umile orazione a
Dio per la salute sua: la quale, si come esso medesimo scrive,
sali in cielo nel cospetto di Dio guidata dall'umiltà; percio-
ché, come vedere abbiam potuto nel precedente canto, l'autore
non solamente avea cacciata da sé la superbia, ma avea paura
di lei e fuggivala. E come dobbiamo noi credere la pietosa e
divota orazione guidata dall'umiltà essere ricevuta in cielo?
Certo, non altrimenti che ricevuto fosse il figliuol prodigo dal
pietoso padre., del quale il santo Evangelio ne dimostra. Fece
il pietoso padre uccidere il vitello sagginato, fece parare il con-
vito, fece chiamare gli amici, e con loro si rallegrò e fece
festa di avere racquistato il suo figliuolo, il quale gli pareva
aver perduio. Cosi si dee credere l'onnipotente Padre aver
fatto in cielo, sentendo per la divota orazione colui alla via
della verità ritornare, il quale del tut|p partito se n'era e ogni
sua grazia avea dispersa e gittata via. Che festa ancora dob-
biam credere averne fatta gli angeli di vita eterna? la letizia
de' quali è maggiore sopra un peccatore che torni a penitenzia.
232 III - COMENTO ALLA « DIVINA COMMEDIA »
che sopra novantanove giusti. Posta dunque l'orazione nel co-
spetto di Dio, quivi, dolendosi del malvagio stato di colui che
la manda, priega; appresso e quello di che ella priega scrive
l'autore, dicendo che ella chiede in sua dimanda Lucia e, come
suo fedele e che ha di lei bisogno, a lei il raccomanda. E cosi
dovemo intendere quella donna gentile essere la santa orazione
fatta dal peccatore, e in questa parte dovemo intendere per
Lucia la divina clemenza, la divina misericordia, la divina beni-
gnità, la qual veramente è nimica di ciascun crudele, percioché
in alcun crudele né pietà né misericordia si trova giammai.
Appare adunque per questo che l'orazione dell'autore ad-
domandasse misericordia, per la qual sola noi possiamo, avendo
peccato, nella grazia di Dio ritornare ; percioché egli è tanta
la indegnità e la iniquità del peccatore in adoperare contro
a' comandamenti di Dio, che, se la sua misericordia non fosse,
alcun nostro merito mai ci potrebbe nel suo amore ritornare.
Quinci, per le cose che seguitano, appare il Nostro Signore
aver prestati benignamente gli orecchi della sua divinità a'
prieghi fatti dall'umile orazione, in quanto dice l'autore che
Lucia, cioè la divina misericordia, chiamò Beatrice, cioè se
medesima dispose a mettere in atto il priego ricevuto: il che
appare, in quanto Beatrice, che quivi la grazia salvificante o
vogliam dire beatificante s'intende, alla salute del pregante si
dispose: il che dallo intrinseco della divina mente procedette.
Grande è per certo, come dice san Gregorio, la virtù della
orazione, la quale, fatta in terra, adopera in cielo: il che qui
manifestamente appare, si come al peccatore è dimostrato; per-
cioché la forza della sua orazione ha rotto e annullato il duro
giudicio di Dio, nel quale esso Iddio vuole che il peccatore
sia punito; e l'umile orazione ha tanto potuto che, rotto questo
giudicio, al peccatore, in luogo della pena, è conceduta mise-
ricordia; e non solamente misericordia, ma ancora preparatagli
e mostratagli la via da pervenire a salvazione. Che adunque
avviene? Che, per lo desiderio della salute sua, la divina bontà
fa che, per la grazia salvificante, si muove Virgilio del limbo: il
quale qui si prende per la ragione, per la quale noi siamo delti
Ili - COMENTO ALLA « DIVINA COMMEDIA » 233
« animali razionali », o vogliam dire, per la grazia cooperante, o
vogliam dire l'una e l'altra insieme; conciosiacosaché alcuno più
atto luogo in noi io non cognosca, dove la grazia cooperante
mandatane da Dio si debba più tosto ricevere che nella sedia
della ragione; conciosiacosaché essa, dopo la grazia operante
ben ricevuta, ogni bene in noi disponga e ordini, e con noi
insieme adoperi.
E, a dichiarare come Virgilio del limbo sia mosso, è da sa-
pere, come già dicemmo, esser due mondi: l'uno si 'chiama
il maggiore e l'altro il minore, si come ne mostra Bernardo
Silvestre in due suoi libri, de' quali il primo è intitolato A/e-
gacosmo da due nomi greci, cioè da « mega », che in latino
viene a dire «maggiore», e da ^ cosmos ^ , c\\q in latino viene
a dire « mondo » : e il secondo è chiamato Microcosmo , da « mi-
eros », greco, che in latino viene a dire « minore », e « cosmos »,
che vuol dire « mondo». E, ne' detti libri, ne dimostra il detto
Bernardo il maggior mondo esser questo il quale noi abi-
tiamo, e che noi generalmente chiamiamo « mondo », e il minor
mondo esser l'uomo, nel quale vogliono gli antichi, sottilmente
investigando, trovarsi tutti o quasi tutti gli accidenti che nel
maggior mondo sono. Ed è del maggior mondo quella parte
chiamata « limbo », la quale non ha sopra di sé altra cosa, che
il cerchio della circunferenza della terra, o la estrema super-
ficie della terra che noi vogliam dire. E, quantunque l'autore,
secondo la sentenza litterale, mostri Virgilio essere nel limbo,
[cioè nell'uno] del maggior mondo, non è da intendere che
quindi fosse mossa la ragione da Beatrice, ma fu mossa dal
limbo del mondo minore, cioè dalla più eminente parte del-
l'uomo, la quale è il cerebro, sopra il quale nulla altra cosa
è del nostro corpo, se non il cranio e la cotenna ; pcrcioché
in quello fu da Dio locata la ragione. E questo, percioché
ad essa è stata commessa la guardia di tutto il corpo nostro,
e, oltre a ciò, il dominio a dovere regolare i movimenti della
nostra sensualità, si come ad ottima distinguitrice delle cose
nocive dall'utili. E convenevole cosa è che colui al quale è
commessa la guardia d'alcuna cosa, che egli stea nella più
234 III - COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA»
sublime parte di quella, accioché esso possa vedere e discernere
di lontano ogni cosa emergente, e a quelle cose, che fossero
avverse alla cosa la qual guarda, opporsi e trovar rimedio, per
lo quale da sé le dilunghi : la qual cosa ne' sensati uomini otti-
mamente fa la ragione posta nella superiore parte di noi. Oltre
a questo, come il savio re pone il suo real solio in quella parte
del suo regno, nella qual conosce esser di maggior bisogno la
sua presenza, accioché per questa si tolgan via le sedizioni e
i movimenti inimichevoli, fu di bisogno la ragione esser posta
nel cerebro, percioché quivi è più di pericolo che in tutto il
rimanente del nostro corpo. E la ragione è, percioché nella
nostra testa son gli occhi, gli orecchi, la bocca e tutti gli altri
sensi del corpo, li quali con ogni istanzia nutricano il regno
della ragione. E perciò, se loro vicina non fosse, potrebbon
muovere cose assai dannose, dove dalla ragione sono oppresse
e diminuite le forze loro. E questa sedia della ragione essere
nel nostro cerebro, e perché quivi, ottimamente sotto maravi-
gliosa Azione dimostra Virgilio nel primo (\q\V Eneida, dove dice :
Aeoliani vénit: hic vasto rex Aeohis antro, ecc.,
e, appresso a questo, in più altri versi.
È adunque nel limbo, cioè nella superior parte di questo
minor mondo, la ragione, e quindi la muove la grazia salvi-
ficante in soccorso del peccatore. Il quale movimento non si
dee altro intendere se non un rilevarla dallo infimo e depresso
stato nel quale lungamente tenuta l'aveano l'appetito concupi-
scibile e irascibile, e, lei sotto i piedi delle loro scellerate ope-
razioni tenendo, aveano occupata la sedia sua; e questo per
tanto tempo, che essa, non potendo il suo oficio esercitare, era
tacendo divenuta fioca, cioè nell'esser fioca dimostrava la lun-
ghezza della sua servitudine: e, cosi rilevatala, in essa pone la
grazia cooperante, e parala dinanzi allo smarrito intelletto del
peccatore. E di questo non è alcun dubbio che noi, quante
volte ci ravveggiamo delle nostre disoneste operazioni, tante
per divina grazia ricominciamo ad essere uomini, i quali non
siamo quanto nella ignoranza de' peccati dimoriamo; anzi, avendo
Ili - COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA» 2^,5
la ragion perduta, siamo divenuti quc(3:li animali bruti, a' quali,
come altra volta è detto, sono i nostri difetti conformi. Il che
se altra dottrina non ci mostrasse, spesse volte ne '1 mostrano
le poetiche fizioni, quando ne dicono alcuno uomo essersi tras-
formato in lupo, alcuno in leone, alcuno in asino o in al-
cun'altra forma bestiale. E come la ragione dalla grazia salvi-
ficante è nella sua real sedia rimessa, fatta donna e consultrice
e aiutatrice del peccatore, il toglie co' suoi ammaestramenti
dinanzi a* vizi, li quali gli hanno tolta la corta salita al monte,
cioè al luogo della sua salute. E « corta » dice, pcrcioché
agli uomini, li quali in istato d'innocenzia vivono, è il salire
a questo monte leggerissimo, si come il salmista ne mostra, là
dove dice: « Qu's asccndet in mouievi Doniiiii, aut quis stabit in
loco sanclo eiasf ». E rispondendo alla domanda, quello n'af-
ferma che io dico, dicendo: « Innoceìis inauibns ti vutndo corde^
qui non accepil in vano anunain siiani, nec iuravit in dolo proximo
suj»\ ma a coloro diventa molto lunga, i quali ne' peccati mi-
seramente vivono. E, oltre a questo, riprende e morde la viltà
dell'animo di quegli, i quali, tirati dalle mollizie del mondo,
del divino aiuto mostran di disperarsi ; mostrando loro come,
per loro [rjumile orazione, la misericordia di Dio e la grazia sal-
vificante procurin per loro nel cospetto di Dio; mostrando ancora
come sicuramente ad ogni affanno metter si possano, avendo sé,
cioè, la grazia coopeiante, con loro e in loro aiuto e consiglio.
Maraviglierannosi per avventura alcuni, e diranno: — A che
era di bisogno che la grazia salvifìcantc movesse o rilevasse
la ragione nell'autore? — Alla qual domanda è la risposta pron-
tissima. Vuole cosi la ragion delle cose che, negli atti mo-
rali, si come questo è, noi non possiamo alcuna cosa bene
adoperare né con ordine debito, se noi primieramente non
cognosciamo il fine al qual noi dobbiamo adoperare ; percioché
la notizia di quello ha a causare i nostri primi atti, e di quindi
ad ordinare quegli che appresso a' pfimi e susseguentemente
deono seguire. Come comporrà il cirugico il suo unguento, o
il fisico la sua medicina, se prima il cirugico non vede il ma-
lore, il fisico l'umore da purgare? Come darà il nocchiere la
236 ni - COMENTO ALLA « DIVINA COMMEDIA»
vela del suo legno a' venti, se esso primieramente non avrà
conosciuto e disposto in qual contrada esso voglia pervenire?
Come farà l'architetto fondare un edificio, o preparar la materia
da edificarlo, se egli primieramente non sa che spezie d'edi-
ficio debba esser quello che far si dee? Conciosiacosaché altra
forma e altro jiiaestro voglia un tempio che un palagio reale,
e altra forma il palagio che una casa cittadinesca. È adunque
di necessità primieramente cognoscere il fine, che noi pognamo
alcuno nostro atto in opera. E perciò, se ben guarderemo, se
il disiderio del peccatore è di salvarsi, esser la grazia sal-
vificante causativa di quelle nostre operazioni, le quali a salute
ci possan perducere; e di queste nostre operazioni conviene
che sia dimostratrice e ordinatrice la ragione: e però la ragione
è la prima cosa causata dalla grazia salvificante, la quale l'autor
mostra in persona di Beatrice venire a muover Virgilio. E
questo scendere non si dee intendere essere stato attuale; ma
semplicemente la volontà di Dio, provocata dall'umile orazione
del peccatore a misericordia, è causativa di questo rilevamento
della ragione, in quanto in essa sta il concedere la grazia salvi-
ficante. Adunque, avvicinandosi alla conclusione, dico l'autore,
per le riprensioni della ragione in lui ritornata, e per gli am-
monimenti di lei, avere la viltà, presa da' malvagi conforti de'
nostri nemici, posta giù e cacciata da sé; riprende, per lo sano
consiglio della ragione, il vigore e la forza smarrita, e nel primo
suo buono proponimento si ritorna, e, ad ogni fatica per acqui-
star salute disposto, con la ragione insieme riprende il cammino.
E questa si può dire essere interamente l'esposizione allegorica
del presente canto. Né sia alcuno si poco savio, che creda
queste cose, quantunque mostrino nel descriversi aver certe in-
terposizioni di tempo, non doversi poter fare senza la dimostrata
interposizione; percioché egli e possibile di muovere la divi-
nità, e d'aver veduto ciò che l'autore dee nello 'nferno ve-
dere, e di pervenire alla porta di purgatorio, e ancora di sa-
lire in cielo, quasi in un momento, pure che la contrizione sia
grande e il fervore della carità ferventissimo e intero, come
di molti abbiam già letto essere stato.
CANTO TERZO
I
Senso letterale
Lc2. IX] « Per me si va nella città dolente », ecc. In questo canto ne
racconta l'autore come alla porta dello 'nferno pervenissero, e
come dentro ad essa fosse da Virgilio menato, e quivi vedesse
i cattivi miseramente afflitti, e ultimamente pervenissero al fiume
d'Acheronte. E dividesi questo canto in due parti: nella prima
mostra come alla prima porta dello 'nferno pervenisse, e dentro
a quella fosse da Virgilio menato; nella seconda parte discrive
quello che dentro della porla udisse e vedesse. E comincia quivi;
4c Quivi sospiri, pianti ed alti guai ».
Adunque nella prima parte, continuandosi a quello che nella
fine del precedente canto ha detto, cioè come con Virgilio en-
trasse in cammino, dice dove pervenne, cioè alla prima porta del-
l'entrata d' inferno; sopra la qual, dice, vide scritto: « Per me»,
cioè per entro me, « si va nella città dolente », cioè nella città di
Dite, dolente in perpetuo per li dannati spiriti li quali dentro
vi sono; della qual città, percioché pienamente se ne scriverà
in questo libro appresso nel canto ottavo, qui non curo di dirne
alcuna cosa; « Per me si va nell'eterno flolore », al quale dannati
sono coloro li quali muoiono nell'ira di Dio; «Per me si va
tra la perduta gente ». Dice «perduta», percioché alcuna potenza
di bene adoperare non è in loro; e questi cotali meritamente
238 III - COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA»
si posson dir perduti. « Giustizia mosse », a farmi: e la giustizia
che 'l mosse fu la superbia del Lucifero, la quale meritò eterno
supplici©; il quale Iddio volle tanto da sé dilungare, quanto
pili si potca, e perciò, nel centro della terra gittatolo, quivi la
sua prigione fece, e volle quella similmente esser prigione di
tutti quegli li quali contro alla sua deità operassero; «il mio
alto Fattore», cioè Iddio; « Fecemi la divina Potestate », cioè
Iddio Padre, al quale e attribuita ogni potenza; «La somma
Sapienzia », cioè il Figliuolo, il quale è sapienza del Padre,
«e'I primo Amore», cioè lo Spirito santo, il quale è perfet-
tissima carità, igualmente moventesi dal Padre e dal Figliuolo.
E cosi appare questa porta essere stata fatta dalla Trinità è a
dimostrare che chi offende in alcuna cosa Iddio offenda queste
tre persone, e perciò da tutte e tre essere quello luogo com-
posto, dove gli ofifenditori in perpetuo fuoco sono dannati.
« Dinanzi a me », porta, « non fùr cose create Se non
eterne». Cosi mostra questo luogo essere stato prima creato
da Dio che fosse creato l'uomo, il quale, quanto è al corpo,
non è eterno; e che fosse creato poi che fu creato il cielo e
la terra e gli angioli, i quali sono eterni. [E percioché come
parte degli angioli peccarono, che peccarono prima che l'uomo
fosse fatto, fu, come detto è, di presente creato questo luogo
in lor prigione e supplicio; quantunque i santi tengano questo
aere tenebroso essere pieno di quegli, come appresso più di-
stesamente alquanto si dirà.] E in quanto l'autore dice qui
«eterne », favella di licenza poetica impropriamente, come assai
spesso si fa: percioché l'essere eterno a cosa alcuna non
s'appartiene, se non a quella la quale non ebbe principio né
dee aver fine, e questa è solo Iddio; gli angioli e le nostre
anime, e certe altre creature da Dio immediatamente create, e
quantunque mai fine aver non debbano, percioché ebber prin-
cipio, non si deono propriamente parlando dire «eterne», ma
« perpetue ». « Ed io eterna duro », si come opera creata da Dio
senza alcun mezzo; percioché per li dottori si tiene ciò, che
immediatamente fu o sarà creato da Dio, è eterno. « Lasciate
ogni speranza, o voi ch'entrate », dentro di me, « quia in infe7'ìio
Ili - COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA» 239
nulla est redemptiot^, se ciò di potenza assoluta Iddio non fa-
cesse, come fece de' santi padri, li quali ne trasse quando già
risuscitato da morte spogliò il limbo.
« Queste parole », sopra dette, « di colore oscuro », conforme
alla qualità del luogo nel quale per quella porta s'andava,
«Vid'io scritte al sommo d'una porta», cioè a quella per la
quale in inferno s'entrava; * Perch'io » (suppL') dissi: — « Mae-
stro », Virgilio; e ben fa qui a chiamarlo « maestro », percioché
a' maestri si vogliono muovere i dubbi e da loro aspettar le
chiarigioni; «Il senso lor», cioè quello che dir vogliono,
«m'è duro», — cioè malagevole ad intendere.
« E quegli », cioè Virgilio, « a me » (supple) rispose, « come
persona accorta», cioè intendente: — «Qui», cioè in questa
entrata, «si convien lasciare ogni sospetto », accioché sicuro si
vada; «Qui si convien ch'ogni viltà », d'animo, «sia morta»,
cioè cacciata da colui il quale vuole entrare qua dentro. E son
queste parole prese dal sesto d^W Eneida, dove la Sibilla dice
ad Enea:
Nunc animis opus. Aenea, mine pectore firmo.
«Noi siam venuti al luogo ov'io t'ho detto», cioè all'inferno,
del quale vicino al fine del primo canto gli disse; «Che ve-
derai le genti dolorose, C'hanno perduto », per li lor peccati,
«il ben dell'intelletto », — cioè Iddio, il quale è via, verità e vita:
[e il ben dell'intelletto è la verità, per la quale tutti per diverse
vie ci fatichiamo, e pochi alla notizia di quella pervengono].
« E poi che la sua mano alla mia pose Con lieto viso,
ond' io mi confortai ». Qui assai manifestamente n'ammaestra
l'autore con che viso noi dobbiamo mettere, chi ne segue, nelle
dubbiose cose; e dice che dee esser con lieto, percioché
dal viso lieto del duca prende conforto e sicurtà chi segue,
dove, non avendolo lieto, coloro che a lui riguardano assai leg-
giermente impauriscono e diventano fili: come noi leggiamo le
legioni romane, da' contrari ausj)i/.i e dal viso eli Flaminio
consolo turbato, invilite, da Annibale allato al lago Trasimeno
essere state sconfìtte. Dice adunque di sé l'autore che, vedendo
240 III - COMENTO ALLA « DIVINA COMMEDIA »
nell'entrata di cosi dubbioso luogo lieto Virgilio, egli si con-
fortò tutto.
«Mi mise dentro alle segrete cose ». Segrete sono in quanto
agli occhi mortali manifestar non si possono, percioché cosi i
tormenti, come i tormentati e i tormentatori ancora tutti, son
cose spirituali e invisibili a noi, e quinci segrete; quantunque gli
edetti di quelle, secondo che mostrar si possono per iscritture
e per ammaestramenti di santi uomini, tutto il di ci sieno
aperti e palesati.
«Quivi sospiri, pianti ed alti guai». Qui incomincia la se-
conda parte del presente canto, nella qual dissi che si discrivea
quello che l'autore nella entrata dello 'nferno avea veduto e
udito. E dividesi questa parte in sette: percioché nella prima
l'autor pone molti dolorosamente dolersi; nella seconda gli
dichiara Virgilio chi questi sieno che cosi si dolgono; nella
terza discrive l'autore la pena dalla quale questi son tormen-
tati; nella quarta dice l'autore sé aver vedute molte anime
correre ad un fiume; nella quinta dice sé essere a questo
fiume pervenuto, e non averlo voluto passare dall'altra parte
un nocchiere, che tutti gli altri in una sua barca passava; nella
sesta gli apre Virgilio perché Carón non l'ha voluto passare;
nella settima ed ultima mostra l'autore sé, per un tremor della
terra e poi da un baleno, essere stato vinto e caduto. La se-
conda comincia quivi : « Ed egli a me : — Questo misero modo » ;
la terza quivi: «Ed io che riguardai»; la quarta quivi: «E
poi ch'a riguardare»; la quinta quivi: «Ed ecco verso noi»;
la sesta quivi: « Figliuol mio, — disse»; la settima ed ultima
quivi: «Finito questo».
Dice adunque cosi: « Quivi », cioè nel'a prima entrata dello
'nferno, « sospiri, e pianti ». « Pianto » è quello che con ramma-
richevoli voci si fa, quantunque il più i volgari lo 'ntendano
ed usino per quel pianto che si fa con lacrime. « E alti guai »:
questi appartengono ad ogni spezie di dolore e massimamente
a quello che con altissime voci e dolorose si dimostra; « Ri-
sonavan per l'aere senza stelle», cioè oscuro, ed al cospetto
del cielo chiuso, «Perch'io, al cominciar, ne lagrimai». Ecco
HI - COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA» 24I
una delle faticlie dell'animo, la quale predisse nel comincia-
mento del secondo canto gli s'api)arccchiava. « Diverse lingue »,
cioè diversi idiomi, per la diversità delle nazioni dell'universo,
le quali tutte quivi concorrono; «orribili favelle», cioè sjia-
ventevoli, come son qui tra noi quelle de' tedeschi, li quali
sempre pare che garrino e gridino, quando più amichevolmente
favellano; «parole di dolore», cioè significanti dolore, «ac-
centi d'ira»; accento è il proffercre, il quale facciamo alto o
piano, [acuto o grave o circunflesso ;] ma qui dice che erano
d'ira, per la quale si sogliono molto più impetuosi fare che,
senza ira parlando, non si farieno ; « Voci alte », per le punture
della doglia, «e fioche»; suole l'uomo per 'o molto gridare
afllocare; «e suon di man», come soglion far le femmine
battendosi a pahne, «con elle», cioè con quelle voci: le quali
cose intra sé diverse, non nielodia, come soglion fare le vojì
misurate, ma «Facevano un tumulto», cioè una confusione;
«il qual s'aggira»; percioché il luogo è ritondo, ed essendo
da quel tumulto l'aere percosso, e non avendo alcuna uscita,
è di necessità che per lo luogo s'aggiri e prenda moto circulare;
«Sempre in quell'aria, senza tempo tinta», cioè mutata i)er
contrarietà di venti o d'altro accidente, «Come la rena quando
turbo spira». Dimostra qui l'autore, per una breve compara-
zione, il moto di quel tumulto, come sopra dissi, esser circulare,
e di quella forma che noi veggiamo talvolta muovere in cerchio
la polvere sopra la superficie della terra ; e questo massimamente
avvenire, quando un vento, il quale si chiama da' suoi effetti
« turbo», spira. Il quale non pare avere alcuno ordinato movi-
mento, come gli altri hanno, percioché non viene da diterminata
parte, ma essendo la esalazion calda e secca, che dalla terra
surge in aito, pervenuta alla freddezza d'alcun nuvolo, e da
quella a parte a parte cacciata, diviene vento; il quale, là dove
s'ingenera, prende moto circulare, e per questo non è universale,
anzi è solamente in quella parte dove generato è. intanto che
in una medesima piazza noi il vedremo in una parte di quella
e non in un'altra; e, percioché la e.'^alazione è a jiarte a parte
repulsa dal nuvolo, il vcggiam noi per certi intervalli far queste
G. Boccaccio, Scrini danteschi - 1. 16
242 TU - COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA»
circulazioni sopra la terra. E questo vento, come noi il chia-
miamo « turbo », Aristotile il chiama « tifone » nella sua Meteora,
dove chi vuole può pienamente veilere di questa materia.
« Ed io, ch'avea d'orror », cioè di stupore, « la testa cinta »,
cioè intorniata; e questo dice per lo moto circulare di quel tu-
multo; «Dissi: — Maestro, clie è quel ch'io odo?», che fa
questo tumulto, « E che gent'c », questa, «che par nel duol si
vinta? », — secondo che le loro voci manifestano.
« Ed egli a me ». In questa seconda parte della sua divi-
sione dichiara Virgilio all'autore chi sien costoro de' quali
esso dimantla. «Ed egli», cioè Virgilio, «a me» (supp/e)
rispose: — « Questo misero modo », il quale tu odi e del quale
tu se' stupefatto, « Tengon l'anime triste di coloro. Che visser
senza infamia», d'alcuna loro malvagia operazione, percioché,
quantunque buone non fossero, erano intorno a si bassa e
misera materia, che di se non davano alcuna cagion di parlare,
e perciò si può dire che senza infamia vivessero; «e senza
lodo», cioè senza fama, perciociié, come del loro male adope-
rare è detto, il simigliante dir si può se alcun bene adoperavano.
Ma da vedere è che gente questa può essere. E, se io estimo
bene, questa mi pare quella maniera d'uomini, li quali noi chia-
miamo «mentacaui» o vero «dementi», li quali, ancora che ab-
biano alcun senso umano, per molta umidità di cercbro hanno si
il vigore del cuore spento, che cosa alcuna non ardiscono d'ado-
perare degna di laude, anzi si stanno freddi e rimessi, ed il più
del tempo oziosi, quantunque talvolta sospinti sieno dal disiderio
di dovere alcuna cosa adoperare; di che quello segue che l'au-
tore ne dice, cioè «Che visser senza infamia e senza lodo».
« Mischiate sono », queste misere anime, « a quel cattivo
coro ». «Coro» [si dice propriamente un'adunazion d'uomini, li
quali in figura di cerchio sieno congiunti insieme; o «coro» è
detto quello luogo nel quale stanno nelle chiese coloro che
cantano, il quale ha figura di mezzo cerchio: e qui si potrebbe
prendere per ciascuno di questi due significati, percioché, con-
siderato il movimento di questi spiriti, il quale e circulare, come
appresso si dimostrerà, si può il loro dir « coro »; e se per altro
HI - COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA» 243
sipfnificato il vorrem prendere, quello di costoro potrcm dire
«coro», cioè loro essere ordinati a modo di coro, ma non a
cantare, anzi a pianj^ere miseramente e in eterno.] «Cattivo»
il ciiiama per la similitudine, la quale hanno quegli spiriti con
queste anime de* cattivi, le quali con loro son mischiate; e in
tanto sono lor simili, in quanto non seppero diliberare che farsi
nel tempo della rebellione del Lucifero, ma si stettero freddi
e timidi, senza diliberare di tenersi con Dio come doveano, o
di seguire il Lucifero come non doveano.
« Degli angeli ». Questo nome angelo è derivato da un nome
greco, cioè «aj^^e/os», il quale in latino viene a dire «nunzio» o
«ambasciadore» o «messo»: e percioché essi quello oficio nppo
il diavolo Hanno, cioè d'esser mandati, che appo Iddio fanno i
buoni angeli, quel nome antico d'angeli ritenuto s' hanno e
ritengono, quantunque sieno divenuti dimòni [e, secondo che
alcun santo vuole, questo nome non è loro attribuito giammai,
se non quanto sono in alcuna conmiissione loro fatta da
Dio; la qual finita, non si chiama più angelo, ma spirito
beato].
« Che non furon ribelli », (supple) a Dio, « Né fùr fedeli
a Dio, ma per sé fòro »: non tcnner costoro né con Dio né
col diavolo.
[Ed accioché qui alcuno per men che bene intendere non
errasse, è da snpcre non essére state che due maniere di an-
geli, si come il Maestro ne dimostra nel secondo delle Seìitcnzìe^
e di queste due l'una non peccò, e però appresso a Dio si
rimase in paradiso; l'altra che peccò, tutta fu gittata fuori di
paradiso, e cadde, e questo aere tenebroso propinquo alla
terra riempie; e questo affermano i santi esserne pieno. E da
questi talvolta muovono le tempeste e le impetuose turbazioni
che nell'aere sono e in terra discendono; e da questi dicono
noi essere tentati e stimolati, e venire quelle illusioni dalle quali
i non molto savi son talvolta beffati e scherniti. Concedono
nondimeno talvolta di questi dimòni discenderne in inferno ad
infestare e tormentare l'anime dei dannati; affcrmantlo questi
cotali spiriti immondi al di del giudicio tutti dovere dalla divina
244 111 - COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA»
potenza essere racchiusi in inferno. Ora] pare qui che all'autor
piaccia questi malvagi anc^cli essere di due spezie divisi: delle
quali vuole l'una aver men peccato che l'altra, in quanto mostra
questa spezie, che men peccò, vicina alla superficie della terra
essere rilegata; [e percioché la giustizia di Dio secondo più
e meno punisce, non intende costoro al di del giudicio dover
essere da Dio nel profondo inferno rilegati, come saranno gli
altri che molto più peccarono.]
E però vuoisi questa lettera che segue leggere in questo
modo: « Cacciangli i cieli», da sé; e segue incontanente la
ragione perché, cioè «per non esser men belli»; percioché
i cieli sono bellissimi, ed intra l'altre loro singulari bellezze
hanno che in essi alcuna macula di colpa non si truova, percio-
ché in essi alcuna cosa non si riceve se non purissima, ed essi
furono purissimi creati da Dio; per che segue, se essi ricevessero
questa spezie d'angeli, la quale è viziosa, essi maculerebbono
la lor bellezza: e perciò, accioché questo non avvenga, essi
gli scacciano e dilunganli da loro. « Né il profondo inferno gli
riceve» [cioè riceverà; e ponsi qui il presente per lo futuro,
percioché, altrimenti leggendosi o intendendosi, parrebbero le
spezie degli angeli esser tre, la qual cosa sarebbe contro alla
cattolica verità]; e dice «il profondo», a diderenza del luogo
dov'è' sono in inferno, che veggiamo gli pone nella più alta
parte di quello. E appresso moctra la cagione perché dal pro-
fondo inferno ricevuti non sieno, dicendo: « Ch'alcuna gloria »,
cioè piacere, « i rei », angeli, li quali manifestissimamente fu-
ron ribelli, « avrebber d'elli», — veggendoli in quel medesimo
supjìlicio ch'essi [saranno]. E co.si aj^pare non essere opera
de' ministri infernali che questi angeli non sieno nel profondo
inferno, ma della giustizia di Dio, la quale non patisce che di
cosa alcuna quegli spiriti maledetti possano avere alleggiamento
della pena loro.
« Ed io : — Maestro », (supple) dissi, « che è tanto greve »,
cioè qual tormento, «A lor, che lamentar gli fa si forte? » —
cioè si amaramente. «Rispose», cioè Virgilio: — « Dicerolti
molto breve».
Ili - COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA» 245
E dice cosi: «Questi», cattivi, che tu odi cosi dolersi,
«non hanno speranza di morte», percioclié manifesto è loro
l'anime essere eterne; « E la lor cieca vita », senza alcuna luce
di merito, « è tanto bassa », cioè tanto depressa, avendo riguardo
che in inferno sieno dannati in eterno, e su nel mondo di loro
alcuna memoria non sia, e quasi sieno come se stati non fos-
sero; «Che invidiosi son d'ogni altra sorte», di peccatori,
quantunque di gravissimi supplici tormentati sieno. Per che chiaro
comprender si può costoro essere miòerissimi, poiché di cia-
scuno, quantunque misero, invidiosi sono, conciosiacosaché
invidia non si soglia portare se non a migliore o a più felice
di sé. « Fama di loro » [che cosa sia fama, è mostrato di so-
pra nella esposizione della lettera del precedente canto] « il
mondo », cioè il costume de' mondani, il quale è solamente
i segnalati uomini far famosi, « esser non lassa », percioché
furono torpenti e miseri e freddi ; « Misericordia e giustizia
gli sdegna » ; e questo percioché le loro oi)ere non furon
tali, che impetrar misericordia per quelle sapessero o potes-
sero, per la quale sarebbero stati elevati alla gloria eterna;
e furon si vili e si dolorose, che giustizia gli sdegna, cioè
non cura di doverli tra le più gravi colpe dannare, quan-
tunque in quelle per mentacattaggine forse peccassero; ma, si
come morti senza la grazia di Dio, gli lascia quivi, come git-
tati da sé, miseramente dolersi, come miseramente vissero. [E
questa seconda cagione è troppo più ponderosa che la primiera,
e più gli prieme; e per questa si manifesta loro sentire quanto
la lor vita sia vile.] E questa è la cagione perché, come l'altre
anime de' peccatori, non vanno a passare il fiume d'Acheronte,
quantunque nondimeno in inferno sieno, là dove sono. « Non
ragioniam di lor » ; quasi voglia dire che il ragionar di cosi
fatta spezie di genti è un perder tempo; «ma guarda», se
^'^^^ffrada di vedere la lor pena, e, guardando, « passa » — e
lasciagli stare. E questo riguardare gl?*concede Virgilio, non in
contentamento dell'autore, nia in dispetto de' riguardati, li quali
noia sentono, vedendo la lor miseria essere da alcuno veduta
o conosciuta.
246 III - COMENTO ALLA «DIVINA COM.MPIDIA »
«Ed io che riguardai», secondo ni'avea conceduto Viri^ilio:
e qui discrive la qualità delia loro afflizione, per la quale si
amaramente si dolgono: « vidi una insegna, Che girando », cioè
in giro andando, « correva », cioè correndo era portata, « tanto
ratta », cioè si velocemente,' « Che d'ogni posa mi pareva in-
degna. E dietro le venia », a questa insegna, « si lunga tratta »,
cioè si gran quantità, « Di gente », d'anime state di gente,
« ch'io non avrei creduto », avanti che io avessi veduto questo,
« Che morte tanta n'avesse disfatta », cioè uccisa. E dice « dis-
fatta», percioché la morte non è altro che la separazione del-
l'anima dal corpo, la quale per la morte separandosi, resta
questa composizione dell'anima e del corpo, le quali insieme
fanno l'uomo, essere disfatta; percioché, dopo cotale diparti-
mento, colui, che prima era uomo, non è poi più uomo.
«Poscia ch'io v'ebbi», guardando, «alcun riconosciuto»,
il quale non nomina, percioché, se egli il nominasse, qualche
fama o infamia gli darebbe (il che sarebbe contro a quello che
di sopra ha detto, cioè: «Fama di loro il mondo esser non
lassa» ecc.), «Vidi, e conobbi l'ombra di colui, Che fece per
viltate il gran rifiuto ». Chi costui si t'osse, non si sa assai certo;
ma, per l'operazione la quale dice da lui fatta, estiman molti
lui aver voluto dire di colui il quale noi oggi abbiamo per santo,
e chiamiamlo san Piero del Morrone, il quale senza alcun dubbio
fece un grandissimo rifiuto, rifiutando il papato. E dicesi lui a
questo rifiuto essere in questa maniera pervenuto, che, essendo
egli semplice uomo e di buona vita nelle montagne del Mor-
rone in Abruzzo sopra Selmona in atto eremitico, egli fu eletto
papa in Perugia, appresso la morte di papa Niccola d'Ascoli;
ed, essendo il suo nome Piero, fu chiamato Celestino. La cui
semplicità considerando messer Benedetto Gatano cardinale,
uomo avveduiissimo e di grande animo e disideroso del papato,
astutamente operando, gì' incominciò a mostrare che esso in
pregiudicio dell'anima sua tenea tanto oficio, poiché a ciò
sofììciente non si seniia. Alcuni voglion dire ch'esso usò con
alcuni suoi segreti servidori, che la notte voci s'udivano nella
camera del predetto papa, le quali, quasi d'angeli mandati da
Ili - COMENTO ALLA « DIVINA COMMEDIA » 247
Dio fossero, dicevano: — Renunzia, Celestino! renimzia, Cele-
stino ! — Dalle quali mosso, ed essendo uomo idiota, ebbe consi-
glio col predetto messer Benedetto del modo del poter renun-
ziare. Il quale gli disse: — 11 modo sarà questo, che voi farete una
decretale, nella quale si contenga che il papa possa nelle mani
de' suoi cardinali renunziare il papato. — Il quale come a doverla
fare il vide disposto, essendo essi in Napoli, segretamente fu
col re Carlo secondo, re di Cicilia, a cui stanza il detto papa
poco davanti avea fatti dodici cardinali, e apertogli l'animo
suo, gli promise d'aiutarlo con ogni forza della Chiesa nella
guerra sua di Cicilia, dove facesse che, rifiutando Celestino il
papato, esso facesse che i dodici cardinali, fatti a sua stanza,
gli dessero le boci loro nella elezione: la qual cosa il re gli
promise. Laonde esso, con alcuni altri cardinali italiani, sotto
certe promessioni, ordinato questo medesimo, adoperò che il
papa pronunziò la legge del dover potere rinunziare il papato:
e il di di santa Lucia, essendo stato cinque mesi e alcun di
papa, venuto co' papali ornamenti in concistoro, in presenza
de' suoi cardinali pose giù la corona e il papale ammanto, e
rifiutò al papato. Di che poi segui che la villa di Natale messer
Benedetto predetto fu eletto papa e chiamato Bonifazio ottavo.
Il quale ivi a poco tempo, pcrcioché vedeva gli animi di
molti inchinarsi ad avere nel detto frate Piero, quantunque ri-
nunziato avesse, divozione come in vero papa, fece il predetto
frate Piero chiamare dal monte Sant'Agnolo in Puglia, dove
per divozione andato n'era, e quindi, secondo che alcuni adcr-
mano, era dis[3osto di passarsene in Ischiavonia, e quivi in
montagne altissime e salvatiche finire in penitenzia i di suoi;
il fece chiamare, e fecenelo andare alla ròcca di Fumone, e
quivi tennelo mentre visse; ed, essendo morto, il fece in una
piccola chiesicciuola fuori della ròcca, senza alcuno onore fu-
nebre, seppellire in una fossa profondissima, accioché alcuno
non curasse di trarne giammai il coi^o suo.
l'are adunque l'autore qui voleie lui, per questa viltà d'animo,
in questa parte superiore dello 'nferno tra' cattivi esser dannato.
Sono per questo alcuni che riprendono l'autore, dicendo lui
ì>'.^
y/
24S III - COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA»
qui avere errato e detto contro a quello articolo che si canta
nel Simbolo, cioè : « Et in imam sancfam cathoUcmn et npostolicavi
Ecclesiam »; in quanto dice contro a quello che la Chiesa di Dio
ha diliberato, cioè questo frate Piero essere santo, ed egli, mo-
strando di non crederlo, il mette tra' dannati. Alla quale obiezione
è cosi da rispondere: che, quando l'autore entrò in questo
cammino, il quale ej^li discrive, e nel qual dice aver veduta
e conosciuta l'ombra di colui che fece per viltà il gran rifiuto,
questo san Piero non era ancora canonizzato; percioché, si
come apparirà nel vigesinioprimo canto di questo libro, l'autore
entrò in questo cammino nel MCCCI, e questo santo uomo fu
canonizzato molli anni dopo, cioè al tempo di papa Giovanni
vigesimosecondo: e però, infino a quel di che canonizzato fu,
fu lecito a ciascuno di crederne quello che piti gli piacesse, si
come è di ciascuna cosa che dalla Chiesa diterminata non sia;
e per conseguente l'autore non fece contro al predetto articolo,
ma farebbe oggi chi credesse quello esser vero.
Altri voglion dire questo cotale, di cui l'autore senza nomi-
narlo dice che fece il gran rifiuto, essere stato Esaù, figliuolo
d' Isac. Il quale, essendo primogenito di Isac, come nel Genesi
si legge, percioché innanzi a lacob, con lui ad un parto na-
scendo, usci dal ventre della madre; ed aspettando a lui, per
questa ragione, la benedizione del padre quando a morte venisse,
secondo che a quegli tempi s'usava; tornando un di da cacciare,
ed avendo grandissimo desiderio di mangiare, trovò lacob suo
fratello avere innanzi una minestra di lenti, le quali la madre
gli aveva cotte, e domandogh'ele: lacob rispose che non gliele
darebbe, se egli non rifiutasse alle ragioni della sua primoge-
nitura e concedessele a lui; per la qual cosa Esaù, tirato dal-
l'appetito del mangiare, rifiutò ogni sua ragione e concedetlela
a lacob. E per questo voglion dire l'autore intender d'Esaù,
e lui vuol dire aver fatto il gran rifiuto. La qual cosa né la
nego né l'adermo. So io bene, secondo che nel Genesi si legge,
Esaù fu reo e malizioso e fattivo uomo, e non fu semplice né
mentacatto, e fu grande e potente uomo e padre di molte
nazioni.
Ili - COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA» 249
«Incontanente», come veduto ebbi e riconosciuto costui,
«intesi», dalla sua viltà, «e certo fui. Che questa», che cosi
correva dietro a quella insegna, « era la setta dei cattivi, A
Dio spiacenti ed a' nemici sui», cioè a' demòni; quasi voglia
dire: cotne a Domeneciio piace l'uomo il quale s'esercita sempre
in bene adoperare, «g?iia non sufficit absl'uiere a malo, nlsi facìat
quis quod bonnin esl»; cosi dispiacciono a' demòni coloro che son
pigri, oziosi e tardi, e non si esercitano in male adoperare.
«Questi Pciaurati ». Questo vocabolo è disceso dall'antico
costume de' gentili, li quali nelle più lor cose seguivano gli
augùri, cioè quelle significazioni che dal volato e dal garrito
degli uccelli, qual buona e q lal malvagia, secondo le dimostra-
zioni di quella facultd, scioccamente prendevano; laonde quelli
che malo augurio avevano, erano chiamati «sciagurati»; il qual
vocabolo oggi appo noi suona «sventurati». «Che mai», cioè
in alcun tempo, « non fùr vivi », quanto è ad operazioni spet-
tanti ad uomini, li quali si dican vivere. « Erano ignudi » : questo
medesimo si può dire di tutti i dannati, i quali non solamente
son privati di vestimenti, ma di consolazione e di riposo; «e
stimolati molto », trafitti, « da mosconi e da vespe, ch'eran ivi »,
cioè in quel luogo. « Elle », cioè i niosconi e le vespe, « ri-
gavan lor di sangue », il quale delle trafitture usciva, « il volto ».
Chiamasi la faccia dell'uomo «volto», in quanto per quella il più
delle volle si discerne quello che Tuoni vuole: e cosi si diriverà
da « volo vis», che sta per « volere ». « Che mischiato di lagrime,
a' lor piedi. Da fastidiosi vermi era ricolto», questo sangue
mescolato con le lagrime de' miseri cattivi.
«E poi che a riguardare». Qui comincia la quarta parte
della suddivisione della seconda parte di questo canto, nella
quale, poi che discritta ha la pena dei cattivi, dice aver vedute
molte anime tutte correre ad un fiume. «E poi», che veduta
la miseria de' cattivi, «che a riguardare oltre mi diedi», cioè
più avanti: il general costume degli {fbmini pone, li quali, con-
ciosiacosachc tutti siam vaghi di veder cose nuove, sempre
oltre alle vedute sospigniamo gli occhi; «Vidi gente alla riva
d'un gran fiume. Perch'io dissi : — Maestro », a Virgilio, « or mi
250 III - COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA»
concedi, Clì'io sappia quali e' sono», quegli ch'io veggio, «e
qual costume Le fa di trapassar», il fiume, « parer si jMonte »,
cioè volenterose, «Com'io discerno per lo fioco lume», — cioè
per lo non clìiaro lume; percioché, si come l'esser fioco impe-
disce la chiarità della voce, cosi le tenebre impediscono la chiarità
della luce. « Ed egli », cioè Virgilio, «a me» (siipple) rispose:
— «Le cose», delle quali tu domandi, «ti fien cónte», cioè ma-
nifeste, «Quando fermereni li nostri passi», là pervenuti, «Su
la trista riviera d'Acheronte ». —
Secondo che scrive Pronapide nel suo Profocosino, Ache-
ronte è un fiume infernale, il quale dice che in una spelunca,
la quale è nell'isola di Greti, nacque della prima Cerere figliuola
di Celio; e, vergognandosi di venire in publico, per certe fes-
sure della terra se ne discese in inferno. Sotto questa fizione
è da intendere questo: come altra volta dissi. Titano e i figliuoli
combatterono con Saturno, e presero lui e la moglie; per la
qual cosa Cerere, figliuola di Celio, percioché confortato avea
Saturno che non rendesse il regno a Titano, temendo di lui, si
i^ggi in Creti, tanto dolente, quanto più esser poteva, di ciò che
avvenuto era a Saturno, e quivi si nascose. E poi, sentendo che
Giove aveva vinto Titano, e liberato Saturno e la moglie di
prigione, non altrimenti che la femmina depone il peso del
ventre suo partorendo, cosi Cerere, posto in questo luogo, dove
occulta dimorava, ogni dolore giù ed ogni amaritudine, usci
in publico lieta. E da questo dolor posto giù fu data la ma-
teria alla fi/Jone: quasi voglia dire il dolore essersi tornato al
suo principio, cioè al luogo del dolore in inlerno. E questo
discrive in forma di fiume, a dimostrare la quantità essere stata
grande del dolore. Ma il nostro autore gli dà, fingendo, altra
origine; percioché, si come apparirà nel quattordicesimo canto
del presente libro, egli mostra questo fiume e gli altri infernali
nascere di gocciole d'acqua che caggiono di fessure, le quali
dice essere in una statua di più metalli, dritta nell'isola di Creti:
e quivi più a pieno se ne tratterà, e di questo e degli altri.
« Allor con gli occhi vergognosi e bassi. Temendo no '1
mio dir gli fo.sse grave », cioè noioso, « Infino al fiume »,
HI - COÙIENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA» 251
d'Acheronte, « di parlar mi trassi », cioè senza parlare mi
condussi.
«Ed ecco verso noi». Questa e la quinta parte della sud-
divisione del presente canto, nella quale l'autore mostra un
dimonio venire verso loro in una nave e passar gli altri, e lui
non aver voluto passare. Ed è questa parte presa da Virgilio,
dove nel sesto deWE/ie.di scrive:
Portitor has horreudiis aqiias et Jiumina servai
terribili squalore Charou, ecc.
per ben venturi verso. Dice adunque: «Ed ecco verso noi
venir per nave Un vecchio bianco per antico pelo», [il quale
per altro sarcbS)e paruto nero, se gli anni non l'avessero fatto
divenir canuto, percioché la gente volgare stimano che il dia-
volo sia nero, percioQhé i dijjintori dipingono Domeneddio
bianco; ma questa e sciocchezza a credere, percioché lo spi-
rito essendo cosa incorporea, non può d'alcun colore esser colo-
rato;] «Gridando: — Guai a voi, anime prave! », cioè malvagc.
« Non isjicrate mai veder lo cielo »: il che vuole che elle inten-
dano, in perpetuo quindi non dovere uscire. « Io vcgno per
menarvi all'altra riva », di questo fiume, « Nelle tenebre eterne,
in caldo e 'n gielo. E tu, che se* costi, anima viva », volgendo il
suo parlare all'autore, «Parliti da cotesti, che son morti»; —
quasi voglia dire: percioché con loro tu non dei né puoi pas-
sare. « Ma, poi ch'e' vide eh' io non mi partiva », per suo coman-
damento, « Disse: — per altra via », che per questa, « per altri
porti, Verrai a piaggia, non qui », donde io levo l'altre, « per
passare», dall'altra parte. «Più lieve legno», cioè nave; è
«legno» tra' marinai general nome di qualunque spezie di na-
vilio, e massimamente de' grossi, come che qui per la sua barca,
o per un'altra, lo 'ntenda Carone; « convien che ti porti», —
cioè ti valichi.
«E'I duca», cioè Virgilio, «a lui: •- Carón ». Questo Carón,
secondo che Crisippo scrisse, fu figliuolo d" Èrebo e della Notte
(di questa favola sarà il significato nella esposizione allegorica)
ed è posto a questo uficio di passare l'anime dannate dall'una
252 III - COMENTO ALLA « DIVINA COMMEDIA »
riva all'altra d'Acheronte, co. ne qui appare. « Non ti crucciare »,
e incontanente soggiunge la cagione per la quale gli mostra
non doversi crucciare, dicei.do: « Vuoisi cosi », cioè che costui
vivo vada per questo regno de* morti, e dov'è* si vuole, «cola,
dove si puote Ciò che si vuole », cioè nella divina mente, percio-
chc Iddio può ciò che vuole; « e più non dimandare »; — quasi
voglia per questo dirgli: non è convenevole che a te si dimostri
la cagione della volontà di Dio. « Quinci », cioè dalle parole
da Virgilio dette, « fùr quete», cioè quetate, senza alcuna cosa
più dire, « le lanute gote », cioè b.irbute, « Del nocchier della
livida palude ». cioè di Carone. E chiama ora « palude » quello
che di sopra chiama «fiume», e questo fa di licenza poetica, per
la quale spessissimamente si pone un nome per un altro, si ve-
ramente che quel cotal nome abbia alcuna convenienza con la
cosa nominata, come è qui, che il fiume è acqua e la palude
è acqua, e talvolta in alcuna parte corre il fiume si piano, che
egli par non men tosto palude che fiume. « Livida » la chiama, a
dimostrazione che l'acqua sia torbida, e quella torbidezza sia
nera ed oscura. « Che 'ntorno agli occhi avea di fiamma rote »,
a dimostrare la sua ferocità e il suo furore.
« Ma quelle anime, ch'eran lasse », per dolore, non per lun-
ghezza di cammino, « e nude », di consiglio e d'aiuto; <^ Cangiar
colore », mostrando l'angoscia di fuori, la quale dentro sentivano,
« e dibatterò i denti », come coloro fanno li quali la febbre
piglia, che innanzi lo 'ncendio di quella tremano e battono i
denti; «Tosto che 'nteser le parole crude», dette da Carón
di sopra (« Io vegno per menarvi all'altra riva » ecc.).
« Bestemmiavano Iddio ». Fa qui l'autore imitare a quelle
anime il bestiale costume di molti uomini che, quando at-
tendono o hanno alcuna cosa la quale loro a grado non sia,
disperatamente cominciano a bestemmiare, quasi per quello non
altramenti che se Dio spaventassono, si debba diminuire o mi-
tigare la fatica, la quale aspettano o la quale lianno : « e' lor
parenti », cioè i padri e le madri, li quali principio e cagione
dierono all'esser loro ; « L'umana spezie », quasi volessero più
tosto essere animali bruii, acciochè col corpo si fosse morta
Ili - COMENTO ALLA « DIVINA COMMEDIA » 253
ranlma ; «il luocro », (suf^ple) bestemmiavano dove nacquero,
< il tempo », nel qiial nacquero, « e '1 seme », tiel quale nacquero,
« di lor semenza », cioè bestemtìiiavano il seme di lor semenza,
cioè della quale seminati furono, «e di lor nascimenti», cioè
bestemmiavano il luogo e '1 tempo di lor nascimenti. « Poi si
riirasser tuite quante insieme»; quinci appare loro quivi esser
venute sparte; « Forte piangendo alla riva malvagia», d'Ache-
ronte, «Ch'attende ciascun uom, che Dio non teme», percio-
ché tutti dichinan quivi coloro che, vivendo, non ebbono temor
di Dio. « Carón dimonio, con occhi di bragia », cioè ardenti e
focosi ; « loro accennando, tuite le raccoglie », in su la sua nave;
« batte con remo », cioè con quel bastone col quale mena la sua
nave, il quale i marinai chiamano «remo», «qualunque», di
quelle anime, «s'adagia», a sedere o in altra guisa.
« Come d'autunno » cioè in quella stagione la quale noi chia-
miamo «autunno», da mezzo settembre infino a mezzo dicembre,
« sì levan le foglie, L'una appresso dell'altra ». cadendo, « infin
che '1 ramo », sopra il quale erano, « Vede alla terra tutte le
sue spoglie », cioè i vestimenti, li quali la stagione gli ha
fatti cadere da dosso. Ed è questa comparazione presa da Vir-
gilio in quella parte del sesto libro ùq\V Eneida, che di sopra
dicemmo. « Similemente il mal seme d'Adamo», il quale fu il
primo nostro padre, e del quale noi siamo tutti seme: ma parte
di questo seme è buono, si come sono i santi uomini e i ser-
vami i comamJamenti di Dio, e parte n'è malvagio, si come
sono i peccatori, li quali ostinati nelle loro colpe muoiono nel-
l'ira di Dio: e questa è quella parte che si raccoglie nella nave
di Carone. « Gittansi in quel lito », cioè d'in su quella riva, « ad
una ad una », quelle anime dannate, « Per cenni >"^, da Carón
fatti, «com'augel» fa «per suo richiamo», cioè per lo pasto
mostratogli.
« Cosi », raccolte, « sen vanno su per l'onda bruna », d'Ache-
ronte, « E avanti che sien », queste #he pur mò salirono, «di
la », cioè dall'altra riva, « discese. Anche di qua », da quest'altra
parte, « nuova schiera », cioè quantità d'anime non ancora sta-
tavi, «s'aduna». E in questo dimostra l'autore continuamente
254 ni - COMENTO ALLA « DIVINA COMMEDIA »
molti morirne sopra il circuito della terra, de' quali la mapfc^ior
parte muoiono nell'ira di Dio, «quia iniilli sunt vocali, pauci
vero ckcti » .
— « Figliuol mio, — disse ^. In questa sesta parte della suddi-
visione gli apre Virj::ilio la cncrione perché Carón non l'Iia voluto
passare, e perché quelle anime son pronte a voler passare il
fiume. E dice: — « Fi<^liuol mio»; — mostra in questa parola
Virgilio f)aterna afTezione all'autore; « disse il maestro cortese ».
Ben dice «maestro», percioché, come qui appare, Virgilio gli
solve il dubbio della dimanda fattagli da lui di sopra, dove
dice: «Maestro, or mi concedi, Ch'io sappia» ecc., e coloro
che solvono bene i dubbi meritamente si possono e debbon
esser chiamali « maestri ». « Cortese » il chiama, percioché con-
tinuo in quello che al suo utìcio appartenesse, gli fu liberale.
— «Quegli», uomini, o le loro anime a dir meglio, «che
muoion nell'ira di Dio», li quali son quegli che [senza con-
trizione, senza confessione, vcggendosi nel caso della morte,]
consistono pertinaci nelle loro nequizie, e cosi, senza ricon-
ciliarsi a Dio de' jxccati commessi, si muoiono; [e diconsi
morire nell'ira di Dio, in quanto la sua grazia racquistar non
hanno voluto, seguendo gì' instituti della cattolica Chiesa;]
« Tutti convengon », cioè insiememente vengono, « qui », a
questo fiume, «d'ogni paese», di levante e d'occidente e di
ciascuna altra plaga del mondo, « e pronti sono a trapassar lo
rio », cioè il fiume, il quale qui chiama « rio », tirato dalla con-
sonanza del verso. E seguita la ragione perché a questo son
pronti: « Che la divina giustizia gli sprona», cioè gli costringe,
« Si che la téma », la quale hanno delle pene eternali, « si con-
verte in disio », di andar tosto a quelle. « Quinci », cioè per la
nave di Carene, « non passò mai anima buona », cioè che al
cielo dovesse ritornare, come dèi tu, che non vieni per rima-
nere. «E però, se Caión di te si lagna», cioè si duole, e
non ti vuol passare, « Ben puoi sapere omaì che il suo dir
suona», — avendo intesa la cagione del suo rammarichio.
[Lez. xj «Finito questo». Questa è la settima e ultima parte della
suddivisione del presente canto, nella quale l'autore mostra sé,
Ili - COMKNTO ALLA « DIVLNA COMMEDIA » 255
per un tremore della terra e per un baleno, vinto e caduto. Dice
adunque: « Finito questo », cioè la dichiarazione fattami da Vir-
gilio della prontezza dell'anime a trapassare il fiume, « la buia»,
cioè oscura, «campagna». «Campagna» sono luoghi piani e
larghi, i quali ivi non si dee credere che sicno, ma usa il vo-
cabolo largamente, auctorilate poéiica; e dé'si intendere per la
qualità di quello luogo dove vuole dare ad intendere che era,
qual che si fosse, o montuoso o piano: «Tremò si forte».
[Ma qui è da vedere che volle dire questo tremare, conciosia-
cosaché l'autore niente ponga senza cagione; e perciò è da sa-
pere l'autore in ogni cosa porre quelli medesimi accidenti avvenire
a' dannali, che a coloro che in istato di grazia sono, ed in via
di penitenzia. E quinci, se noi riguarderem bene, come all'entrare
d'ogni cerchio di purgatorio si truova alcun agnolo, il quale,
lietamente cantando, conforta chi sale in quello; cosi ad ogni
cerchio d'inferno si truova alcun demonio, il quale orribilmente
spaventa chi discende in esso. E cosi come il monte del pur-
gatorio, quando alcuna anima purgata sale al cielo, tutto triema,
e tutti gli sj)iriii di quello, sentendo il tremore, ed intendendo
ciò che significa, da carità mossi, cantano e ringraziano Iddio,
che a sé quella anima beata chiama; cosi in inferno, come
anime di nuovo vi caggiono, come dalle trasportate da Carón
feciono, triema tutta la valle d'inferno: per la qual cosa l'anime
dannate, che ciò sentono, intendendo venire anime ad accrescere
la loro tristizia, tutte oltre al dolore usato si contristano e pian-
gono.] E cosi l'autore mostra di volere in questa parte sentire,
come che non sia cosa nuova, le parti intrinseche e cavernose
della terra talvolta tremare, per la revoluzione dell'aere che in
quelle è racchiuso e che vuole uscir fuori.
«Che dello spavento. La mente», cioè il ricordarmene,
«di sudore ancor mi bagna». Suole talvolta agli uomini subi-
tamente spaventati, rifuggire dalle parti esteriori dentro al cuore,
sentendolo temere, il sangue: e per qu^to coloro, alli quali que-
sto avviene, rimangono pallidi e deboli e quasi insensibili; ed
esse parti esteriori, premute dalla passione della paura, mandano
per li pori fuori talvolta un'acqua fredda, la qual noi diciamo
256 in - COMKNTO ALLA « DIVINA COMMEDIA »
« sudore »; e se tosto le parti predette non recuperassero il sangue
e le forze loro, caderebbe l'uonio, e parrcbbegli venir meno
come se egli morisse ; e forse perseverando il sudore si mor-
rebbe: ed liannone già alcuni, essendo per paura il sangue
rifuggito dentro, perduti o debilitati alcuni membri in guisa che
mai poi operare non gli hanno potuti (e dicono i meno savi
questi cotali essere stati guasti dal dimenio) e per avventura
anche se ne son morti.
«La terra lacrimosa», cioè quella valle d'inferno, o per
li molti pianti che in quella si fanno, o per l'umidita, la quale
è nella concavità della terra generata dal freddo, il quale lia
l'esalazioni della terra calde e umide risolute in acqua: la quale
primieramente accostata alla terra fredda, è fatta in forma di
lacrime, e cosi si può dire T inferno essere lacrimoso.
« Diede», cioè causò, « vento». Generansi i venti, secondo
che ad Aristotile piace nel secontlo della Alcteora, d'esalazioni
calde e secche della terra, cacciale sopra da sé ila' nuvoli freddi
o da alcun freddo che nell'aere sia. Le quali cose come in
inferno sieno, non so. Estimo che '1 tumultuoso rivolgimento,
il quale l'autore vuol mostrare che vi sia, causi alcuno impeto
il quale muova quello aere, e l'aere mosso paia vento.
« Che balenò una luce vermiglia ». Questi non sono accidenti
che la natura soglia producere sotterra, e perciò è verisimile
quello movimento dell'aere, il quale ho detto essere stato, e,
oltre a questo, quello impeto, avere dalle parti inferiori seco
recata qualche vampa di fuoco, la quale in forma di un baleno
apparve all'autore. « La qual », luce, « mi vinse ogni mio
sentimento »; segno è, per questo, avere quella luce grandissimo
stupore messo nell'autore, ed essere stato tanto, che quello ne
sia seguito che dice, cioè: «E caddi, come Tuoni cui sonno
piglia ».
in - COMENTo ALLA « DIVINA COMMEDIA » 257
II
Senso allegorico
«Per me si va nella città dolente». Nel principio del pre-
sente canto si continua l'autore alle cose dette nella fine del
precedente, là dove disse, per le vere dimostrazioni fattegli dalla
ragione, sé avere la viltà dell'anima posta giuso e essersi ri-
tornato nel proponimento primo, e cosi, dietro alla ragione,
essere rientrato nel cammino da dovere poter pervenire allo stato
delia grazia, e quindi ad eterna salute, come disiderava; e cam-
minando mostra sé alla porta dello 'nferno essere pervenuto.
E sono intorno al senso allegorico di questo canto da consi-
derare tre cose: la prima è quello che l'autore voglia intendere
per questa porta; la seconda, come si conformi il supplicio dato
a' cattivi con la colpa loro; la terza, quello che l'autore voglia
sentire per lo fiume d'Acheronte e per lo nocchiere, ed, oltre
a ciò, per lo accidente a lui avvenuto: e, queste vedute, assai
convenientemente s'avrà il senso allegorico veduto del pre-
sente canto.
Avendo adunque riguardo a parte delle parole scritte sopra
la porta, la quale l'autor discrive, e alla ampiezza di quella, e
similmente all'averla senza alcun serrame trovata, possiam com-
prendere quella essere la via della morte; conciosiacosaché il
Nostro Signore dica nell'Evangelio: ^"hitrate per angustam
portavi, quia lata et spatiosa vìa est quae ducit ad perditionem,
et multi simt qui intrant per eani »; e cosi per questa via il
peccato ne mena a dannazione eterna. Ed è questa via ampia,
a farne chiari agevol cosa essere il pacare, e quello essere
assoluto da ogni strettezza di regola; il che delle virtù non av-
viene, le quali sono ristrette e limitate dalli loro estremi. L'essere
senza alcun serrame, ne mostra assai chiaro in ogni ora, in
G. Boccaccio, Scritti danteschi - 1. 17
258 III - COMENTO ALLA « DIVINA COMMEDIA »
Ogni tempo essere a ciascuno, volendo, possibile d'entrare nella
via della morte, ed andare ad eterna perdizione. Ed ancora si
può per l'ampiezza di questa porta comprendere, essa in tanta
larghezza distendersi, che, in qualunque parte del mondo l'uomo
pecca, trovi di questa porta la larga entrata. E fu aperta questa
dalla superbia dell'angiolo malvagio, il quale primieramente ardi
di levare la fronte contro a Colui che creato l'avea, né mai
più si richiuse.
Dentro alla quale, entrata l'umana considerazione, dietro a'
passi della ragione, nel vestibulo della perdizione eterna vede
i cattivi e inerti, come nella lettera è dimostrato, correre dietro
ad una insegna aggirandosi; e questi essere agramente stimolati
da mosconi e da vespe, e il sangue di questi dolenti esser
ricevuto da putridi vermini. Li quali perciò all'entrata della per-
duta vita dimostrati ne sono, accioché da essi prendiamo quanto
abbominevole colpa sia quella della inerzia, veggendo essa non
solamente alla divina giustizia, ma ancora a' diavoli dispiacere:
e per questo siamo ammaestrati a guardarci da quella, accio-
ché in tanta miseria non divegnamo, che igualmente a' buoni
e a' malvagi siamo odiosi. Pare adunque questo vizio consistere
in una freddezza d'animo, la quale, occupate non solamente le
potenze intellettive, ma eziandio le sensitive, tiene coloro, ne'
quali esso dimora, del tutto oziosi, intanto che, brievemente, ninna
opportunità pare che muover gli possa ad alcuno atto opera-
tivo; e per questo non come uomini, ma come bruti animali,
anzi come vermini putridi e fastidiosi, menano la vita loro. Ed
in questo pare loro, per quel che comprender si possa, sentire
alcun diletto, il quale, percioché da viziosa cagione è preso,
senza colpa esser non puote. E però, spenta la loro sensual
vita e tolta via la gravezza del misero corpo consenziente alla
viltà dell'animo, avendo quel conoscimento assoluti che perduto
avevan legali, dal vermine della coscienza morsi, e per quello
conoscendo sé ninno onesto segno nella lor misera vita aver
seguito, ora senza prò seco dicendo: — Cosi dovremmo aver
fatto ; — non tardi ne lenti, ma correndo, seguitano quel segno che
seco eslimano dover vivendo aver seguito. E percioché questo lor
Ili - COMENTO ALLA « DIVINA COMMEDIA » 259
vermine non muore, il seguono in giro, a dimostrare che, come
nel cerchio non è alcun principio né fine, cosi questa lor fatica
non debba giammai avere requie né riposo. E a questo atto
g\ì solletica il vermine della coscienza con due stimoli, con
mosconi e con vespe, li quali continuamente li trafiggono. Li
quali mosconi e vespe sono da intendere per la memoria di
due loro singulari miserie, nelle quali nella loro dolorosa vita
presero alcun piacere: le quali furono l'una nel brutto e spor-
cinoso modo di vivere che tennero, l'altra nell'oziosamente
vivere. [E queste si deono intendere, percioché i mosconi
sono generati da putredine d'acqua e di terra corrotte, e questi
intender si deono la rimembranza della loro fastidiosa vita, la
quale ora conoscono e dispiace loro e, dispiacendo, senza prò
gli affligge e infesta; si che assai bene dimostrano confarsi in
questo la pena con la colpa. Le vespe s'ingenerano dell'interiora
dell'asino similmente corrotte, e l'asino essere inerte, ozioso e
torpente animale, assai chiaro si conosce per tutti ; e però per le
punture delle vespe, amarissime, assai bene si dee comprendere,
per quelle, il morso doloroso della rimembranza della loro ozio-
sità, dalla quale sono dolorosamente trafitti, come apparir
può per Io sangue il quale cade dalle punture.] Il loro sangue
essere da puzzolenti vermini raccolto, ha a rammemorare a
questi dolenti che il sangue generato dalla digestione de' cibi,
li quali usarono vivendo, non nutricò e sostenne in vita corpi
umani, anzi putridi e sozzi vermini: per le quali cose assai
bene pare si conformi con la colpa la pena di costoro. E questo
basti de' cattivi aver detto.
Resta a vedere la terza parte, cioè quello che l'autore per
lo fiume e per lo nocchiere e per lo caso, che a lui addivenne,
voglia sentire. [E, secondo che io possa comprendere, la sua
intenzione è di mostrare come in inferno, oltre al fiume d'Ache-
ronte, si discenda: e questo mostra convenirsi fare passando
il fiume, il quale in due maniere trapassarsi, qui, sotto assai
artificiosa fizione, discrive. Delle quali dice esser la prima per
la nave di Carón, nella quale, come detto è, esso trapassa l'anime
di quegli che in peccato mortale morti sono. E però, avanti
26o III - COMENTO ALLA « DIVINA COMMEDIA »
che (iella seconda maniera tocchiamo, è da vedere quello che
l'autore sente per questo fiume, che per lo nocchiere, che
per la nave e che per Io remo col qual dice che batte qualunque
s'adagia.]
Vuole adunque per questo fiume l'autore disegnare la vita
presente, la quale ottimamente dir si può simile ad un fiume;
percioché, si come il fiume corre continuo, sempre declinando,
senza mai in su ritornare; cosi la nostra vita, dal di del nostro
nascimento, sempre e con velocissimo corso declina verso la
morte, senza mai indietro rivolgersi. Il che ci è, oltre alla con-
tinua esperi^mza, per la divina Scrittura mostrato, nella quale
leggiamo : « Omnes morimur et quasi aquae dilabinmr in to'ram,
quae non revertuntur •» . Sono, oltre a ciò, i fiumi, quando per ab-
bondanza d'acque e quando per forza di venti, tempestosi. Il
che similemente della nostra vita addiviene: percioché alcuna
volta addiviene, per troppa mondana felicità, che noi gonfiamo
e divegnamo superbi, e non ricappiendo in noi, e non essendo
a' nostri termini contenti, esondiamo, e, come i fiumi in danno
de' campi vicini talvolta traboccano, cosi noi in danno del pros-
simo e di noi medesimi trabocchiamo, e similemente siamo da
diversi impeti della fortuna fieramente afflitti e infestati negli
animi nostri. E, come il fiume volge grandissime pietre nel suo
fondo, cosi noi nel segreto del nostro petto continuamente
rivolgiamo gravissime e noiose sollecitudini ; e né altrimenti
che i fiumi con le loro circunvoluzioni talvolta trangugian le
navi e' naviganti, cosi noi tranghiottisce la circunvoluzione de'
peccati e della bocca infernale. E, accioché io faccia fine alle
comparazioni, come i fiumi molte afflizioni porgono, cosi la
nostra vita è piena di tribolazioni infinite: per la qual cosa, per
quel medesimo nome chiamar la possiamo che questo fiume si
chiama, il quale è Acheronte, che tanto suona in latino, quanto
« cosa senza allegrezza » : la quale per certo è del tutto rimossa
dalla presente vita, veggendo non essere alcuno, quantunque
vecchio, che con verità possa dire sé avere avuto giammai un
di intero senza mille angosce più cocenti che '1 fuoco. E sopra
questo fiume è una nave, nella quale dall'una riva all'altra
Ili - C(iMKNT«) ALLA « DIVINA COMMKDIA » 261
sono l'anime trasportale. [È manifesta cosa di legni leggieri
comporsi le navi, e quelle, senza molta acqua prendere, sopra
essa dimorare]; per la qual mi pare si possa sentire le nostre
concupiscenze, le quali, leggieri e mutabili, non altrimenti per
la presente vita trasvolano, che facciano sopra l'onde le navi,
e seco d'uno appetito in un altro trasportano coloro, li quali
miseramente disiderano, né prima a riva gli pongono, che in
perpetua perdizione gli conducono: come per essa dice l'autore,
che Carón trasportava l'anime in perpetua doglia.
È, appresso, di questa nave nocchiere un demonio chiamato
Carón, bianco per antico pelo, il quale nella lettera dicemmo
essere stato figliuolo d'Erebo e della Notte. Per lo quale assai
apertamente veder si puote intendersi il tempo, percioché il
Tempo fu figliuolo d'Erebo, cioè del profondo consiglio di Dio,
il quale creò lui come l'altre cose, e non essendo avanti la crea-
zione del mondo alcuna luce sensibile nel mezzo delle tenebre,
le quali avanti la creazion del mondo erano, produsse lui come
cominciò a distinguer quelle in di distinti, come nel principio
del Genesi si legge; e quinci, perché nelle tenebre prodotto
fu, sentirono i poeti lui essere figliuolo della Notte, cioè delle te-
nebre. Il nome del quale Servio, Sopra l'«Eneida» di Virgilio,
dice esser « "^ Charoii ' quasi " chronos ' »; e questo vocabolo in
latino viene a dire tempo. Il quale l'autore dice esser « bianco
per antico pelo », discrivendolo dall'accidente della vecchiezza
degli uomini, nella quale noi divegnamo canuti: e per questo
vuol dimostrare il Tempo essere vecchio, cioè già è lungo spazio
slato prodotto. E nel vero assai è vecchio, percioché, secondo si
comprende in libro Temporum d'Eusebio, egli è, dalla creazione
del mondo infino a questo anno, perseverato 6572 anni o in
quel torno. \l perciò si pone nocchiere sopra questo fiume, per-
cioché dir si puote il tempo esser quello che in sé il di della
nostra natività ne riceve, e con le sue revoluzioni, avendone dalla
riva del nostro nascimento levati, n# mena per la presente vita,
qual più e qual meno, e trasportalo all'altra riva, cioè al di della
morte. È vero che egli è qui posto dall'autore a trapassare
l'anime che muoiono nell'ira di Dio, e ciò non è senza cagione;
202 III - COMENTO ALLA « DIVINA COMMEDIA »
percioclìé quelle, che questa mortai vita finiscono nella grazia
di Dio, non si dicono, secondo che i santi dicono, morire, ma
d'una vita trapassare in altra, e quella essere eterna, nella quale
il tempo non ha alcuna cosa a fare; percioché l'eternità non
patisce alcuna dimensione di tempo. De' dannati non si può
dir cosi, percioché di questa vita vanno in morte perpetua:
e perciò pare che il tempo abbia a determinare con certo nu-
mero d'anni o di di lo spazio della presente vita, la quale per
rispetto della morte perpetua fu a' dannati morte, in quanto
finirono questa vita, la quale, quantunque piena d'afflizioni e di
fatiche sia, è nondimeno beata stata a' dannati, per rispetto di
quella alla quale in morte perpetua son trapassali.
[Ma da vedere è quello che intender voglia l'autore per lo
remo di questo nocchiere. È il remo un bastone lungo, col
quale il nocchiere fa muovere la sua nave, e con esso la mena
e dirizza d'un luogo ad un altro. Col quale remo l'autor dice
questo dimonio battere l'anime, le quali s'adagiano nella sua
nave, intendendo per questo la sollecitudine di coloro li quali
all'acquisto delle cose temporali son tutti dati; percioché questa
sollecitudine, dalla varietà del tempo e dalla qualità delle cose
imprese stimolata, non lascia alcun cupido sentire alcun riposo,
ma igualmente il di e la notte o in pensieri o in opera gli
tiene occupati, e sempre con nuove dimostrazioni a varie ope-
razioni gli sospigne, molesta e affligge, in guisa che, non che
riposo prendere possano, ma elle non lasciano altrui avere spazio
di respirare. E, se di ciò per avventura alcuno esemplo aspet-
taste, lasciando stare la sollecitudine pastorale de' sommi pon-
tefici e le grandi imprese de' re, de' principi e de' signori,
riguardate con l'occhio della mente quelle de' mercatanti, co'
quali noi continuamente siamo: ogni piccolo movimento, ora in
Inghilterra, ora in Fiandra, ora in Ispagna, ora in Cipri, ora in
una parte e ora in un'altra, sollecitando, ricordando, avvisando,
li fa scrivere, non lettere, ma volumi a' lor compagni; e in-
nanzi tratto sempre con sospetto l'apportate ricevono; ogni
vento gli tien sospesi a' lor navili ; né si piccolo remore di
guerra nasce, che essi incontanente non temano delle merca-
MI - COMKNTO ALLA « DIVINA COMMKDIA » 263
tanzie messe in cammino, e quanti sensali parlan loro, tanti
fan loro mutare animi e consigli. Chi potrebbe esplicare quante
sieno le cose, che agli avviluppati nelle cose temporali rom-
pano, turbino, guastino, impediscano i desiderati riposi? Ninna
scrittura è che appieno gli potesse mostrare. E cosi i dolenti,
che hanno torto il disiderio della eterna beatitudine alle cose che
perir debbono, sono nella presente vita in continua afflizione,
e di qui trapassati alla perpetua.]
La cagione perché questo dimonio niega di passare l'autore,
puote esser questa : percioché egli non potrebbe ancora con-
duccr l'autore alla riva opposita, conciosiacosaché ancora ve-
nuto non sia l'ultimo di dell'autore, il quale ancora vivca; e
appresso sentiva il dimonio l'autore non essere in disposizione
ch'egli volesse passare per dover di là dimorare, e perciò
non apparteneva al ministro della divina giustizia, al quale è
commesso di trapassare i malvagi, di trapassar similmente quegli
che malvagi non sono e vanno per esser buoni, si come l'au-
tore andava. E però gli dice: — « Più lieve legno convien che
ti porti»; — volendo per questo mostrare che, quando la colpa
è più lieve, più lievemente trapassi Acheronte. E quelle sono
da dir più lievi, le quali talvolta si posson por giuso (come
puote l'uomo, che vive, por giù le sue colpe per la penitenza),
che quelle che in eterno non si posson metter giù, come quelle
sono nelle quali l'uomo si muore. E non è da credere che
attualmente Tautorc in inferno andasse, o che questo fiume o
questo nocchiere e l'altre cose, che qui e altrove si pongono,
vi sieno ; ma conviensi a' nostri ingegni in questa maniera
parlare, accioché essi con minore difììculta possano dalle cose
attualmente discritte comprendere le spirituali, le quali per opera
d'immaginazione o di meditazione s'intendono. Non ha la divina
volontà bisogno d'alcuno uficiale: basta in lei semplicemente il
volere, e quello incontanente è mandato ad esecuzione, si come
dice il salnnsta: « Dixit, et facta sunUl viaiidavit, ci creata sunt».
Ma questo noi non comprenderemmo, se in alcuni termini di-
mostrativi non ne fosse posto dinanzi quello che Iddio dispone
e adopera, si come nelle cose dette si può comprendere, cioè
204 HI - COMENTO ALLA « DIVINA COMMEDIA »
noi vivere ed essere dal tempo menati alla morte, e dopo
quella, se male vivati siamo, dannati. [E cosi possiam questa
maniera, del passare in inferno, dire che sia per sentenza
diffinitiva data da Dio, si come da giudice il quale esser non
può in alcuna cosa ingannato: e come quegli cotali, che da
questa sentenza dannati sono, hanno il fiume valicato, in rem
iudicatam sono trapassati, senza dovere sperare che mai per
alcuna cagione cotal sentenza si debba o possa rivocare:
quantunque scioccamente Origene, per altro prudentissimo e
grandissimo letterato uomo, mostrasse di credere Iddio alla
fine del mondo dovere, non che d'altrui, ma eziandio de' de-
mòni, aver misericordia, e perdonar loro e menarnegli in vita
eterna.]
[La seconda maniera del trapassare in inferno, cioè di va-
licare il fiume d'Acheronte, par che l'autore voglia qui essere
per una spezie di sentenza, la quale si chiama « interlocu-
toria », la quale nostro Signore dà in questa forma: che qua-
lunque uomo cade in peccato mortale, sia incontanente messo
nella prigione del diavolo; ma nondimeno esservi con questa
condizione, che, se egli d'avere commesso quel peccato, per
lo quale è servo del diavolo divenuto, si vuole riconoscere,
e per penitenza riconciliarsi a Dio, che egli possa cosi uscire
della detta prigione e ritornare in sua libertà; e, dove ricono-
scer non si voglia, s'intenda in perpetuo esser dannato a do-
vere stare in quella prigione, nella quale noi miseri tutto '1 di
caggiamo, e all'unghie del diavolo di nostra volontà la gola
porgiamo. La qual cosa avvenire dìscrive l'autore sotto questa
Azione.]
Dice adunque per se medesimo, e cosi ciascuno può per
se medesimo intendere, che « La terra lagrimosa», cioè la
presente vita, la quale è piena di lagrime e di miserie, « diede
vento. Che balenò una luce vermiglia», cioè uno splendore
grande in apparenza, vano e fugace si come è il vento, il
quale niuno può né pigliare né tenere e sempre fugge. E
questo splendore dice essere stato balenato da questa cosa vana,
a dimostrazione che dalla vanità delle cose della presente vita
Ili - COMENTO ALLA « DIVINA COMMEDIA » 265
nasca questa luce a guisa di baleno, il lume del quale essendo
sùbito, reca seco ammirazione, e poi subitamente si converte
in nulla, si come noi reggiamo avvenire de' fulgori temporali,
che testé sono e testé non sono. Or nondimeno sono appo la
nostra fragilità di tanta forza, che spesse volte occupano m tanto
le menti d'alcuno, e con tanta affezione disiderati sono, che,
lasciata la debita notizia di Dio e dello splendore eterno, per
qual è via, e per li vizi e per le malvagie operazioni, si trascorre
in essi. Di che assai appare a questi cotali ogni sentimento
razionale esser tolto, ed essi cadere nelle colpe e nelle miserie
del peccato, come cade colui il quale è soprappreso dal sonno.
E fa in questo l'autore debita comparazione: percioché, quan-
tunque, peccando mortalmente, nella infernal morte si caggia,
nondimeno è questa morte in tanto sinjile al sonno, in quanto
l'uomo si può da essa destare mentre nella presente vita dimora,
si come nel principio del seguente canto mostra l'autore d'es-
sere stato desto, ma da grave tuono; la gravità del qual tuono
possiam dire essere stata alcuna di quelle cose, con le quali
davanti nel principio del primo canto del presente libro di-
cemmo che Domeneddio toccava i peccatori con la grazia
operante, quando in alcuno la mandava. E meritamente qui
possiam repetere quello che nel predetto luogo dicemmo, l'autore
per lo sonno non essersi accorto rome nella prigion del dia-
volo s'entrasse, cioè come si trapassasse il fiume d'Acheronte;
ma, destandosi e trovandosi dall'altra parte del fiume, assai
leggiermente conoscer si può la sua colpa e la sentenza di Dio
avervelo trasportato. E questo trasportamento sarebbe stoltizia
a credere che corporale fosse stato. Fu adunque spirituale,
come spiritualmente intender si dee noi per lo peccato divenir
servi del diavolo. E, quantunque a quegli, che in questa forma
trapassano in inferno, sia licito, volendo, il poterne uscire, non
posson però uscirne per tornarsi addietro per la via donde
entrarono, percioché per lo peccai* non si può di peccato
uscire, come quegli farebbono che per quella via n'uscissono,
per la quale v'entrarono; ma conviensene uscire per la via
opposita al peccato, la quale nulla altra cosa è che la penitenza.
266 Ili - COMKNTO ALLA «DIVINA COMMEDIA»
E a pervenire a questa via mostra l'autore essergli convenuto
tutto l'inferno trapassare, e di quello, per la parte opposita a
quella onde v'entrò, esserne uscito. E questa via, se noi riguar-
diani bene, il conduce a pie del monte della penitenza, dove
trova Catone, che a quella il drizza e sollecita.
FINE DEL PRIMO VOLUME.
INDICE
I
VITA DI DANTE
I. Proposizione p. 3
II. Patria e maggiori di Dante » 6
in. Suoi studi » 8
IV. Impedimenti avuti da Dante agli studi > io
V. Amore per Beatrice » io
VI. Dolore di Dante per la morte di Beatrice > 12
VII. Digressione sul matrimonio » 14
Vili. Opposte vicende della vita pubblica di Dante .... » 18
IX. Come la lotta delle parli lo coiii volse > 18
X. Si maledice all'ingiusta condanna dell'esilio -> 20
XI. La vita del poeta esule sino alla venuta in Italia di Ar-
rigo settimo '! 21
XII. Dante ospite di Guido Novel da Polenta » 23
xiii. Sua perseveranza al lavoro » 24
XI v. Grandezza del poeta volgare. Sua morte - 24
XV. Sepoltura e onori funebri » 25
XVI. Gara di poeti per l'epitafio di Dante - 26
XVII. Epitafio » 27
XVIII. Rimprovero ai fiorentini 27
XIX. Breve ricapitolazione > 32
XX. Fattezze e costumi di Dante . ^ < 32
XXI. Digressione sull'origine della poesia . ■> 30
XXII. Difesa della poesia 39
XXIII. Dell'alloro conceduto ai poeti 43
XXIV. Origine di questa usanza >- 44
268 INDICE
XXV. Carattere di Dante ?• 45
XXVI. Delle opere composte da Dante >> 48
XXVII. Ricapitolazione > 57
XXVIII. Ancora il sogno della madre di Dante 57
XXIX. Spiegazione del sogno '58
XXX. Conclusione > 03
II
REDAZIONI COMPENDIOSE DELLA VITA DI DANTE
(primo k secondo compendio)
Avvertenza p. 66
I. Proposizione » 67
li. Patria e maggiori di Dante . » 68
III. Suoi studi > 70
IV. Impedimenti avuti da Dante agli studi > 71
V. Amore per Beatrice > 72
VI. Dolore di Dante per la morte di Beatrice " J2>
VII. Matrimonio di Dante > 74
Vili. Digressione sul matrimonio >. 75
IX. Cure familiari e pubbliche 76
X. Come la lotta delle parti lo coinvolse » 78
XI. La vita del poeta esule sino alla venuta in Italia di Ar-
rigo settimo - 79
XII. Dante ospite di Guido Novel da Polenta » 80
XIII. Morte di Dante > 81
XIV. Gara di poeti per l'epitafio di Dante y> 82
XV. Rimprovero ai fiorentini 82
XVI. Fattezze e costumi di Dante > 83
XVII. Digressione sull'origine della poesia > 85
XVIII. Che la poesia è simigliante alla teologia >> 87
XIX. Dimostrazione della predetta sentenza > 88
XIX bis. Perchè i poeti nascondono il vero sotto Azioni . . . 90
XX. Dell'alloro conceduto ai poeti >- 91
XXI. Carattere di Dante - 94
XXII. La «Vita nuova» e la «Commedia». Incidenti occorsi
nella composizione di questa opera » 95
XXIII. Perché Dante compose la « Commedia » in volgare, A chi
egli la dedicò » 99
XXIV. Altre opere composte da Dante » 100
XXV. Spiegazione del sogno della madre di Dante >> loi
XXVI. Conclusione > 107
269
III
COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA»
Proemio p. in
Canto primo:
I. Senso letterale > 127
II. Senso allegorico » 159
Canto secondo :
I. Senso letterale » 195
II. Senso allegorico » 227
Canto terzo:
I. Senso letterale » 237
II. Senso allegorico -,. 257
EDIZIONI LATERZA
::::i i::e:
(Estratto del Catalogo Maggio 1918)
SCRITTORI D'ITALIA
A CURA DI FAUSTO NICOLINI
ELEGANTE RACCOLTA CHE SI COMPORRÀ DI OLTRE SEICENTO VOLUMI
DEDICATA A S. M. VITTORIO EMANUELE III
ARETINO P., Carteggio (Il I libro delle lettere), voi. I (n. 53).
(Il II libro delle lettere), parte I e II (n. 76 e 77).
ARIENTI (degli) S., Le Porretane, (n. 66).
BALBO C, Sommario della Storia d'Italia, voli. 2 (n. 50, 60).
BANDELLO M., Le novelle, voli. 5 (n. 2, 5, 9, 17, 23).
BARETTI G., Prefazioni e polemiche, (n. 13).
— La scelta delle lettere familiari, (n. 26).
BERCHET G., Opere, voi. I: Poesie, (n. 18).
Voi. II: Scritti critici e letterari^ (n. 27).
BLANCH L., Della scienza militare, (n. 7).
BOCCACCIO G., Vita di Dante e Comento alla Divina Com-
media, voli. 3 (n. 84, 85, 86).
BOCCALINI T., Ragguagli di Parnaso e Pietra del paragone
politico, voli. I e II (n. 6, 39).
CAMPANELLA T., Poesie, (n. 70).
CARO A., Opere, voi. I (n. 41).
COCAI M. (T. Folengo), Le maccheronee, voli. 2 (u. 10, 19).
Commedie del Cinquecento, voli. 2 («. 25, 38).
CUOCO V., Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del
1799, seguito dal Rapporto al cittadino Carnot, di Fran-
cesco Lomonaco, (n. 43).
— Platone in Italia, voi. I (n. 74).
DA PONTE L., Memorie, voli. 2 (n. 81, 82).
2 Editori GIUS. LATERZA & FIGLI - Bari
DELLA PORTA G. B., Le commedie, voli. I e II (n. 4, 21).
DE SANCTIS F., Storia della letter. ital., voli. 2 (n. 31, 32).
Economisti del Cinque e Seicento, (n. 47).
FANTONI G., Poesie, (n. 48).
Fiore di leggende. Cantari antichi ed. e ord. da E. Levi, (n, 64).
FOLENGO T., Opere italiane, voli. 3 (n. 15, 28, 63).
FOSCOLO U., Prose, voli. I e II (n. 42, 57).
FREZZI F., Il Quadriregio, (n. 65).
GALIANI F., Della moneta, (n. 73).
GIOBERTI V., Del rinnovamento civile d'Italia, voli. 3 (n 14,
16, 24).
GOZZI C, Memoria inutili, voli. 2 (n. 3, 8).
— La Murfisa bizzarra, (n. 22).
GUARINI G., 11 Pastor fido e il compendio della poesia tra-
gicomica, (n. 61).
GUIDICCIONI G. - COPPETTA BECCUTI F., Rime, (n. 35).
lACOPONE (fra) da TODI, Le laude secondo la stampa fio-
rentina del 1490, (n. 69).
LEOPARDI G., Canti, (n. 83).
Lirici marinisti, (n. 1).
LORENZO IL iMAGNIFICO, Opere, voli. 2 (n. 54, 59).
MARINO G. B., Epistolario, seguito da lettere di altri scrit-
tori del Seicento, voli. 2 (n. 20, 29).
— Poesie varie, (n. 51).
METASTASIO P., Opere, voli. I-IV (n. 44, 46, 62, 68).
Novellieri minori del Cinquecento — G. Parabosco e aS'. Erizzo,
(n. 40).
PARINI G., Prose, voi. I, (n. 55).
Voi. II (n. 71).
Poeti minori del Settecento {Savioli, Pompei, Paradisi, Cer-
reta ed altri) (n. 33).
— {Mazza, lìezzonico. Pondi. Fiorentino, Cassoli, Mascheroni,
(n. 45).
POLO M., Il Milione, (n. 30).
PRATI G., Poesie varie, voli. 2 (n. 75, 78).
Relazi(»ni degli ambasciatori veneti al Senato, dei secoli XVI,
XVII, XVlll, voli. I, II, IIIi-ii (n. 36, 49, 79, 80).
Riformatori italiani del Cinquecento, voi. I (n. 58).
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SANTA CATERINA DA SIENA, Libro della divina dottrina,
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CERVANTES M., Novelle, traduzione di A. Giannini, (n. 1).
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famigliari, traduzione di vari a cura di B. Ckock, con il-
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GOETHE W., Le esperienze di Wilhelm Meister, traduzione
di R. PisANKSCHi e A. Spaini, voli. 2 (ii. 7, 11).
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G. Bkutoni, (n. 3).
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POE E. A., Opere poetiche complete, traduzione di Fkdkrico
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sioiie e linguistica generale (4* edizione) . . . L. 8,—
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DOs.siCH, (n. 4) G, —
HOBBES T., Leviatano, tradotto da M. Vinciguerra, voli. 2
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HUMP] D., Ricerche sulF intelletto umano e sui principii della
morale, tradotte da G. Prezzolini, (n. 11) . . . . 6, —
JACOBI F., Lettere sulla dottrina dello Spinoza, (n. 21) 5, —
KANT E., (/ritica del giudizio, tradotta da A. Gakgiulo, (nu-
mero 3) (in ristampa).
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baroo-Radicc, voi. II (n. lO-ii) (il primo in ristampa) 6, —
LEIBNIZ G. G., Nuovi saggi sulF intelletto umano, tradotti
da E. Ckcchi, voli. 2 (n. 8). . .•. . /^'. . . . 10,—
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SCHELLING F., Sistema dell'idealismo trascendentale, tra-
dotto da M. LosAcco, (n. 5) 6, —
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tazione, traduzione di P. Sav.j-Lopez, voli. 2 (n. 20). 11,—
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Mellone, Ippia maggiore, Ippia minore, lane, Meìiesseno, tra-
dotti da F. Zambaldi 8, —
Voi. V: Il Clitofonte e la Repubblica, tradotti da Cari.o
OllBJSTK ZUKKTTI 7,50
TOMMASO D'AQUINO, Opuscoli e testi filosofici, scelti ed
annotati da Bruno Nardi (voli. 3) 18,50
ANNO XVI 1918
LA CRITICA
RIVISTA DI LETTERATURA, STORIA E FILOSOFIA
(serie seconda)
DIRETTA DA
BENEDETTO CROCE
(Si pubblica il giorno 20 di tutti i mesi dispari)
Abbonamento annuo: per V Italia L. IO; per l'Estero Frs. il;
un fascicolo separato L. 2.
L'abbonamento decorre dal 20 gennaio e si paga anticipato.
Sono disponibili le annate II e III (seconda edizione), al
prezzo di lire dieci ciascuna e le annate VII, Vili, IX, X,
XI, XII, XIII, XIV e XV (1909-1917) al prezzo di lire otto
ciascuna. Della prima annata (1903) è esaurita anche la se-
conda edizione, ma sarà ristampata, come anche le annate
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BARTOLI E., Leggende e novelle de l'India antica, (74) 3,—
BERGSON E., 11 riso, (84) 3,—
BORGOGNONI A., Disciplina e spontaneità nell'arte, saggi
letterari raccolti da B. Croce, (60) 4, —
CARABELLESE F., Nord e Sud attraverso i secoli, (16) 3,—
CARLINI A., La niente di Giovanni Bovio, (77) . . . 4,—
CARLYLE T., Sartor Resartus (2* edizione), (15) . . 4,—
CESSI C, La poesia ellenistica, (56) 5, —
CICCOTTI E., Psicologia del movimento socialista, (3). 3,—
COCCHIA E., Introduzione storica allo studio della lettera-
tura latina, (78) 5, —
CROCE B., Cultura e vita morale, (69) 3,—
CUMONT F., Le religioni orientali nel paganesimo romano,
(61) 4,-
DE FREYCINP:T C, Saggio sulla filosofia delle scienze. Ana-
lisi-Meccanica, (20) 3,50
DE GOURMONT R., Fisica dell'amore. (Saggio sull'istinto ses-
suale), (8) 3,50
DE LORENZO G., India e buddhismo antico (3* ediz.), (6) 7,50
DE RUGGIERO G., La filosofia contemporanea, (59) . 6,—
— Storia della filosofia - Parte I: La filosofia greca- Due vo-
lumi, .89) 12,—
DE SANCTIS F., Lettere a Virginia, (87) 3,—
DI SORAGNA A., Le profezie d' Isaia figlio d'Amoz, (83) 5,—
EMERSON R. W., L'anima, la natura e la saggezza. (Saggi),
(49) (in ristampa).
FARINELLI A., 11 romanticismo in Germania, (41) . 3, —
— Hebbel e i suoi drammi, (62) 4, —
FERRARELLI G., Memorie militari del Mezzogiorno d'Italia,
(45) 3,50
8 Editori GIUS. LATKRZA & FIGLI - Bari
FESTA G. B., Un o^alateo feiiiinìnile italiano del Trecento.
(Reo'gi rilento e costumi didoiinadi Fk. da Baubkrixo), (36) 3, —
FIORENTINO F., Studi e ritratti della liiiiascenza, (44) 5,—
FORMICHI C, A(;vaj];hosa poeta del Buddhismo, (54) . 5,—
GALIANI (Il pensiero dell'Abate) Antologia di tutti i suoi
scritti editi ed inediti, (29) 5, —
GEBHART E., L'Italia mistica, (40) 4,—
GENTILE G., Il modernismo e i rapporti tra religione e filo-
sofia, {'Si)) 3,00
— Bernardino Telesio, (51) 2,50
— I problemi della scolastica e il pensiero italiano, (65) 3,50
GIOVANNETTI E., Il tramonto del liberalismo, (86) . 3,50
GNOLI D., I poeti della scuola romana, (63) .... 4,—
HEARN L., Spigolature nei canii)i di Buddho, (25) . . 3,50
IMBRIANI V., Studi letterari e bizzarrie satiriche, (24) 5,—
— Fame usurpate, 3'-^ ediz. a cura di B. Ciìock, (52) . 4, —
KOHLER G., Moderni problemi del diritto, (33). . . 3,—
LABRIOLA A., Scritti vari di filosofia e politica, (18). 5,—
— Socrate, (32) 3,—
LACHELIKR G., Psicologia e Metafisica, traduzione di Guido
De RiroGiKKO, (76) 4, —
MARTELl^O T., L'economia jmlitica e la odierna crisi del
darwinismo, (57) 5, —
MARTIN A., L'educazione del carattere (2-^ ediz.), (5). 5,—
MATURI S., Introduzione alla filosofia, (60) .... 3,50
MICHAELIS A., Un secolo di scoperte archeologiche, (55) 5,—
MISSIROLI M., La monarchia socialista. (Estr. destra), (72) 3, —
MORELLI D. - DALBONO E., La scuola napoletana di pittura
nel secolo decimonono ed altri scritti d'arte, (75) . 4, —
NITTI F., Il capitale straniero in Italia, (80) . . 2,50
PARODI T., Poesia e letteratura (81) 5,—
PP:TRUCCELLI della gattina F., I moribondi del pa-
lazzo Carignano, (68) 3,50
PUGLISI M., Gesù e il mito di Cristo, (53) .... 4,—
REICII E., 11 successo delle nazioni, (11) 3, —
RENIER R., Svaghi critici, (39) 5,—
RENSI G., 11 genio etico ed altri saggi, (^50) . , . 4,—
ROIIDE E., Psiche, voli. 2 (71) 13,-
ROMAGNOLI E., Musica e poesia nell'antica Grecia, (43) 5,—
Editori GIUS. LATERZA & FIGLI - Bari 9
ROYCE J., Lo spirito della filosofia moderna, parte I: Peìi-
satori e problemi, (38-i) 4,—
Parte II: Prime linee d'un sistema, (38-ii) . . . 4,—
— \jk filosofia della fedeltà, (48) 3,50
— 11 inondo e l' individuo. Parte I : Le quattro concez. storielle del-
l' Essere, voi, I: Realismo, mistic. e razionai, crìtico, (64-i) 3,50
— — Parte I, voi. II: La Quarta Concezione, (64-ii) . . 4, —
— —Farteli: La natura, l'uomo e l'ordine morale, voi. I: Le
categorie dell'esperienza, (64-iii) 3,50
Parte II, voi. II: L'ordine morale, (64-iv) . . . 3,50
SAITTA G., Le origini del neo-tomismo nel sec. XIX, (58) 3,50
SALANDRA A., Politica e legislazione. Saggi raccolti da
G. Fortunato, (79) 6,—
SALEEBY C. W., La preoccupazione ossia La malattia del
secolo, (26) 4, —
SORKL G., Considerazioni sulla violenza, (31) (in ristampa).
SPAVENTA B., La filosofia italiana nelle sue relazioni con
la filosofia europea, (30) 3,50
— Logica e metafisica, (46) 5,—
SPA\ FATA S., La politica della Destra, (37) .... 5,—
SPINAZZOLA V., Le origini e il cammino dell'arte, (7) 3,50
TARI A., Saggi dr estetica e metafisica, (42) .... 4, —
TOMMASI S., Il naturalismo moderno. (Scritti varii), (67) 4,—
TOXKLLI L., La critica letteraria italiana negli ultimi cin-
quantanni, (70) 5,—
TREnSCHKE E., La Francia dal primo Impero al 1871.
Saggi tradotti da E. Ruta, voli. 2, (85) 8,—
— La Politica, voli. 4, (88) 25,—
VOSSLER K., Positivismo e idealismo nella scienza del lin-
guaggio, traduzione italiana di T. Gnoli, (27) . . 4, —
— La Divina Commedia (studiata nella sua genesi ed inter-
pretata), voi. I, parte I: Storia dello svolgimento religioso
filosofico, (34-i) 4, —
VOSSLER K., La Divina Commedia - Voi. I, parte II: Storia
dello svolf/imento etico-politico, (34-ti^ 4,—
— —Voi. II, parte I: La genesi letterali^ della Divina Com-
media, (34-111) 4,—
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lia, (73) 5,-
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zio-Allmayer, (n. 2) . . . 3, —
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FORTUNATO G., Il Mezzogiorno e lo Stato italiano, 2 vo-
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GENTILE G., 11 carattere storico della Filosofia italiana 2,50
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